Il paradosso del mentitore. La frase per eccellenza della contraddizione interna: “io mento”. Che nega se stessa, si spaccia per falsa e proprio per questo è vera. Che rende il concetto di verità inutile.
L’arte si occupa invece della verità, non come la matematica, che deve partire da premesse per arrivare quasi linearmente a conclusioni certe, dimostrate, piuttosto come la metereologia, che si occupa della volubilità, dell’inafferrabile, per darci le sue previsioni, le sue impressioni circa cosa accadrà. L’arte ci anticipa il futuro, ci conduce per mano a una finestra esposta al domani, grazie alla sua fulgente verità, senza contraddizioni assolute interne ma con immediato parallelismo con le contraddizioni relative della quotidianità.
Lo fanno i geni di cui è punteggiata la sua storia. Lo fanno i grandissimi, che dei geni sono epigoni diretti e prossimi. Gli altri, se sono artisti di pregio, offrono riferimenti sul presente, sul contemporaneo, sul momento. Hanno respiro sempre più limitato, fino all’asfissia degli amatori, degli imbrattatele, dei distributori di brutture.
Con il rischio, per chi non fu un genio – e nemmeno un pittore da annoverare tra i grandissimi – come Gino Severini, ad esempio, di doversi barcamenare tra le contraddizioni, di doversi confrontare, immergendosi ogni volta nel periodo storico in cui viveva, con le più palesi difformità rispetto a quanto aveva realizzato in precedenza e a quanto avrebbe realizzato in futuro.

La fillette au lapin, 1922
La fillette au lapin, 1922

Una vita in un continuo presente, quella del maestro cortonese, che riuscì a rappresentare la cartina di tornasole per avere un riferimento su tutte le articolazioni della pittura nella prima metà del secolo scorso, ma soprattutto che gli fece vivere appieno il paradosso del mentitore, ogni volta pronto a dire la vera verità grazie a un procedere che era autentica negazione dello ieri e del domani, con sovrapposizioni di influssi e di tendenze, con una costante volontà di affermare il contemporaneo. Ovvero di continuamente mentire sulla certezza e sulla “necessità” di uno stile e di un genere eterni.
Gino Severini infatti, seppure sia più conosciuto come appartenente alla corrente futurista (di certo la sua stagione di maggiore qualità assoluta), visse nella costante ricerca di una “perfezione nella contemporaneità”, che lo fece ansioso seguace di tutte le novità, di tutte le svolte, di tutte le idee che si susseguirono nel panorama internazionale – visse a lungo a Parigi – fino a esattamente cinquant’anni fa, quando si spense proprio nella capitale francese.
In occasione di questo anniversario importante è aperta fino al prossimo 3 luglio nella Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, l’esaustiva mostra Severini. L’emozione e la regola: un centinaio di opere (delle quali 25 mai esposte in Italia) che ne seguono l’avventura artistica, passando dal divisionismo iniziale al futurismo, vissuto accanto all’amico Umberto Boccioni, dal cubismo al classicismo, e delineandone la perfetta parabola di protagonista del Novecento.
Un’esposizione tematica e non cronologica, dettata dalla sostanziale fedeltà ad alcuni soggetti – la danza, la natura morta, il ritratto, le maschere italiane, il paesaggio -, propone anche opere preparatorie delle grandi pitture murali, sia laiche sia religiose, che per alcuni periodi lo occuparono totalmente, così come presenta le tavole di Fleurs et masques, il suo magnifico libro d’arte del 1930.

Odalisca con specchio, 1942
Odalisca con specchio, 1942

Uno sviluppo iconografico che mostra guizzi e intuizioni di assoluta rilevanza, che ne delinea la continua esaltazione vitalistica e la fitta drammaturgia di analogie e di corrispondenze con i movimenti artistici più allora attuali, in ogni occasione capaci di alimentare una sorta di reazione a catena continua, di cui si intuisce immediatamente l’inizio ma non si scorge mai la fine.
Opere tese all’equilibrio e insieme (sot)tese di ipotesi e di azzardi, di velocità e istinto, incroci che impastano ricordi e assonanze con tentativi – non sempre riusciti, ma sempre cercati, come evidenziano capolavori di taglio differentissimo quali la celebre Danseuse articulée, metà dipinto futurista, metà burattino, del 1912 oppure l’intensa, naturalista Fillette au lapin del 1922 oppure ancora la natura morta surrealista Le buffet jaune, del 1948 – di percorrere sentieri aggrovigliati, anche dissonanti, grazie a un’agilità unica, nata con le rotture linguistiche dell’avanguardia e successivamente concentrata sulla ricerca di un equilibrio armonico di ispirazione classica.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.