Storia di una ballerina italiana a New York

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Come si può trasformare la divorante passione per la danza coltivata fin da bambina in un sogno che ti porta a New York?

La risposta sta nella particolare carriera di Vera Paganin, 23 anni, milanese. Da ormai tre anni sta prendendo a morsi la Grande Mela, danzando in una compagnia prestigiosa e insegnando tecnica Graham alla  “Talent Unlimited High School” nell’Upper East side di Manhattan (e facendo, in più, sostituzioni di colleghe docenti in altre accademie, come la Petrov’s Academy in New Jersey).

In cosa sei impegnata, Vera, in questo periodo?

«Attualmente sto lavorando su una dimostrazione della tecnica Graham che i miei studenti della Talent Unlimited High School porteranno in scena proprio al Martha Graham Studio Theatre. Per me è un evento molto importante e soprattutto emozionante. Con la Alison Cook Beatty Dance, invece, stiamo preparando delle nuove coreografie per una serie di spettacoli che andranno in scena in estate, e ho instaurato una collaborazione con Marcela Corbellini Duarte, la quale sta costruendo uno spettacolo che è un mashup di danza, circo e musica dal vivo. Oltre a tutto ciò continuo a insegnare, prendere lezioni e a espandere le mie conoscenze».

Per arrivare dove? Qual è la tua nuova sfida professionale?

«Farmi conoscere e costruire collaborazioni più a lungo termine, avere la possibilità di esibirmi anche in altre aree negli Stati Uniti e in altri continenti, continuare a condividere l’arte della danza e della tecnica Graham alle prossime generazioni di giovani ballerini».

A proposito, come vive una giovane ballerina italiana a New York?

«Vive sul momento, ma con saggezza. Ogni giorno è una nuova sfida, New York è una città faticosa da cui si deve tirare fuori il meglio se la si vuole apprezzare. Non alienarsi è uno sforzo continuo per rimanere sani di fisico e di mente, ma nella mia indipendenza ho trovato luoghi dove “tornare a casa”, e uno di questi luoghi è la sala di danza».

Come sono i rapporti con i colleghi? Invidie, gelosie, solidarietà?

«Fortunatamente nella danza moderna ho trovato un ambiente in cui ci si dà supporto a vicenda. Sentimenti negativi non sono ben considerati per il tuo bene personale e per gli altri, e nonostante la competizione si cerca di aiutarsi l’un l’altro, anche e soprattutto in un contesto lavorativo. Siamo sullo stesso piano, puntiamo in alto e la speranza è che ce la facciano tutti. Qui negli Stati Uniti ho avuto un’esperienza positiva sotto questo aspetto».

Vera Appalachian Spring Graham Met Museum

Rispetto all’Italia pensi che ci sia più meritocrazia?

«Sì e no. Come ho già detto, farsi conoscere è importante. I direttori vogliono vedere chi sei tu, e non solo quanto sei bravo. Inoltre, molte volte le compagnie sono limitate nella scelta perché cercano con assoluta precisione un genere preciso di danzatore (alto, basso ecc.). Ma una cosa è sicura: il tuo talento verrà notato prima o poi».

Quali sono stati i passaggi principali che ti hanno portata negli Stati Uniti?

«Da quando ero piccola New York mi ha sempre incuriosita. A partire, come può apparire scontato, dai film: tutti hanno presente, ad esempio, la serie televisiva Fame. Il fatto che la Martha Graham Dance Company fosse negli States ha influito tantissimo sulle scelte che ho fatto dopo essermi ripromessa di fare questo grande passo, a tutti i costi. La mia Maestra Elena Albano mi ha attivamente incoraggiata dal momento in cui l’ho resa partecipe del mio sogno, e le borse di studio per la Henny Jurriens e la Martha Graham School hanno illuminato il mio cammino dicendomi: “Sei sulla strada giusta”».

Qual è il tuo vero traguardo?

«Arrivare dove tutto è cominciato, alla Martha Graham Dance Company. Non smetterò mai di provare a salire quella scalinata che mi porterebbe al mio “idolo d’oro”. Tuttavia, potrebbe esserci qualcosa d’altro in serbo per me, e qualsiasi cosa sia lo aspetterò a braccia aperte».

Vera Clytemnestra Graham ph by Olga Makukh

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Redazione
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