Nella moschea ideale, siamo nell’altare totale, che comprende terra e cielo e abbraccia ogni possibile idea che si possa avere di dio. Quell’idea combacia con l’idea dell’uomo ideale.

Chi è l’uomo ideale se non l’ideale dio privato di ogni privilegio superiore.

Ed eccoci in questo freddo nuovo a guardare la tua foto come ultima testimonianza di un passaggio avvenuto ed ora infine terminato.

Ora sei un trascorso. Qualcosa che ci toccherà sforzarci di definire, ben sapendo che solo l’essere in vita definisce, il resto no.

La tua è una fotografia in bianco e nero, perché il contrasto ti si addice.

Ti si addicono di più però le sfumature che dal nero più fitto conducono al bianco. Perché tu sei soprattutto in quelle zone gradate delle tue immagini.

Sei nelle debolezze che contribuiscono più di altro a dare di te la tua verità.

Ma oggi non è triste il fatto che alla fine anche tu te ne sia andato, bensì che potesse sembrare unico il tuo modo di essere, quando invece un uomo vero dovrebbe essere la norma.

Solo in un mondo sbagliato chi è giusto diviene eccezione.

E la tua grandezza non era tanto nella forma, nella potenza del tuo pugno o nell’ampiezza del torace, non era certo l’elasticità con la quale potevi saltare da una parte all’altra davanti a un avversario deridendolo, quanto nel pensiero.

È questo a essere curioso, questo a essere unico.

Che il mondo intero abbia detto di amare un pugilatore, uno che nella vita tirava dei pugni, non è strano solo perché quel pugilatore è stato prima di tutto una persona integra, e non se ne è mai dimenticato.

Molta gente dice di amarti, lo diceva anni fa, lo dice ancora oggi. Ma non è stato sempre vero. Lo hanno detto potenti capi di stato, uomini di spettacolo, imprenditori, e ti hanno adulato nei salotti bene, gli stessi che avevano guardato con disprezzo e orrore alla povertà e alle differenze razziali. Gli stessi che con mano nascosta alimentavano l’emarginazione, l’isolamento, l’impotenza di troppi, a esclusivo vantaggio di pochi eletti.

Non era amore e tu lo sapevi.

E non sei stato riamato rispetto a quanto tu hai saputo amare.

Perché amare può voler dire solo partecipare del dolore di altri.

A tuo modo tu lo hai fatto, e molti altri invece no.

Quando hai rifiutato di appoggiare la guerra in Vietnam, spiegando lucidamente che tu non saresti andato a sparare sulla povera gente che era uguale alla povera gente di casa tua, non ti hanno capito, sei stato denigrato, ti hanno tolto la medaglia, considerato nemico dell’ideale di un’America che voleva credere di poter governare e intervenire a piacimento su tutto il globo. Non capirti faceva parte di un disegno preciso: secondo una formula riproposta più volte dalla storia, ritenevano più opportuno non capirti, più fruttuoso considerare anche te un traviatore delle masse.

Del resto le medaglie vinte in nome dell’America da un arrogante ragazzo di colore a cui non basta arricchirsi per starsene zitto, erano già state scomode in passato.

E tu a tuo modo gliela avevi fatta pagare.

Quindi ti hanno ostacolato in molti modi, ma questo non è bastato a far cambiare idea alle moltitudini di neri che ti sentivano come uno dei loro, né a quella parte di mondo che, sempre troppo debolmente, sorride alle cose giuste.

Così più avanti ti sono stati lo stesso tributati vigliaccamente gli onori che si devono a un vincente, perché tu piuttosto che sul ring, vincevi sulle cose della vita, proprio come un uomo normale che non si sottrae al compito dell’empatia, della partecipazione, con tutto se stesso.

In giovinezza ti hanno descritto come un eccentrico presuntuoso, è passata a lungo l’immagine di un ragazzone che sapesse farsi strada con i muscoli e l’arroganza, giusto per non vedere che, nel tuo caso almeno, muscoli e pugni, smorfia di rabbia e sguardo arcigno sono stati come non mai il segno di una carità profonda.

Si può lottare contro le ingiustizie da un ring?

A volte, sì, in casi rarissimi e alti.

Un poeta cantore francese, che non hai mai conosciuto, ma che ti sarebbe molto piaciuto come credo tu sia piaciuto a lui, in una canzone sugli anarchisti avrebbe scritto che sono gente che non si sottrae “se dai calci in culo c’è da cominciare”.

Quei calci nel culo del perbenismo, dell’elitarismo, dell’apartheid, dei conflitti in nome del profitto, della ricchezza spropositata e priva di attenzione verso chi non ha nulla, tu li hai saputi dare.

Sei stato molto ricco a tua volta, ma senza essere mai odiato o invidiato per questo. Non c’era un derelitto, nero o bianco che fosse, che invidiasse i tuoi soldi. Per loro eri un prezioso esempio di come si possa realizzare il miracolo del riscatto, e da parte tua non ti sei sottratto nell’appoggiare la causa dei perdenti.

Sembrava che almeno nel tuo caso la vita avesse fatto un’eccezione.

In una delle interviste al microfono del piccolo giornalista italiano Minà, alla metà degli anni settanta, tiravi pugni persino alla macchina da presa di chi ti intervistava. Ma quel giornalista piccolo e tondo che sin dall’inizio ti ha riconosciuto grandezza e umanità uniche seguendoti per anni ovunque, non ha mai temuto i tuoi pugni santi.

Sapeva bene che i pugni non si devono solo saper dare, ma occorre soprattutto sapere verso chi sferrarli.

Quando poi sei caduto ammalato, e gradualmente si è spenta la tua esuberanza vitale, al suo posto è rimasta la carità.

Tutto il mondo ti ricorderà lento e sofferente accendere un braciere olimpico qualche anno fa, ma il fuoco tu lo avevi già appiccato da ragazzo alle troppe coscienze ridotte al lumicino, e il tuo gesto è stato un ennesimo cazzotto  alla sofferenza, perché tutti ne accogliessero la grazia e si sentissero meno soli, meno disperati se anche un uomo così poteva alzare potentemente la testa dalla disperazione e dire: c’è un fuoco che non si spegne mai.

Da oggi possiamo solo guardare la tua fotografia in azione, il tuo ghigno sprezzante, sapendo di poterlo ritenere alto quanto uno sguardo d’amore.

Non riposare mai, Muhammad, sai che ci sarà sempre bisogno del tuo ritorno salvifico nell’alienato che è in ciascuno di noi.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.