Each man kills the things he loves

Oscar Wilde

Si può uccidere per amore?

Si può uccidere il proprio amore per amore?

Si può vedere la dipendenza come condizione assoluta e immutabile senza la quale non ha più senso vivere?

Si può capire e immedesimarsi in chi agisce in modo fatale in nome del presunto amore?

Si può davvero credere che uccidere sia una delle possibili conseguenze dell’amare?

Ma che cos’è questo amare. Esisterà così come io credo che sia, o non sarà piuttosto qualcosa in cui, come dio, sento solo il bisogno di credere. I quesiti di diversa natura che ci poniamo, adattabili a un numero imprecisato di variabili, contengono invariabilmente gli stessi due elementi: amore e morte.

È certo solo che dal più lontano gesto umano sino a noi, attaccamento e disperazione sono sposi.

Sono Eros e Thanatos, sono il bene e il nulla.

Un abbraccio in cui il concetto di e di altro da sé sfuma tra i nostri umori fisiologici e l’indefinito.

E chi è questo altro al quale mi unisco? In quale forma io entro, da quale forma sarò penetrato e fino a quale profondità.

Il tema della compenetrazione e dell’unione di ciò che in natura nasce diviso ha attraversato i secoli e le civiltà.

Platone, che riporterebbe Socrate, nel Simposio, duemila anni prima di Cristo cita il mito delle due metà che vagano desiderando la completezza.

Qualcuno ci crede. Qualcuno crede di riuscirvi.

Qualcuno vuole credervi sino al punto da non riuscire ad accettare il fallimento fondamentale che sta alla base di questa chimera.

E se per qualcuno l’impossibile raggiungimento dell’unione trova un compimento nell’annientamento dell’amato, oppure dando e poi dandosi la morte come rifiuto di un’esistenza diversa da ciò che si è creduto come quella ideale, è segno che non possiamo ancora dirci pronti. Non ancora pronti ad amare. Siamo ancora malati.

Il problema che ci ammala è mentale, è un errore di pensiero, e accettarlo è necessario.

Dovremmo accogliere il fallimento dell’unione assoluta e immutabile come un dato di fatto, e di più, dovremmo saperlo già prima di tentare. Saper intravedere in questa impossibile realizzazione la vera bellezza che si cela nell’incontro.

Sapere che l’assiduità annulla l’emozione.

Io devo sapere che sfiorarti mi è necessario solo perché so anche quanto questo momento possa non più verificarsi, quanto potrei per mille ragioni non essere più cosa che ti riguardi, né tu essere più cosa alla quale io possa pensare di assimilarmi.

Questa certezza del finire deve fare delle mie mani veicoli per il più dolce contatto con un te che non so che sia, e delle mie labbra, della lingua strumenti di una conoscenza che mi sfuggirà proprio mentre l’assaporo. Del mio e del tuo sesso due cartilagini che possono solo sporgersi, raggiungersi e vibrare in un disperato annullamento di tempo e spazio, prima di ricadere ciascuna su se stessa.

Devo imparare a concepire la separazione come cosa giusta e naturale. È un male ragionevole, consueto. 

Aggrapparsi al nulla non si può.

In amore si stringe la bruciante inconsistenza di cui è fatta grande parte di noi.

Perché è di nulla che siamo fatti, io e te: siamo due nulla che intendono inventarsi l’uno per l’altro, e crederci è bellissimo, ubriacante, ma infine è vero che pure questa vertigine finirà.

Per questo non perderò un istante, non una sola occasione per essere con te e tu, potendolo sapere o anche solo intuendolo, io lo so, così farai per me. Se considerassimo quanto poco si rimane in vita, sapremmo che non vi è un millesimo di secondo da sprecare per tentare l’impresa sovrumana del conoscere. Va fatto ora, mentre io lo scrivo, e mentre lo leggi tu. Va fatto.

Perché realizzare che la bellezza è imperfetta si può saperlo solo sperimentandola finché si può. L’esperienza è l’unico insegnamento che abbiamo, e questa ci unisce più di qualunque altra cosa, e ci farà sentire uniti anche quando non lo saremo più.

Vedo coppie di individui perfettamente estranei l’uno all’altra pur avendo concepito insieme dei figli.

Possibile? Possibile.

Nessuno dei due è mai stato presente a se stesso. Il concepimento è avvenuto per puro caso, per fatale contatto biochimico, ma lui o lei, lei o un’altra, lui o un altro, non sarebbe stato diverso.

Ne vedo altre invece unite anche a distanza, e vedo che la separazione non li ha mai divisi.

È più alto e nobile fare scelte liberate da ogni limite, consapevoli del fatto che la permanenza del contatto genera insensibilità, e che la transitorietà del bene è in sé la sua stessa bellezza.

Però posso dirti con fiducia: col passare degli anni il numero di delitti d’amore è diminuito, in qualche modo le cose vanno sempre a migliorare.

Tuttavia ora se ne fa una faccenda da striscioni o drappi retorici stesi all’aperto, o di improbabili marce contro non si sa chi. Contro sé stessi, probabilmente, visto che non vi è altro nemico.

Allora a chi cerca solo di raccattare facile consenso mascherato da senso civico di quart’ordine, io dico: superiamo tali idiozie, giacché mentre non si può protestare verso un’inclinazione mentale sbagliata come fosse un nemico intenzionale e concreto, si può invece correggerla realizzando che la soluzione è solo quella di aiutare le persone ad essere se stesse, consapevoli, presenti ed elastiche, e non più delle cose viventi inerti e abbandonate alla misera legge del caso.

I delitti d’amore, i delitti di genere, i femminicidi o come volete chiamarli, miei finti indignati, sono una condizione umana fondata sulla miseria interiore, così come lo sono molte altre debolezze di chi non ha avuto gli strumenti per sapere chi è, e non ha saputo soprattutto quanto in alto potrebbe invece spingersi. Possiamo fare qualcosa, farla ora, farla sempre.

Sono i maschi specialmente a compierli? Si capisce, noi maschi abbiamo sin dalla nascita qualche lacuna in più da colmare.

Ma questo non esime noi come nessun altro dall’impegno dell’emancipazione.

Alcuni precedenti:

Giorgio Scerbanenco scrive tra il 1948 e il 1952 una serie di racconti sul tema dell’amore che finisce in sangue. Viene pubblicato nel 2002 col titolo “Uccidere per amore”.

Sergio Endrigo pubblica nel 1962 il brano “Via Broletto 34” in cui un uomo ammette: “L’amore mio non si sveglierà/Ora dorme e sul suo bel viso/C’è l’ombra di un sorriso/Ma proprio sotto il cuore/Ha un forellino rosso/Rosso come un fiore/Sono stato io/Mi perdoni Iddio/Ma sono un gentiluomo/e a nessuno dirò il perché”.

Rainer Werner Fassbinder firma la sua ultima e lirica opera cinematografica poco prima di morire in circostanze poco chiare nel 1982, dal titolo “Querelle de Brest”, tratta dal romanzo omonimo di Jean Genet. Una storia torbida, di ricerca di sé attraverso amori omosessuali, bordelli, delitti nei bassifondi di una città portuale. La canzone che accompagna l’opera, scritta da Peer Raben su un testo di Oscar Wilde e cantata da Jeanne Moureau, è “Each man kills the things he loves”: “Eppure ogni uomo uccide ciò che ama,/e lo sappiamo tutti:/gli uni uccidono con uno sguardo di odio,/gli altri con parole carezzevoli,/il vigliacco con un bacio,/l’eroe con una spada!/ Taluni uccidono il loro amore, quando sono ancora giovani,/altri quando sono già vecchi,/certuni lo strangolano con le mani del desiderio,/altri con le mani dell’oro,/i migliori si servono d’un coltello,/affinché i cadaveri si gelino prima./Si ama eccessivamente o si ama troppo poco,/l’amore si vende o si compra,/talvolta si compie il delitto con infinite lacrime,/tal altra senza un sospiro,/perché ognuno di noi uccide ciò che ama/pur senza morirne.”

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.