Zucchero: Un “Black cat”… molto black! (recensione track by track)

A 6 anni di distanza da Chocabeck, Zucchero torna con "Black cat", nuovo album di inediti che affonda le sue radici nel blues e nella musica afroamericana, fino a toccare la black e il gospel.

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Black cat
Zucchero
2016
(Universal)
voto: 7,5

A 6 anni di distanza da Chocabeck, inframezzati solo da La sesion cubana (2012) e il successivo storico live a Cuba dal titolo Una rosa blanca (2013), torna Zucchero con un nuovo album di inediti. Se Chocabeck era un concept album sulle radici fisiche e profondamente emiliane del cantautore, Black cat affonda ancora di più queste radici nelle ispirazioni musicali di Sugar, ovvero l’America del blues, fino a sconfinare nella black e nel gospel.
Per realizzare questo album Zucchero si è avvalso di ben tre produttori (Don Was, Brendan O’Brien e T Bone Burnett) e musicisti del calibro di Matt Chamberlain, Tim Pierce, Nathan East, Barry Bales, più la presenza di Mark Knopfler in due brani (Ci si arrende e la sua versione inglese, Streets of Surrender, con testo di Bono) e quella di Elvis Costello in una canzone, Turn the world down, presente però solo nella versione spagnola.

L’album si apre con Partigiano reggiano, singolo da tempo in programmazione radiofonica, che fa da manifesto per l’intero album: suoni a metà tra Oro, incenso e birra e Spirito DiVino, poche parole, italiano misto ad inglese e dialetto a sottolineare la ferma appartenenza alle radici, ma lo slancio internazionale della musica. Da sottolineare un titolo assolutamente geniale, capace di descrivere in due parole tutta la storia del cantautore di Roncocesi (“Ma un mondo libero / un sogno libero / un canto libero / come un partigiano reggiano”).
13 buone ragioni si apre con la marcia nuziale suonata all’organo… ma è una finta! In realtà Sugar ci racconta che ci sono “13 buone ragioni per preferire una birra a una come te, e un panino al salame”. Un brano decisamente orecchiabile con un ritornello che entra subito in testa e che potrebbe essere il singolo estivo.
Il trittico iniziale è chiuso da Ti voglio sposare, pezzo dalle sonorità decisamente rock, con un riff potente ed aggressivo che nasconde una piccola sorpresa: ai cori infatti troviamo Biagio Antonacci (“Vieni via ferito amore / Vieni via dannato cuore / c’è una chiesa sulla collina / c’è una chiesa che ci perdona”).
Dopo lo sprint di apertura si rallenta con Ci si arrende, una delle perle del disco. Si torna verso le atmosfere di Chocabeck e si entra nella vera anima dell’album: un amore di campagna ai tempi di gioventù, cori dal sapore gospel, un tappeto musicale etereo e delicato grazie al mellotron, al corno inglese e a quello francese, e troviamo inoltre il dobro suonato da Mark Knopfler (“Ma sì, vedi vedi / come s’incendia la notte / come anche un ricordo / brucia l’anima / che si arrende”).
La parte centrale della tracklist è dedicata a due cover: la prima è Ten more days del DJ scandinavo Avicii, pubblicata solo pochi mesi fa (ad ottobre 2015 nell’album Stories) e che il lavoro di produzione di T Bone Burnett ha completamente trasformato: da brano freddo ed anonimo quale era, è diventata una canzone con un’anima black simile ad una preghiera gospel, con un pianoforte ipnotico a sostenere il tutto; l’altra è L’anno dell’amore, reinterpretazione di World of love, brano del 1968 della band canadese Mandala, con un testo in italiano che vuole essere un inno all’amore universale (“Ci vorrebbe un anno / una volta all’anno / l’anno dell’amore”).
Hey Lord si apre con un canto che ricorda quelli degli schiavi afroamericani nei campi di cotone, e il passo dagli schiavi di allora a quelli di oggi è molto breve: la canzone infatti parla di migranti, e si rivolge a Dio in prima persona, sotto forma di invocazione, quasi fosse una preghiera laica, a chiedere perdono e pietà per le centinaia di morti tra gli innocenti che ogni giorno partono in cerca una vita migliore trovando la morte in mare (“Hey Lord / Tornano a te, a te, a te / Senza nome tornano a te”).
E’ la volta di Fatti di sogni, classica ballad “alla Zucchero”, colma di speranza e di fiducia nel domani, che arriva a citare Shakespeare (“Svegliami quando fuori è domani / sembri vestita di pioggia / E’ un altro giorno da cani, ma / noi siamo fatti di sogni”).
Non poteva mancare una canzone a metà tra il diavolo e l’acqua santa, e La tortura della Luna , scritta coi musicisti tedeschi Stavros Ioannou e Nils Ruzicka, è qui proprio per questo, a riportarci a realtà ruspanti e goderecce fatti di sesso e sudore. (“C’è qualcosa che striscia / tra l’erba liscia e la coscia. / Tu vai avanti così / Luna di miele / A torturarmi così!”)
Ancora una volta un canto di neri ad introdurre un brano, e arriva Love again, blues puro che mette al centro l’amore come spinta per tornare a vivere e a cancellare i dolori del passato, con citazione di uno dei grandi classici del genere, ovvero I gotta move. Il brano è impreziosito dal dobro di Jerry Douglas, vero e proprio maestro dello strumento e vincitore di numerosi Grammy Awards. (“I gotta move se perdo te / I gotta move perdo anche me / Love again / I need to love again”).
Terra incognita va a chiudere la tracklist “ufficiale” dell’album, e qui ancora una volta troviamo i suoni e le atmosfere di Chocabeck, legati ad un testo in cui Zucchero gioca con le parole e i suoi significati, creando una piccola gemma. (“Quanti versi / ho versato per te / Quanti cieli / ho celato per te / Preso a morsi / i rimorsi per te / Quasi vento / inventato da te”).
La prima bonus track è Voci, singolo scelto per il mercato internazionale: galleria di immagini di un tempo che non c’è più tramutate, appunto, in voci lontane che non si riescono più ad ascoltare, caratterizzate da un crescendo musicale che cresce di intensità strofa dopo strofa, quasi a voler cercare di avvicinare quell’eco di voci dal passato (“Voci che non sento più / Voci che sai solo tu / Manca la tua voce sai / Mama don’t cry”).
Chiude l’album Streets Of Surrender (S.O.S.), versione inglese di Ci si arrende, il cui testo porta la firma di Bono Vox, scritto dopo gli attentati terroristici di Parigi dello scorso novembre. Il brano cita la capitale francese, ma il messaggio d’amore contenuto nelle parole della canzone ha una respiro più ampio e una chiave di lettura universale (“I didn’t come down here to fight you / I came here down these streets / of love and pride to surrender / The streets of surrender”).

Nella conferenza stampa di presentazione dell’album Zucchero ha dichiarato di voler fare solo quello che gli piace, senza badare alle classifiche, e si sente: un album che, specialmente in alcuni brani, ha un suono che in Italia non è mai esistito, e che sembra arrivare direttamente dal Delta del Mississippi, quindi totalmente fuori dalle logiche radiofoniche e commerciali nostrane, ma che sicuramente riuscirà a trovare il riscontro che merita, sia in Italia che nel resto del mondo.
Perchè alla fine quello che conta è l’anima, e Black cat trasuda anima, un’anima… nera.

Qui sotto la tracklist dell’album e, più in basso, il videoclip di Partigiano reggiano.

Tracklist:
zucchero - black cat1. Partigiano reggiano
2. 13 buone ragioni
3. Ti voglio sposare
4. Ci si arrende (feat. Mark Knopfler)
5. Ten more days
6. L’anno dell’amore
7. Hey Lord
8. Fatti di sogni
9. La tortura della Luna
10. Love again
11. Terra incognita

Bonus tracks:
12. Voci (namanama version)
13. Streets Of Surrender (S.O.S.) (testo di Bono, feat. Mark Knopfler)

YouTube / ZuccheroVEVO – via Iframely

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".