Umberto Boccioni: La fine è nota

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Umberto Boccioni, Autoritratto, 1908

C’è un bel libro di Geoffrey Holiday Hall – a cui sono legato per motivi miei personali – pubblicato nel 1990 da Sellerio – ma ancora in catalogo – che si intitola La fine è nota.
È uno strano romanzo che si dipana da ciò che viene reso noto fin dall’inizio, ovvero la morte per suicidio di un uomo davanti all’appartamento del protagonista, che dovrà quindi ricostruire a ritroso la vita e le motivazioni del suicida misterioso.
Un motivo – quello di poter sapere ciò che sarà nel futuro – ripreso anche nella citazione del Giulio Cesare di Shakespeare in apertura.

Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe!
Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota.

La stessa curiosità che mi spinge a domandarmi, davanti alle foto o ai ritratti di persone che conosco, cosa avrebbero pensato se solo avessero potuto sapere ciò che sarebbe di stato di loro o della loro vita da lì a qualche mese, anno o decennio.
Un preambolo che forse potrà sembrare pretestuoso o inutile rispetto a ciò di cui vorrei parlare, anche se credo che tutto in fondo sia legato; arte, vita, letteratura, amore, disgrazie… Tutto scorre insomma o, per dirla con i filosofi greci: Panta rei.
Un gioco iniziato con il pezzo sugli autoritratti, e la voglia di scoprire, o immaginare, cosa passasse per la testa di tanti uomini e donne che hanno lasciato di loro stessi immagini a volte di facile interpretazione, altre volte in forma di enigmi irrisolvibili o mai risolti.
Per questo, parlando della mostra su Umberto Boccioni (1882-1916) in corso a Palazzo Reale di Milano fino al 10 luglio 2016, non posso non pensare all’autoritratto realizzato nel 1908 – prestato alla mostra dall’Accademia di Brera dove è conservato -, di cui esiste una documentazione dello stesso pittore che scrive:
“Dal primo del mese mi trovo in casa di mammà lontano da quella antipaticissima padrona e mi trovo abbastanza bene. In quella casa ho finito un autoritratto che mi lascia completamente indifferente. Sono stanco e non ho alcuna idea”.
È appena tornato da Parigi, insofferente alla provincia italiana, si stabilisce a Milano dove respira un’aria internazionale, ma vive miseramente insieme alla madre e alla sorella, dopo aver abbandonato la casa in via Castelmorrone in cui dipinse l’autoritratto.
E a vederlo, il povero Umberto, esprime pienamente quel senso di smarrimento, di irrequieta insofferenza per se stesso e la presunta incapacità di trovare una strada per rappresentare ciò che lo attrae maggiormente: il dinamismo, il movimento la velocità.
Basti pensare a qualcuno dei titoli delle sue opere: Elasticità, Forze di una strada, Antigrazioso, Voglio sintetizzare le forme uniche della continuità nello spazio
Eppure dipinse l’autoritratto solo un anno prima di scrivere – insieme a Carrà, Russolo, Balla e Severini il Manifesto dei pittori futuristi (1909).
E qui entra in ballo il gioco: chissà se quell’uomo accigliato che si ritraeva con tanto di colbacco sul balcone di una Milano “in crescendo” avesse avuto la possibilità di sapere che, di lì a pochissimo, avrebbe finalmente trovato il successo e l’ispirazione che in quel momento gli sembravano così lontani, cosa avrebbe pensato. E chissà se sarebbe stato un così fervente interventista – anche se ben presto cambiò idea – tanto da arruolarsi come volontario nella Prima Guerra Mondiale, se avesse saputo che la sua breve vita si sarebbe conclusa in modo così stupido e inutile, disarcionato dal proprio cavallo durante un’esercitazione militare nel 1916?
Quanti di noi vorrebbero sapere cosa riserverà il domani? Come potremmo vivere la nostra quotidianità sapendo che dietro l’angolo potrebbe esserci una terribile disgrazia, che sicuramente è molto più probabile di un gran colpo di fortuna? Io no di certo, anche perché come scriveva Shakespeare: “…basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota”.
Oltre all’autoritratto del 1908, nella bella mostra Umberto Boccioni (1882-1916): Genio e Memoria, curata dal Gabinetto dei Disegni della Soprintendenza del Castello Sforzesco, Museo del Novecento e Palazzo Reale, sono esposti 60 disegni, dipinti e sculture dell’artista, nonché dei protagonisti del Futurismo e dell’Avanguardia a lui contemporanei.

Umberto Boccioni, Tre donne, 1909
Umberto Boccioni, Tre donne, 1909
Umberto Boccioni, Elasticità, 1912
Umberto Boccioni, Elasticità, 1912
Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916
Umberto Boccioni, Interno con due figure femminili, 1916
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Davide Lopopolo
Diplomato al Liceo Artistico di Milano nel 1980, avrei sempre voluto fare l’artista. Ma, visto che si deve anche mangiare, mi sono inventato grafico editoriale e pioniere dei primi sistemi di impaginazione Apple, scoprendo un nuovo amore. Mi è andata bene, ho collaborato con le maggiori case editrici italiane e ora sono un art director sul libero mercato. Però il primo amore non si scorda mai, così sogno ancora di diventare un artista...