The Neon Demon. Bella da mangiare

Un tipico prodotto di Refn scambiato per un film sul mondo della moda

72
0

The Neon Demon
di Nicolas Winding Refn
con Elle Fanning, Karl Glusman, Jena Malone, Bella Heathcote, Abbey Lee
Voto 7+

Minorenne, bella, inquietante, senza genitori, fotografata da giovane fotografo dilettante innamorato, approda in squallido motel di Los Angeles e in un attimo fa carriera come modella. Irraggia bellezza, strega i fotografi, suscita invidia. Tutti vorrebbero la sua bellezza, il suo corpo, la sua carne. Sembra la candidata a una sparizione cruenta da cronaca nera. Troppo facile. Nicolas Winding Refn parte dal classico e poi a un certo punto svolta a modo suo e trova strade nuove, secche, crudeli, demenziali e ironiche. È successo con Pusher, Valhalla Rising, Bronson e pochi se ne erano accorti. È successo con Driver e se ne sono accorti tutti (perché Driver era il suo film addomesticato…). È successo con Solo Dio perdona e tutti si sono seccati, con questo Neon Demon a Cannes si sono infuriati. Ma non è un film, Neon Demon: è una serie di quadri animati di un’istallazione di arte contemporanea. Sta ancora nei cinema per un equivoco lento a morire. È composto di tele svuotate di luoghi chiave (la discoteca, il motel, l’agenzia, lo studio, la villa gotica, la piscina), di citazioni per dire che è “un horror raccontato come una favola per teenager” (il puma in camera arriva da Il bacio della pantera? Keanu Reeves in un film di modelle vampire serve a ricordare che era Jonathan Harker succhiato vivo nel Dracula di Coppola?), di tanto sangue finto e vero (c’erano mari e cieli di sangue nei film precedenti di Refe), di cortocircuiti (voglio tutto di te? ti mangio) e di una certa ironia dello sguardo a tutti gli effetti indigeribile: qualcuno vomita un occhio (sguardo indigeribile, occhio vomitato). C’è anche una scena di necrofilia lesbica molto fredda (come una camera mortuaria). Questo magari attira spettatori in cerca di emozioni. Poi ci sono le spiegazioni da festival: un film sulla bellezza rubata? sul mondo cannibale della moda? sulle perversioni di quell’ambiente? E perché non un dibattito sull’anoressia come forma di antropofagia? I film normali, sì: potrebbero dire queste cose. Ma a Refn forse non importa: usa le giustificazioni morali come usa la fotografia glaciale e geometrica e la musica del Moog riportato a sirena come negli anni Settanta. Il tutto nel vuoto. A ben guardare la ragazza non sembra una modella, non sembra minorenne, non sembra neppur così bella e Los Angeles è proprio un fondale. Il trucco sta nel fartelo credere. Ma non è più cinema e non è ancora un’altra cosa…

CONDIVIDI
Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori