Paolo Simoni: «Noi siamo la scelta è la mia rivoluzione poetica» (Intervista)

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Noi siamo la scelta, è questo il titolo del nuovo album di Paolo Simoni, uno dei cantautori più talentuosi dell’ultima generazione.
Aspettative che non vengono assolutamente smentite con questo nuovo lavoro, che vede Simoni esporsi in prima persona come rappresentante della sua generazione. Una schiera di trentenni costretta a vivere in una contemporaneità che sembra togliere ogni speranza. Ma è proprio questa, invece, la parola chiave del disco di Paolo, un album che vede il bicchiere mezzo pieno, proprio come ci ha raccontato lui stesso, e un disco che auspica una rivoluzione poetica, una spinta, una forza centrifuga che dall’Italia possa proiettare questa generazione verso il futuro.
Ne abbiamo parlato con lui.

Il tuo è un disco piuttosto difficile da etichettare. Un elemento ricorrente è l’incedere degli anni. E poi è un album molto aderente a questi tempi, permeato da una nostalgia che però non è sinonimo di disincanto, ma che piuttosto suggerisce una voglia di reagire. C’era questa volontà da parte tua?

Esatto, nel disco non c’è nostalgia: c’è un sentimento. E’ un disco che ho inciso perché avevo voglia di ascoltare questo genere di canzoni, di raccontare la contemporaneità e la mia generazione di quasi trentenni che oggi vive in questo Paese.
E’ un disco sentimentale. All’interno ha la rabbia giovanile e tutto quello che appartiene alla mia età proprio perché vuole raccontare una generazione piena di problemi, dal punto di vista sociale ed economico. Quindi potrei definirlo come un atto d’amore che faccio nei confronti della mia generazione. E poi penso che soprattutto in un momento di “distrazione” come questo, il soffermarsi su certe tematiche sia fondamentale.
Due anni fa stavo per trasferirmi all’estero, su suggerimento di molti amici che se ne sono andati dall’Italia. Poi però ho deciso di rimanere e affrontare i problemi “dall’interno”.
Il mio è un album di speranza, un album che vede ancora il bicchiere mezzo pieno e che, allo stesso tempo, chiede una compartecipazione della mia generazione, che è l’unica che si può salvare. Ecco perché “noi siamo la scelta”.

Proprio in riferimento alla contemporaneità, in un periodo “buio” come quello che stiamo vivendo, credi che la musica abbia il “dovere”, quantomeno morale, di assumersi un ruolo in tutto questo? Non dico che la musica possa cambiare le cose, ma secondo te ha il dovere di raccontarle?

Certo. Ma l’arte, in generale, ha sempre fatto questo. Il problema è che negli ultimi anni ci siamo un po’ persi, però l’arte deve assolutamente raccontare quello che accade e la musica, pure, deve essere uno specchio della realtà. La canzone deve cogliere i sentimenti della gente comune e metterli in un bel vestito. Deve porsi delle domande e deve raccontare quello che le succede intorno, perché è il suo dovere: il dovere di mettersi a disposizione degli altri e dar voce a gente che non ce l’ha.
Il problema è che la musica, negli ultimi anni, ha preso una direzione diversa da quella che dovrebbe avere. La canzone dovrebbe tornare al centro dell’attenzione. Dovremmo smettere di pensare al ciuffo biondo del cantante o alla marca di mutande del musicista: dovremmo ascoltare le canzoni. Le canzoni devono parlare.

Cover Simoni_Noi siamo la scelta_bParli di un appiattimento culturale, di un’informazione che non informa e di una condizione generale a cui bisognerebbe ribellarsi. Se invece nel disco avessi parlato della musica, che comunque è specchio dei tempi, in che termini avresti parlato della musica italiana?

La musica che passa adesso è specchio della crisi, tanto è vero che i dischi non si vendono più. Vogliono farci credere che quello che passano le radio e le televisioni sia la realtà, ma non è così: è solo una piccola parte di una realtà molto più ampia che meriterebbe di essere ascoltata, ma che non gode degli stessi spazi e delle stesse opportunità. La musica che ci viene proposta dai media è quella che attecchisce tra i giovanissimi, che probabilmente sono gli unici che ancora comprano i CD. Quindi il mainstream è aggrappato a questa situazione, che però non è la realtà delle piazze, dei bar e dei ristoranti in cui abitualmente suono.
Insomma, la musica non sta tanto bene, su questo non c’è dubbio, ma lamentarsi e non fare nulla non porta a niente. Bisogna incidere dischi, creare una rivoluzione poetica, nuovi movimenti culturali che non siano bandieristi o politici. La musica deve tornare a raccontare le persone.

Dal punto di vista dei testi, potresti essere inserito nella “scuola” del cantautorato emiliano; quanto alle musiche e agli arrangiamenti, invece, il tuo è un disco molto moderno. Testi e musiche portano tutti la tua firma. Come arrivi a questa mediazione tra il passato e il contemporaneo?

E’ una bellissima domanda e forse la risposta è il disco stesso, perché l’album vuole rappresentare proprio questo: vuole prendere spunto dalla scuola del passato, guardando però al presente e, perché no, al futuro.
Il suono oggi è molto importante, le strumentazioni cambiano di continuo e io, da musicista, non voglio e non posso non prestare attenzione a tutto questo. Tra l’altro, sono molto curioso, e questo è un mondo che mi affascina molto.
Diciamo che è un incontro tra le due cose che, di conseguenza, genera una terza il cosa. E in effetti l’obiettivo del disco era proprio quello di creare questo connubio tra passato e presente.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.