Lo hanno definito il “De Chirico americano” e insieme il “Vermeer del XX secolo”. Più o meno il diavolo e l’acqua santa insieme, perché il mondo di Edward Hopper, il pittore americano per eccellenza, riesce a fondere il fantastico e il normale, l’immaginifico e il banale, l’ansioso e il sereno. Quei suoi panorami sospesi, gli interni immobili, i personaggi isolati, le inquadrature fotografiche, la tavolozza riconoscibile riescono a far parlare il silenzio. A descrivere con un afflato universale l’insopportabile rumore del silenzio.
Il suo è un dipingere “il mistero della quotidianità, cogliendo la potenza estetica della vita comune e costruendo un teatro simbolico delle inquietudini, dei sogni, delle attese dell’uomo contemporaneo”, come scriveva l’allora sindaco di Milano Letizia Moratti nel 2009, presentando la prima grande rassegna dedicata in Italia all’artista newyorchese.
Oggi il pittore, il cui immaginario era considerato già dalla fine degli anni Venti, “lo” stile americano, è di nuovo protagonista fino al prossimo 24 luglio di un’importante esposizione a Bologna, nel Palazzo Fava, magnificamente affrescato. (N.B. Si pregano tutti i visitatori di alzare gli occhi anche oltre il livello delle opere di Hopper alla fascia di meraviglie, il fregio dedicato al mito di Giasone, dipinto nel 1584 da Agostino e Annibale Carracci, introdotti al nobile proprietario Filippo dal sarto di casa Antonio, padre dei pittori.)

A Woman in the Sun, 1961
A Woman in the Sun, 1961

Hopper, ex-studente prodigio della Scuola d’Arte di New York ed ex-illustratore pubblicitario della C. Phillips & co., aveva dovuto abbandonare la pittura per otto anni, fino al 1923, per dedicarsi all’incisione, campo in cui ebbe un enorme successo, anche perché i suoi lavori venivano venduti a prezzi molto bassi. Seguì la stagione dei più noti capolavori e poi una tranquilla maturità, che lo vide in prima linea nella “competizione” artistica solo durante i primi anni Cinquanta, quando, insieme al cenacolo legato alla rivista Reality, si batté contro l’informale e le nuove correnti astratte, in favore della figurazione e del realismo.
Hopper visse fino al 1967 “una vita ordinaria e noiosa, come quella di un assicuratore oppure di un professore di matematica di un college fuori città”. Immutabile nella figurazione dalla Swing Era fino alla guerra del Vietnam, dagli anni del cubismo a quelli della pop art, propose immagini che sono tra le più influenti, durevoli e preziose (le aste lo dimostrano) di tutta l’arte del XX secolo. Immagini che hanno sempre qualcosa di arcano e di surreale, con spazi che non tornano, punti di vista inusuali, una luce magica e un che di astratto che ne “certifica” la classicità.

Soir Bleu, 1914
Soir Bleu, 1914

La mostra bolognese, che propone opere tutte provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York, mostra come l’artista seguisse un percorso creativo non semplice, macerato, lungo, raccogliendo appunti disegnati in varie situazioni, che poi sintetizzava nel suo unico e magico realismo. Il percorso ci porta dalle formative tele giovanili, gli autoritratti (compreso quello in veste di clown, così come è considerato l’artista nella società o, più semplicemente, per come si sentiva dopo che la sua fidanzata Alta era convolata a nozze con un altro, proprio mentre stava dipingendo il capolavoro assoluto Soir Bleu, forse il suo quadro con più persone, tutte immerse in un’atmosfera di totale incomunicabilità) e le vedute dei suoi viaggi a Parigi, alle illustrazioni e le incisioni, tra cui quelle intrise di erotismo, dai paesaggi infiniti fatti di un’unica costruzione nel nulla fino alla gustosa installazione – già vista a Milano – che permette agli spettatori di “entrare” nel magnifico Second Story Sunlight al posto di una delle due protagoniste.

Second Story Sunlight, 1963
Second Story Sunlight, 1963

E ci fa guardare, oggi, il mondo com’era un tempo, facendoci scoprire cresciuti e, purtroppo, irrimediabilmente cambiati. Incapaci come siamo di riportare a galla l’eccitazione del vivere. Eppure, nella lucidità impalpabile del suo sguardo e della solitudine incombente, Hopper non tratteggia mai un disegno impietoso dell’esistenza, mai l’odierna cospirazione continua dove i ruoli dei buoni e dei malvagi si avvicinano fin quasi a confondersi, anzi.
Hopper ci propone una lezione fondamentale, “ogni essere umano ha diritto alla felicità, ma occorre conquistarsela, perché è del tutto occultata tra le banalità del mondo”, aprendo una finestra che ci fa guardare dentro di noi, ben oltre la semplice visione dei quadri. Nelle profondità dell’anima.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.