Bob Dylan, una leggenda difficile da spiegare

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Ho sempre voluto molto bene a… Bob Dylan. È stato forse uno dei motivi per cui ho cominciato a scrivere di musica, poter raccontare il mondo da cui sgorgavano le sue canzoni, i tempi che cambiavano, la musica che esplodeva note e contestazione, la lotta alla guerra, alle prevaricazioni, ai diritti negati, a quel mondo che aveva provocato solo sangue sudore e lacrime e che aveva avuto la forza e la voglia di dire basta. È difficile spiegare ai ragazzi di oggi cosa significava essere giovani nel primo dopoguerra, quando i tribunali ti derubricavano i delitti d’onore, le madri dovevano mettere il velo in testa per entrare in chiesa, e se ti piaceva una ragazza, in alcune zone d’Italia potevi rapirla, stuprarla e poi sposarla certo di farla franca; fino a quando Franca Viola, con grave scandalo, non disse basta e portò il rapitore in tribunale. E la legge cambiò. Difficile spiegare ai ragazzi di oggi che solo pochi anni fa vivere o morire non era questione di avere o meno uno smartphone ultima generazione, ma di vincere una specie di lotteria per il Vietnam, dove i numeri estratti ti garantivano una partenza improvvisa e un’aspettativa di vita di circa mezz’ora in caso di scontro armato. Difficile spiegare cosa significava per un ragazzo dell’Alabama vedersi negare il diritto di andare in bagno, entrare in un bar, accedere agli studi, poter votare, essere pagato decentemente, o anche solo sedersi davanti sull’autobus se solo avevi la pelle del colore sbagliato. O trovarsi all’improvviso dietro a un muro, amici e parenti dall’altra parte, e sentirsi sparare alla schiena se tentavi di superarlo. Difficile anche spiegare cosa significò per i giovani di non troppi anni fa ascoltare le canzoni di Bob Dylan oggi che – vedi l’ultimo album “Falling Angels” – questo signore di 75 anni, piuttosto schivo, decisamente stonato, arranca con la voce proponendo vecchie canzoni d’amore di un tempo troppo lontano anche per lui, quando le ragazzine impazzivano non per Justin Bieber ma per Frank Sinatra. Perché impazzivano. Tanto quanto. E ben prima di Elvis, dei Beatles e degli One Direction. Difficile spiegare ai ragazzi di oggi che gli unici talent show erano la strada e i bar, dove dovevi inventarti qualcosa per farti ascoltare e perfino pagare, ma la gente era più curiosa e sapeva allungare le orecchie e apprezzarti e magari, uno su mille, farti diventare ricco e famoso. Difficile spiegare ai ragazzi di oggi che Bob Dylan fu considerato una delle tre persone più influenti del mondo con Mao Tse Tung e il presidente Kennedy. Lo fu perché cantava a tutti quello che nessuno aveva mai sognato che si potesse esprimere in quel modo, la vita di tutti i giorni tradotta in sogno, in speranza, in denuncia, in allucinazione, in poesia, con la stessa forza dei tempi che volevano il cambiamento.
Bob DylanBod Dylan era uno sguardo nuovo sul mondo, anche se il ruolo non gli piaceva, anche se le sue verità non erano sempre sincere, anche se la sua voglia di isolarsi e fuggire dalle pressioni della massa gli ha creato più di un problema, anche se lui non ammetterà mai di essere stato più di un cantante, un musicista, un artista libero. Un giorno di trent’anni fa ci ritrovammo nello stesso camerino, a due passi. Ci guardammo. Gli sorrisi e non lo disturbai oltre. Lui riportò lo sguardo sul “Bob Dylan’s Songbook”, tornando a studiare i versi impossibili delle sue canzoni. Non serviva dire altro. Le risposte soffiavano già nel vento.

Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.