“Gomorra”: la realtà oltre la fiction

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Il grande giorno di Gomorra è arrivato!

Questa sera, alle ore 21:15, Sky Atlantic alzerà il sipario sulla seconda serie della fiction diretta da Strefano Sollima, trasmettendo il primo episodio di una saga di successo, esportata in più di 40 paesi.

L’evasione di Don Pietro Savastano, la sparatoria tra Ciro “l’immortale” ed il rampollo Genny, il ritorno alle falde del Vesuvio di Salvatore Conte, avevano caratterizzato le ultime scene della prima stagione, lasciando gli spettatori con il fiato sospeso per quasi due anni.

23 mesi caratterizzati dalla satira dei The Jackal, dalle polemiche tra il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano, dalle frasi cult dei protagonisti dell’epopea pronunciate da Noemi e Clementino sul palco dell’Ariston in occasione della 66esima edizione del Festival di San Remo.

A dieci anni esatti dalla pubblicazione del romanzo, Gomorra è diventato un fenomeno socio-culturale che va ben al di là del libro, del film o della fiction.

Ma cosa si nasconde dietro le pagine redatte da Saviano, le scene interpretate da Tony Servillo prima e da Fortunato Cerlino, Marco D’Amore, Salvatore Esposito e Maria Pia Calzone poi?

Ce lo spiega Simone Di Meo (nella foto), giornalista e scrittore partenopeo che ha pubblicato per la Newton Compton il libro L’impero della camorra: vita e opere (criminali) di Paolo di Lauro, boss a cui è liberamente ispirata la figura di Pietro Savastano.

Simone di MeoDall’uccisione del vecchio reggente Aniello La Monica fino alla latitanza ed all’arresto del padrino che ha trasformato la periferia nord di Napoli nel supermarket della droga; l’inchiesta di Di Meo ripercorre le tappe salienti della vita di un uomo in grado di incassare 500.000€ al giorno dal traffico degli stupefacenti.

Eppure, nonostante gli argomenti trattati ed approfonditi siano gli stessi, scorrendo i profili social di Di Meo, non traspare certo empatia con Roberto Saviano.

Perchè?

Nessuna antipatia a pelle, ci mancherebbe. Solo un modo diverso di vedere le cose, di analizzare fatti, di leggere in chiave critica vicende e notizie

Cosa ne pensa della fiction Gomorra?

Un ottimo prodotto, realizzato molto bene, che veicola nella totale nonchalance di registi, attori e produttori un’etica camorristica che corre il serio rischio di essere presa ad esempio dai coetanei dei protagonisti. Gomorra è un ciclo epico del male, al quale non si contrappone nessuna visione morale. Il male finisce in galera o, nella peggiore delle ipotesi, al camposanto. Prendiamo come esempio “Il camorrista” di Giuseppe Tornatore: nella scena finale Ben Gazzara, che interpreta Raffaele Cutolo, cammina in uno spazio angusto e claustrofobico pronunciando frasi sconnesse e deliranti. Il Professore è stato sconfitto. In Gomorra il crimine non paga, e questa è una cosa molto pericolosa.

L'impero della CamorraLei pensa che il fenomeno dei baby-boss partenopei, saliti alla ribalta della cronaca negli ultimi mesi, sia dovuto o in parte alimentato dalla fiction?

Assolutamente no. Il fenomeno dei giovani boss è solo dovuto all’ottimo lavoro che ha svolto la magistratura, ed in particolar modo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha messo sotto chiave capi-clan, gregari ed affiliati di ogni ordine e grado.

Chi è Paolo Di Lauro?

L’uomo che è riuscito a trasformare in impresa la camorra; la primula rossa di un clan potente e temibile in grado di fatturare un miliardo di vecchie lire al giorno. Un magliaro, di quelli che vendevano la biancheria intima porta a porta che è diventato il boss dei boss; nell’ombra e nel silenzio ha racimolato tutto: dalla droga alle bische clandestine, dai casinò ai centri commerciali. È un imprenditore che ricicla il denaro in attività legali, inquinando inesorabilmente l’asfittico tessuto commerciale napoletano. Oggi è sepolto in carcere da una condanna a trent’anni per traffico internazionale di stupefacenti

Perché si porta dietro il soprannome di Ciruzzo O’Milionario?

Quando Di Lauro decise di chiudere alcune bische clandestine che gestiva, Guglielmo Giuliano, fratello di Luigi boss di Forcella, andò a protestare a casa sua, in via Via Cupa dell’Arco, a Secondigliano. Di Lauro tirò fuori una valigetta contenente due miliardi, l’aprì sul tavolo e disse al suo interlocutore: “vuoi giocare? Questo è il piatto di apertura!”. Guglielmo Giuliano non proferì parola e torno nei vicoli del centro storico.

Lei conosce molto bene la periferia nord di Napoli. C’è ancora una speranza di riscatto per quelle zone o bisogna rassegnarsi alla tesi della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia On. Rosaria Bindi secondo cui la camorra è un dato costitutivo della città o, per dirla con un uscita infelice del compianto Giorgio Bocca, che il Vesuvio è l’unica soluzione ai problemi atavici della città?

La camorra non è un elemento costitutivo di Napoli, piuttosto è un elemento patogeno. Partiamo da un assioma. La criminalità è un elemento fisiologico della società: esiste a Reggio Calabia come a Stoccolma, a New York come a Tokio. La differenza sta nella natura sociale; se si fossero fatte scelte diverse, evitando magari di concentrare il disagio sociale solo in alcuni quartieri, applicando una redistribuzione sull’intero territorio comunale di alloggi popolari, probabilmente il virus camorristico non avrebbe attecchito tanto in profondità.

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Benito Tangredi
Sannita di nascita, romano di adozione, spoletino per amore. Maturità classica, iscritto al terzo anno di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi "Orientale" di Napoli. Giornalista pubblicista dal 2009. Una smodata passione per la lettura, lo sport, la musica, i viaggi e la politica ed una forte inclinazione all'associazionismo. Un'attrazione fatale per tutto ciò che è comunicazione.