Vediamo ormai una luce che taglia oscena la camera, come una lama che attraversa le cose per aprirsi poi in un triangolo argento sul muro.

La notte finisce e noi siamo ancora del giorno appena trascorso, ostaggi suoi, trattenuti per la pelle, che si solleva appena al solo pensiero.

Ma dimmi, dillo almeno tu, dillo una volta sola, cos’è che ci manca ancora, che ci manca sempre.

Perché mi manchi, anche se sei qui?

Quale malanno ci conduce, e perché non dormiamo posando le braccia pesanti sulla sabbia del vecchio giorno.

Perché, mia dolcezza, non sappiamo più dormire.

Non sappiamo cercare.

Non sappiamo più essere una qualunque cosa a caso, la prima che ci venga in mente.

Io mi chiedo: sono amante?

Amerei, dunque.

Ma cosa e chi.

Ho ricordi confusi, piuttosto, divorati dalla luce dell’alba, ho movimenti interiori, evanescenze, come se una creatura sconosciuta dovesse riemergermi da dentro, e distillarsi, goccia a goccia cremosa emessa da un me sconosciuto.

Ho sempre saputo fosse così, ma non ho mai capito il mistero che rappresento a me stesso. Talvolta per lampi credo di capire e poi di colpo non so più chi io sia.

Ho il ricordo di una pellicola che iniziava con un amplesso vissuto attraverso la polpa e il succo di un cocomero: lei teneva tra le cosce il frutto squarciato, rosso sino all’osceno, e lui da lì mangiava.

Era notte, una notte urbana zeppa di luci e di elettricità, di neon ronzanti, di corridoi stretti verdognoli e di strade torride, piene solo di solitudine schifosa, resa più squallida dal colore delle illuminazioni.

Ma dentro, era tutto un altro divenire.

E lei si contorceva e cercava un appiglio per sfuggire al bene, a un piacere in lenta avanzata, come un nemico, dopo la venuta del quale occorrerà fare i conti con se stessi e chiedersi nuovamente: io chi sono?

Cos’è che mi manca?

Io perché nel mezzo di questa notte andata, non ancora luce, non più del tutto buio, perché devo dolorare per tutto ciò che nel tempo incalcolabile mi è passato sopra, perché non saper essere leggeri, presi in un volo leggero, profumato, ci pensi?, in una sera di prima estate.

Questo lieve martellare alle tempie invece ci inchioda, facendoci così tanto pesare più giù, sulla terra, sui pavimenti più duri. E questi pavimenti visti dal basso con le guance adagiate sul fresco nemico ci offre la fuga prospettica delle cose, pronta a farci minimi. 

Ma è allora che una voce sconosciuta viene improvvisa a prenderci, a sollevarci insieme, leggeri più leggeri, le braccia cadute nel vuoto, e dice di portarci in un lontano così prossimo, così mio, tuo, da sembrare la nostra vita tra poco, poche ore forse, pochi anni, poco, quanto basta a dimenticarsi tutto il bene desiderato, e in quella ricerca cieca scordarsi di esistere.

Chiudi gli occhi anche tu: lo vedi? è mattino, oramai.

Tra poco sentiremo gli altri cominciare nuovamente la danza, mentre noi finalmente resteremo a riempire le nostre fondamentali assenze.

Appoggiami le labbra sulla bocca, senti? Ci sono, sono umido ancora sotto questa parvenza di gesso, e la mia lingua sa volere.

Accompagnami nel sonno ora, vieni nel vortice amato, in cui tornare ad amare il desiderio di amare.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.