Stamane ho appreso della morte di Prince. 

Non abbiamo un’idea precisa di cosa sia, nessuno ce l’ha, ma ci limitiamo a dire che qualcuno non ci sarà più.

Così mi sono alzato, ho osservato per prima cosa il cielo e minacciava temporale, gli uccelli volavano bassi.

Si sentiva un rimestare lontano, da qualche parte doveva già essere tempesta. Ho mangiato quello che potevo, ma soprattutto ho bevuto acqua e molto latte, parendomi più consolante. I liquidi donano un’idea più aperta e possibile delle cose.

Come il personaggio di un mio racconto, sono uscito e per una volta ho desiderato camminare. Le magnolie erano tutte già grondanti fiore, e dalle staccionate di molte ville oleandri e glicini traboccavano riversandosi sui marciapiedi. Le molte quantità di verde colpivano la vista, bruciandomi lo sguardo, e ho ripensato alla volta in cui conobbi Albert Hoffmann. Era un ometto rosa, elegante e profumato come una signora, con gli occhi sbiaditi da tanto viaggio lisergico. Mi aveva raccontato in un inglese fresco e schioppettante della volta in cui bambino scoprì i colori, ai margini di un bosco, e di come quella fu la sua prima volta di espansione sensoriale. Mi disse in poche frasi che, fino a una certa mattina, non gli era sembrato mai necessario assumere sostanze per andare oltre la visione di superficie, e che i colori sono il vero avamposto del paradiso in terra. Aveva detto “paradiso”, ma tanto io quanto lui sapevamo che non si intendesse quel paradiso. Era piuttosto una cosa di vita, vita oltre.

Camminando e pensando all’adolescente che viene abbacinato dal verde di troppe tonalità, un bene troppo grande per essere sopportato senza fare appello a un viaggio dei sensi, mi sono accorto di aver superato i luoghi dove sono solito spingermi a piedi.

Mi sono guardato attorno: a volte si scorgono cose che sono sempre state al loro posto quando noi non esistevamo ancora. Una vecchia costruzione dei primi del secolo scorso, un tempo magazzino di stoccaggio di semenze, col suo torrione elegante e le due ali simmetriche, quasi sgretolatesi nell’abbandono, era comparsa da un cortile invaso di sterpaglie.

I cartelloni affissi sui cancelli, parlavano di un prossimo “recupero commerciale”. La notizia aveva il tono trionfale di una buona azione.

Allora penso all’uso commerciale che facciamo della vita. Ci si dice che si deve vivere. Ci raccontiamo che la vita è così. Che è dura, è così, e bisogna spuntarla da qualche parte, bisogna guadagnare.

Così quel vecchio bellissimo granaio diventerà qualcosa di affollato da gente che deve ad ogni costo acquistare qualcosa. Tutti vendono qualcosa. E tutti devono per forza acquistare qualcosa. Chi pensa mai: “io non voglio nulla”? Chi dice: “Non chiedo nulla”?

La tua vicina di casa ti chiederà ad un certo punto di rimborsarle una qualche spesa sopportata, e se non lo farai subito ma chiederai piuttosto delle spiegazioni, diventerai un suo nemico personale. Per forza, bisogna ottenere. Chi non ottiene è in pericolo.

Passeggiando mi sono accorto di qualcosa di speciale: del mio bisogno di proseguire. Molti di noi per uscire di casa devono avere una buona ragione. In mancanza di quella, risparmiano sottraendosi. Risparmiano sulla vita, come fosse una rendita. Si mantengono inutilizzati quasi del tutto, come oggetti preziosi che si teme di sciupare e per questa ragione li si lascia invecchiare gelosamente in luoghi sicuri. Così si mantengono al chiuso, serrano porte e finestre dicendo a se stessi di essere al sicuro. Presumo che una strada sia un luogo troppo minaccioso per potervi aprire le finestre con troppa leggerezza.

E così, sempre pensando e camminando, mi accorgo di essere passato davanti alla banca, dove sostano in attesa alcune persone. Al momento di accostarsi al distributore di danaro si guardano alle spalle con una vena non troppo celata di terrore. Del resto sarà la macchina stessa a metterli in guardia: abbiate cura di non essere osservati. Immagino siano rassicurati dal fatto di essere spiati dalla telecamera che sovrasta la postazione di prelievo.

Molta gente è convinta di avere del danaro depositato su un conto di una qualche banca. Ve lo hanno depositato spontaneamente, credendo dunque nel danaro come rifugio, e nella banca come rifugio per ciò che essi immaginano un riparo sicuro da ogni guaio. Ma sono pronti ad urlare al furto se qualcosa nei sistemi in cui hanno voluto credere va per il verso più ovvio: qualcuno vorrà guadagnare su di loro, esattamente come loro intendono guadagnare da ogni più piccolo gesto compiuto durante la giornata. Il gioco delle bambole russe. Qualcosa di più grande contiene qualcos’altro appena meno grande, e così via.

Quando sono giunto all’ingresso dei giardini, il sole ha ripreso vita, un’esplosione di luce ha chiuso gli occhi di tutti coloro che si trovavano all’aperto, e a qualche metro di distanza ho scorto una figura che avrei dovuto riconoscere, perché agitava le braccia in segno di saluto.

Il mio dirimpettaio si è avvicinato acceso dall’insolita circostanza di incontrarmi per strada, e dopo avermi detto che i tempi sono brutti, mi ha spiegato di avere messo in guardia da tempo la vecchia madre sulla necessità di accumulare una certa somma, giacché al momento della sua morte qualcuno dovrà pagare per il funerale e tutto il resto. Sarà dunque bene che lo faccia lei stessa, mi ha detto. Mi ha guardato convinto nel rinnovarmi che oggi tutto costa. E anche io l’ho guardato, ma senza vederlo, e nel guardare qualcosa che non c’era, mi chiedevo cos’è che ci fa scomparire al mondo. Ho capito che il mio dirimpettaio non è mai vissuto. In lui il commercio di cui si lamenta ha preso del tutto il posto di qualunque altra forma di vita. 

La luce andava attenuandosi nuovamente per il ritorno di masse nuvolose, e attorno a noi era tutto un chiassare di uccelli.

Nella mia piccola città, oltre i giardini pubblici si aprono ancora dei campi, zone frequentate solo dal latrare dei cani, in lontananza. A quel punto sul fondo dell’orizzonte si sono aperti squarci di tempesta, alle mie spalle i tetti delle case hanno preso un colore più denso al contrasto col cielo e l’elettricità ha cominciato a scorrere nell’aria.

Io ho camminato ancora per un po’ nel niente, poi mi sono seduto sulla terra.

Avevo in tasca delle caramelle al miele, e mi sono state assai utili, perché sentivo di dover ricominciare da qualcosa. Ricominciare da alcune caramelle ritrovate in tasca mi è parsa cosa consolante.

La luce di temporale che devastava il cielo era talmente obliqua, che pareva fosse d’improvviso il tramonto.

Quella luce mi ha richiamato alla mente un dipinto di Millet, “Angelus”, che illustra una coppia, uomo e donna, raccolta in preghiera sui campi al calare della sera. Una sorta di saluto rivolto a se stessi e alle cose naturali. Ho ricordato anche che il dipinto aveva ossessionato per anni Salvador Dalì, perché si convinse che il quadro celasse il dolore di una scomparsa, e per quello vi condusse un’indagine ostinata. Si disse convinto che i due fossero in preghiera sopra la tomba naturale del figlio, e fece di tutto affinché si trovasse il modo di scoprire quel mistero. Convinse le autorità a setacciare ai raggi x la tela, e si scoprì che ai piedi delle due figure fosse dipinto sotto lo strato di terra un oggetto che poteva ricordare una bara.

Può darsi che l’opera desse a lui quel senso di incolmabile malinconia che pareva anche a me di percepire in quel momento. La malinconia che la poesia porta con sé. Dalì era convinto che i suoi baffi fossero antenne per captare l’energia dell’universo, ma è certo che i maggiori fisici del tempo, e i matematici amassero molto il suo mistero, come lui amava loro.

La pioggia non veniva, ma si era alzato il vento, allora ho girato lo sguardo verso il profilo delle piante ricolme di fiore, ed è stato bello come in una dissolvenza incrociata rammentarsi di Spinoza e del concetto che dio sarebbe non in cielo bensì ovunque, depositato nella natura. Dio sarebbe la natura.

Ci sto seduto sopra – ho scherzato, come sul dorso di un mostro immane.

Ed è così che mi è venuto appetito, è così che ho mandato giù la scomparsa di Prince. Una morte a caso.

Non si muore, probabilmente, si torna ad essere qualcosa di meno commerciabile.

Avrei baciato il suolo come faceva la mia gatta. Ma mi sono limitato a pensare che sarebbe stato bello farlo.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.