Springsteen: a Brooklyn (23 e 25 aprile) l’omaggio a Prince?

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Il 2016 verrà probabilmente ricordato come l’anno più funesto per la storia della musica. Ad oggi (e siamo solo al 22 aprile) sono morti Natalie Cole (1° gennaio), David d Bowie (il 10 gennaio), Glenn Frey (18/01), Paul Kantner (28/01), Maurice White (04/02), George Martin (08/03), Keith Emerson (10/03), Gato Barbieri (02/04), Merle Haggard (06/04), Vanity (15/02) e ora anche Prince. In mezzo mettiamoci anche i “nostri” Primo Brown (morto in realtà il 31/12/15), Giorgio Calabrese (31/03) e Gianmaria Testa (30/03) e il quadro risulta ancora più agghiacciante. Sembra quasi una maledizione, del resto da sempre ci ripetono che l’anno bisesto è anno funesto e il 2016, che è bisestile, sta confermando tutta l’antica saggezza popolare. Prince Roger Nelson è morto ieri, giovedi 21 aprile 2016, e di lui e della sua morte avrete già letto e sentito tutto. Questa però è una rubrica dedicata a Bruce Springsteen e allora sono andata a cercare quale connessione potesse esserci tra due personaggi così diversi tra di loro. Ad unire il destino di questi due artisti stratosferici è il 1984, anno in cui escono Born In The USA (il 4 giugno) e Purple Rain (il 25 dello stesso mese), due album destinati a cambiare non soltanto le carriere degli autori, ma anche la storia della musica cosiddetta popolare (rock, pop, funky, R’n’B, soul). Prince passa in rassegna tutta la musica afro-americana andando ad attingere ad ogni genere e sottogenere. La scompone frammento per frammento, la analizza attentamente, la rielabora e la ricompone in una forma del tutto nuova, miscelando  sapientemente come un alchimista, ogni singola particella. Il risultato è un’opera (perché con 39 album all’attivo solo di opera possiamo palare) estremamente ricca e variegata,  complessa ma resa fruibile a tutti dal suo infinito talento, che poggia sulla potenza, l’eclettismo e l’imprevedibilità del folletto di Minneapolis, e sulla sua chitarra. Sì perché Prince è un virtuoso dello strumento e i suoi interminabili assoli si rifanno alla tradizione più marcatamente rock.  Purple Rain, nel 1984,  è il disco (e il film) che cambia per sempre il rapporto che hanno avuto fino a quel momento i bianchi con la musica nera. Cambia soprattutto la percezione della black music che diventa un continuum di suoni, ritmi, armonizzazioni, assoli di chitarra, improvvisazioni, cambi di tono. Ma solo un genio può fare un’operazione di questo tipo e Prince è un genio, oltre che un grande musicista. Con Purple Rain – che è un capolavoro – Prince conquista il mondo e diventa un’icona della musica. Parallelamente Bruce Springsteen fa la stessa cosa con Born In The USA: conquista il mondo e diventa un’icona planetaria. Bruce e Prince sono diametralmente opposti: nell’aspetto, nel look, nello stile di vita, nella musica, nel modo di approcciarsi al pubblico. Eppure tra di loro c’è un rispetto e un’ammirazione reciproca che i due non nascondono: Prince, pur non essendo molto dentro alla musica di Springsteen, è ammirato dal rapporto che  ha con la folla durante i concerti e sa che non potrebbe mai portargli via un fan, come dice in un’intervista a Rolling Stone nel 1990. A distanza di più di vent’anni poi – il 17 settembre del  2012 – Prince partecipa a un programma televisivo della abc (“The View”) si parla delle centinaia di canzoni che non ha mai pubblicato, se ha intenzione di farlo (“Un giorno chissà… ma compongo cose nuove in continuazione“); poi gli viene chiesto se sia vero che la sua band ha pronti  300 brani tra cui lui può scegliere anche cambiando all’ultimo momento, Prince risponde così: “Sì, fanno tantissime prove per questo. Il mio band leader preferito è Bruce Springsteen, lo seguo da molti anni. Una volta ero nel backstage e l’ho visto girarsi e fare un cenno alla band che in un attimo ha cambiato. Lo avevo visto fare  a James Brown… Si impara dai migliori!”.

Da parte sua Springsteen già nel 1984 – in un’intervista rilasciata a Kurt Loder e pubblicata il 6 dicembre su Rolling Stone – così parlava del Genio di Minneapolis: “E’ incredibile dal vivo. E’ uno dei migliori performer che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Il suo spettacolo è divertente, c’è tanto umorismo dentro. C’era un letto che usciva dal palco. E’ grande! Penso che in questo momento lui e Stevie siano i miei performer preferiti. Anche il film Purple Rain è stato grande. Sembrava un film di Elvis, uno di quelli veramente belli dell’inizio”.

Al momento in cui scrivo, tra i tanti messaggi arrivati via Twitter in memoria di Prince ci sono quelli di Steve Van Zandt (“Oh no, not Prince. What a magnificent lifeforce. Our world is forever diminished. Not thai it matters but the fucking flu?!? Impossible”) e di Nils Lofgren (“Utterly gutted and devastated by the passing of the Genius that is #Prince. RIP comrade”), manca quello ufficiale di Bruce, ma a New York (e a Brooklyn) – dove Springsteen suonerà per il gran finale della sezione americana del Tour di The River, sabato 23 e lunedi 25 aprile, gira insistentemente la voce che il Boss farà un pezzo del Genio. Non mi stupirebbe affatto… Si impara dai migliori!

YouTube / The View – via Iframely

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.