Ladies and gentlemen, Stevie Biondi

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Lo avevamo già visto sul palco del Gran Teatro Geox di Padova, mentre duettava con il fratello Mario. Recentemente siamo stati ad un suo concerto e abbiamo colto l’occasione per scambiarci quattro chiacchiere: ecco la nostra intervista a Stevie Biondi!

Ciao Stevie, incominciamo con una curiosità personale. Durante i tuoi live spesso inizi un pezzo cantando a cappella e sei sempre perfettamente intonato: hai l’orecchio assoluto?
Ho un orecchio assoluto poco coltivato: conosco la tonalità giusta in cui cominciare a cantare, ma non so che nota sia. Mi manca la grammatica. È come uno che sa parlare, ma non sa scrivere.

Quindi sei stato esposto alla musica fin da piccolo…
Fin dall’infanzia. Avevo 4 o 5 anni e mio padre non mi lasciava dormire: ero nel lettone con i miei genitori, e papà scriveva brani. Si ascoltava la sua cassettina con la strumentale, scriveva i testi, cantava di notte, alle quattro di mattina. E quindi ci sono stato sempre in mezzo, volente o nolente. Lì sono nato e lì morirò.

Quand’è che hai deciso di diventare a tua volta un musicista?
Anche se fare il musicista a questo livello non è riconosciuto come professione in Italia, ho incominciato a cantare con l’obiettivo di farne un mestiere all’età di 16/17 anni. Prima già suonavo con le band dei miei amici, però si andava per un panino e una coca cola. Ho cominciato a far sì che diventasse la mia fonte di sostentamento a 16 anni.

Adesso, per la cronaca, quanti anni hai?
Adesso ho 27 anni. Mio fratello ed io abbiamo 18 anni di differenza.

Parliamo un attimo del tuo rapporto con Mario: com’è essere il fratello di un cantante di fama internazionale ed aspirare ad ottenere successo nello stesso campo?
Essere fratello di Mario è una lama a doppio taglio. Da un certo punto di vista devo sempre stare sul chi va là: chi non mi conosce non si aspetta di sentire un cantante qualunque, il paragone c’è sempre e ancora prima di ascoltarmi cantare. Pensa che tante volte la gente mi ferma per la strada e mi chiede “Ciao, come sta tuo fratello? Come sta Mario?” invece di “Ciao come stai?”. I pro sono che ho in casa quello che per me è un guru: mi ha insegnato tantissime cose e mi ha dato l’opportunità di fare esperienza sul palco. Ho fatto 3 anni di tour con lui e partecipato a qualche suo disco, come corista e solista. Un altro pro è che – e non mi vergogno a dirlo – la curiosità porta più di qualcuno a darmi fiducia. Fiducia che poi mi impegno a non tradire mai, e il 99% delle volte entro come “il fratello di” però poi esco con il mio nome, esco come Stevie. Questo vuol dire che la gente conosce la mia personalità, conosce il mio modo di cantare, e si dimentica che sono il fratello di Mario, ed è una cosa molto piacevole perché vuol dire che sono in qualche modo riuscito a dimostrare che io sono io.

Non è una scelta rischiosa usare lo stesso cognome d’arte di tuo fratello?
La scelta di tenere il cognome d’arte è dovuta. Agli inizi, da piccolino, un po’ mi pesava, e nei momenti di crisi ho pensato più volte se cambiarlo o meno, ma poi ho deciso che non potevo rinnegare il cognome di mio padre e di mio fratello.

Ci nomini tre artisti o gruppi storici e tre contemporanei che ami particolarmente? 
Pino Daniele, Earth Wind & Fire e Stevie Wonder per quanto riguarda gli storici, mentre per quelli nuovi mi cogli impreparato. Soffro un po’ di snobismo per la musica moderna, sono troppo affezionato agli anni ’70 e ’80. Di oggi comunque mi piacciono D’Angelo, Maxwell ed Esperanza Spalding. Tra gli italiani mi piace tantissimo Daniele Silvestri.
Mi piacciono anche i cosiddetti “commerciali” di oggi, come Pharrell e Bruno Mars. Ultimamente la distinzione tra antico e moderno non c’è quasi più, perché è stato riscoperto il funk ed è stato riscoperto il soul, con le varie Happy, Get Lucky e Treasure, e non potrei esserne più felice.

Mi dicevi che hai in cantiere un album. Componi tu i tuoi pezzi?
Sì, prima o poi farò anche un disco mio. Io scrivo qualcosa, però poi ho sempre qualche coadiuvante che mi aiuta dal punto di vista armonico, tra cui Stefano Freddi, Michele Bianchi e Satomi. In questo periodo sto facendo più live, per fortuna, e quindi per il momento ho lasciato da parte il progetto di fare un cd. L’anno scorso volevo farlo l’anno scorso, quest’anno vorrei farlo quest’anno. Voglio farlo, ho qualcosa nel cassetto. Magari prima dei 30 anni. Ho ancora tempo. Mi piacerebbe inserirci anche qualche cover: a me piace cantare le canzoni di chi è stato più bravo di me a scriverne. In tanti dicono “Basta cover!”, ma è bello, non capisco dove stia il problema. Forse è anche questione di poca stima nei miei confronti: non credo che riuscirò mai a comporre ai livelli di Stevie Wonder. Sicuramente ci proverò a scrivere qualcosa di mio, qualcosa di bello, e poi farò un cd misto con qualcosa che mi piace cantare degli altri e qualcosa di inedito. Si fa.

Prevedi collaborazioni?
Spero di collaborare con tanti musicisti, perché ne conosco tanti e ne conosco tanti di veramente bravi. Voglio collaborare soprattutto con gente con cui c’è un bello scambio energetico, perché la musica non è una catena di montaggio: bisogna volersi bene. Farò il cd con qualcuno a cui voglio bene e con cui ho un rapporto di amicizia. Ci vuole cuore per fare musica: quando fai musica sei nudo in mezzo alla gente, metti il cuore sul tavolino e canti e suoni. Non ci può essere astio, non esistono mercenari. È una cosa troppo intima, è come fare l’amore.

Oltre a cantare suoni anche qualche strumento?
Ho cominciato a 13 anni a suonare il basso elettrico, ma dopo un anno mi sono reso conto che non riuscivo a cantare mentre suonavo, e quindi l’ho abbandonato. Suonicchio le tastiere da sempre, mi diverto, le uso per comporre più che altro. E ho un innegabile amore verso la batteria, ho sempre voluto saperla suonare come dio comanda, ma non ho mai approfondito. Ho un brutto difetto che si chiama incostanza: mi manca la costanza di applicarmi nelle cose. Però sai cosa ti dico? La costanza al momento ce l’ho sul canto e vediamo di farci qualcosa. Se non succede niente con il canto mi dedico al teatro… Mi piacerebbe recitare!

Un’ultima domanda: vivi di musica o hai un secondo lavoro?
Mi sono ostinato a non voler fare altro. O meglio, non faccio nessun altro lavoro che non riguardi la musica. Sto tentando di avvicinarmi all’insegnamento del canto, però non ne sono molto convinto. Non ci vedo niente di male, ma non ho mai preso lezioni, quindi devo trovare prima di tutto il tempo di studiare, perché non sono il tipo che vuole insegnare senza sapere. Al momento sopravvivo cantando: non è sempre facile, perché non è un mestiere in cui hai 1200 euro fissi al mese. Ci sono i mesi dove ne hai un quarto e altri dove ne fai il doppio. Al momento sto crescendo, il morale è alto e la soddisfazione è alta. E non so se potrei mai fare qualcos’altro!

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Greg Marzi
Nato a Venezia, credo nel futuro e in Stevie Wonder.