Il genio e la disperazione di Kurt Cobain

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Nevermind, l’album capolavoro dei Nirvana, compie quest’anno 25 anni. Un disco sofisticato che parla della generazione X degli anni ’90. La generazione del “never mind” la quale non si interessava dei grandi problemi e si lasciava scivolare tutto addosso. In poche parole la generazione di Kurt Cobain.
Ma come nasce il fenomeno Nirvana? L’abbiamo chiesto a Ryan Aigner, amico e primo manager di Kurt. «Ho conosciuto Cobain alle superiori» mi racconta. «Faceva il corso d’arte con una ragazza con cui uscivo all’epoca. Scrivevo gli editoriali per il giornale della scuola. Mi occupavo di recensioni musicali, quindi ero libero di spostarmi fra i vari campus. Un giorno andai a trovare la mia ragazza in quella classe di arte ed è lì che ci siamo incontrati con Kurt per la prima volta». Gli accenno la storia dell’arresto di Cobain a 19 anni per aver scritto “God is gay” (Dio è gay) su un muro. Ryan annuisce e ride. In quel periodo Kurt era convinto di essere gay anche se non aveva mai avuto un rapporto gay. È lo stesso Cobain a raccontare, nel 1993, al giornalista Jon Savage che «ho provato ad essere gay per un po’ ma alla fine ho capito di essere più sessualmente attratto dalle donne». Era una persona complessa, su questo non ci sono dubbi. A confermarlo anche Ryan, che mi dice: «Era una persona molto più complessa di quanto si possa dire a parole. Anche se non era depresso come viene spesso raccontato».

Kurt-Cobain-1986

I Nirvana nascono ufficialmente nel 1987 e sono composti da Cobain alla voce e alla chitarra, Krist Novoselic al basso e Aaron Burckhard alla batteria. «Si ispiravano ai Beatles, ai Led Zeppelin, agli Aerosmith, ai Melvins, ai Black Sabbath…e tutte la band punk» mi spiega Ryan.
Il debutto live viene fissato per il marzo di quell’anno. Ad organizzare il concerto è Ryan che chiarisce: «Fu uno spettacolare disastro. Quel concerto è ricordato per il caos e le buffonate della band». C’è infatti da sapere che Krist, ispirandosi a Sid Vicious dei Sex Pistols, salì sul palco con il petto dipinto con sangue finto. Un gesto assurdo se pensiamo che il concerto si svolse in uno scantinato davanti ad un pubblico amico.
Continuo con le domande. Chiedo a Ryan se è vera la storia che Kurt, all’inizio, era il più salutista della band. Lui ride e mi risponde: «Ne dubito». Chiedo se Cobain gli aveva mai accennato il desiderio di suicidarsi. Ryan mi spiazza e mi risponde: «Si. Me ne parlava».
Nel 1989 c’è una svolta. I ragazzi mettono insieme tutto il materiale demo prodotto fino al quel momento e fanno uscite il loro primo album in studio, Bleach. Il disco vende qualcosa come 2 milioni di copie tra Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Polonia e Canada. In questo periodo nasce anche il marchio di fabbrica della band, ossia la distruzione degli strumenti, che andrà a contraddistinguere tutti i live a venire della band. «Iniziò tutto la notte in cui suonammo allo show di Halloween all’Ever Green State College» ricorda Ryan. «Nel pomeriggio Kurt aveva acquistato una chitarra da uno studente e così durante il concerto gli venne in mentre di distruggere la vecchia chitarra. Il locale impazzi per quel gesto. Ricordo di essermi arrabbiato moltissimo per quel fatto».
L’ultima volta che Ryan vede Kurt è sul palco del Seattle Center Coliseum nel 1992. Due anni dopo, il suicidio.
«Pensi che Kurt non abbia saputo gestire il successo?» gli chiedo. «Penso che il successo a certi livelli non sia gestibile da nessuno» mi risponde.

Traduzione di Claudia Assanti.

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Emanuele Camilli
Nasce a Viterbo nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.