Alcune gocce di piano punteggiano l’alba.

È una mattina livida e piena di vapore. Dall’enorme vetrata a riquadri la luce proietta il suo volo sui pavimenti dello studio, scaccheggiando il pianoforte, che come un’isola campeggia in tanto vuoto.

Un uomo dal volto amaro si presenta alla volta del cielo.

Satie, 59 anni, l’aria immune da qualunque certezza, in assenza di respiro, appoggia ancora le mani affusolate sul manico di un ombrello.

Il suo pastrano grigio-fumo intriso di pioggia, lascia intendere che quel parapioggia non fu mai aperto. La sua preziosità andava accarezzata e mantenuta tra le mani con la gratitudine che la bellezza sa fornire solo a uomini scelti.

La finesse, si direbbe, persino nell’arte di andarsene con discrezione. La finezza, ma pure la finitudine.

E guardando fuori dalla vetrata al perduto passaggio di cielo per immaginarlo su lande aperte verso l’oceano, persino la fine della terra canta nelle gocce di pianoforte affidate al tempo, perché le custodisca come ombrelli preziosi, mai aperti.

Le note del pianoforte di Satie sono oggetti della storia del pensiero.

Si solidificano man mano che lo strumento le stilla, ed esse si arrotondano, si arrotolano, a divenire minuscole e plurime sferette di un materiale inesistente perché mai inventato, scintillanti come il cristallo ma soffici come lacrime di resina.

Per quello si incollano all’animo di chi le incontra, da dove non se ne andranno mai più.

Quel tema al pianoforte passeggia per le stanze della dimora, i cui legni chiari sposano il biancore delle pareti, e risuona sino al soffitto dalle cui travi cala una vela candida, utile a velare il sole esteso, in estate.

E’ il primo di luglio dell’anno 1925, lucore di cielo e nitidezza di materia del pianoforte dialogano terribilmente, partorendo la musica più obliqua e densa di stupore che mai sia stata pensata da un uomo.

Ma chi eri, Erik Satie? Sei stato mai?

Io non lo credo.

Gli amici ti hanno descritto come un individuo caramente estraneo al mondo intero.

Un appiedato nella corsa furente del tempo.

Un sacerdote del bello.

I tuoi oggetti sono stati trovati intonsi, come figli mai cresciuti, rimasti per sempre infanti, splendenti ed estranei allo stesso mondo che li aveva partoriti. Una cornucopia di oggetti che si scambiano informazioni silenti in una stanza eternamente chiusa.

Allora per esplorarti si torna alla musica, ma non era che una delle tue voci, la più adamantina, solennemente orfana di mondo proprio come gli oggetti amati che tanto hai desiderato preservare da ogni cattivo avanzamento.

Così quel cielo allividito che salutava il tuo addormentamento, divenne da quella mattina un oggetto sferico in più nella tua collezione silente.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.