Gli Afterhours rinascono dalla sofferenza

Un grande disco, sulla vita e sulla morte, a sancire una rigenerazione che ha già lasciato il segno.

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Folfiri o folfox
degli Afterhours
(Universal)

Dare un voto a un disco degli Afterhours non è compito facile. Non è mai facile, ma per gli Afterhours il discorso si fa ancora più complicato. Ogni loro disco è pregno di liriche e musiche sopra la media. Anni fa, il compilatore della loro scheda sul Dizionario Pop Rock della Zanichelli, aveva risolto la questione assegnando il massimo punteggio, equivalente a capolavoro, a ogni loro album da Germi in poi. Nelle edizioni successive, altri compilatori hanno ritoccato il giudizio riportandoli a condizioni più «umane».
La storia degli Afterhours inizia nell’ormai lontano 1989 con All the Good Children Go to Hell, quando ancora sembrava un obbligo cantare in inglese. Ma guarda caso la loro affermazione inizia quando iniziano a usare testi in italiano. Quando incidono Germi, dove uniscono melodia e rabbia, con canzoni come Dentro Marylin, ripresa perfino da Mina, e quando abbracciano la canzone italiana riproponendo Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano.
Il dado è tratto e Agnelli andrà oltre con il successivo Hai paura del buio? uscito nel 1997, questo forse sì capolavoro, tanto che nel 2014 l’album è stato ripubblicato, rivisto e risuonato.
Oggi gli Afterhours tornano al disco di nuove canzoni, l’ultimo è stato Padania del 2012, ma stavolta tante sono le novità, cominciando dalla formazione. Due elementi hanno lasciato il gruppo, il batterista Giorgio Prette, che era con Manuel da tantissimi anni, e il chitarrista Giorgio Ciccarelli. Entrano in formazione Stefano Pilia, chitarrista dei Massimo Volume e turnista live recentemente al servizio di Rokia Traoré, e Fabio Rondanini, batterista già con i Calibro 35.
Ora gli Afterhours pubblicano Folfiri o folfox , un album sofferto e a tratti malinconico, comunque ricco, denso, con tanta voglia di riemergere. E già il termine malinconico potrebbe non essere adatto, perché Manuel Agnelli ha dovuto affrontare non poche difficoltà personali in questi anni. Oggi però può dire: «Voglio essere felice e non me ne frega più un cazzo se è la cosa più banale del mondo».
Infatti Folfiri o folfox null’altro sono che il nome di trattamenti di chemioterapia. Su questo argomento anche Ti cambia il sapore, brano firmato in gruppo che lascia il segno e fa tremare i polsi: «…e cambia quello che sei/qui non ne ho bisogno ormai» e ancora: «credo alla storia di Dio/perché il mostro non sono io». A suonarlo Manuel Agnelli alla voce e chitarre, Roberto Dell’Era al basso, Rodrigo D’Erasmo al violino e archi, Stefano Pilia chitarre elettriche e Fabio Rondanini alla batteria. Un argomento tabù che Manuel e soci portano coraggiosamente in una canzone, come aveva fatto Nanni Moretti nel film Diario. E questa non è la sola canzone che porta a riflessioni profonde.
In questo album in vari brani, viene utilizzata la parola «Dio»: «Dio fortuna e trans» e ancora «Se non vuoi credere a Dio», oppure «che tu sia Dio» e «chi si converte a Dio». Dio scritto sempre maiuscolo, una costante che Manuel pone tra le cose importanti, per continuare a credere in una vita che comunque richiede di essere vissuta e lui non si è mai tirato indietro.
E che dire di Grande, il brano d’apertura che mette già le cose in chiaro. Manuel canta in maniera davvero toccante e quasi grida: «Tu giurami che noi/non moriremo mai/Questo puoi farlo?». Poi ci sono anche le ballate decisamente rock, come Il mio popolo si fa e Non voglio ritrovare il tuo nome, brani che piaceranno a tutti i vecchi fan, che le canteranno in coro nei prossimi concerti, quelli che gli Afterhours inizieranno in luglio da Genova (8), Avezzano (10), Milano (14), Torino (15), Reggio Emilia (16), Roma (19), quindi si passa ad agosto con Treviso (6), Lignano Sabbiadoro (8), Tindari (10), Ragusa (12), Lamezia Terme (13), Empoli (27) fino a Cagliari il 3 settembre.
Altri brani, tanti, tutti da scoprire, da riascoltare, un paio strumentali, e infine il voto, un otto pieno, convinti che sia un grande album, un album che pesa, non pesante però, nonostante sia doppio e lungo 18 tracce, da ascoltare integralmente.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).