Sigmar Polke, emozionante, a Palazzo Grassi

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Zirkusfiguren

Sigmar Polke
Palazzo Grassi, Venezia
Fino al 6 novembre 2016

Il miliardario Pinault (champagne, alta moda e altri lucrosi prodotti di lusso) ha fatto di Venezia la vetrina della sua passione per l’arte contemporanea: alla Punta della Dogana espone le sue collezioni, a Palazzo Grassi ospita mostre di grandi protagonisti (di cui possiede, spesso, opere importanti). È il caso di Sigmar Polke.
Polke appartiene a quel gruppo di artisti tedeschi che, insieme alla Transavanguardia italiana, recupera tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta quel desiderio di una pittura terrestre, realistica dopo la lunga stagione del Minimalismo, dell’Espressionismo Astratto, dell’Arte Povera e in palese antagonismo alla reazione figurativa della Pop Art americana. Artista ironico fin quasi al sarcasmo esordisce con Gerard Richter alla metà degli anni Sessanta con la mostra Realismo capitalista, irridente parodia del sovietico Realismo socialista. Ma ancora più efficaci dei giochi di parole sono le opere che Polke realizza in netta polemica con la poderosa macchina da guerra americana, che si era presentata in Europa alla Biennale di Venezia del 1964. E quindi dipinge grandi tele facendo uso del retino tipografico (il raster) ma – a differenza di un Roy Lichtenstein o di Rauschenberg – in un rigoroso, e inquietante, bianco e nero che, anziché riprendere fumetti o prodotti di largo consumo, descrive momenti di vita quotidiana in modo essenziale (interni, spiagge affollate, paesaggi urbani) e con un taglio da severo quotidiano tedesco.
Kathreiners Morgenlatte (Erezione mattutina di Kathreiner, 1969-1979), esposto in mostra, è un vero e proprio manifesto della sua poetica. Un interno alla Richard Hamilton realizzato con le tecniche che gli saranno più congeniali: il raster, carte e stoffe da parati stampate, fotografie, frammenti di legno, oggetti trovati, pennellate e interventi da street-artist.

Apprendista in un laboratorio di pitture su vetro a Düsseldorf, poi allievo di Beuys, la sua ricerca è costante, ossessiva, incessante: e nella mostra sono coerentemente esposti i suoi quaderni di schizzi e, soprattutto, le serie di prove cromatiche (Ohne Titel [Farbprove]) degli anni Ottanta. È opportuno avvicinarsi ai quadri per apprezzare l’ossessività, la meticolosità di una ricerca eccezionale che genera capolavori come Conjunctio (1983), in cui compare su una base di tessuti prestampati e pennellate astratte, un’immagine ispirata all’iconografia sette-ottocentesca, e Leonardo un’opera puramente astratta in cui si mescolano i colori “basilari” del maestro toscano.
Nel 1986, proprio a Venezia, alla Biennale, il suo progetto artistico giunge a una sintesi con il progetto “Athanor”. In mostra sono proiettati i video dell’allestimento (insieme alla fotografia una costante della ricerca dell’artista).
La rottura dell’86 è evidente: la ricerca si fa più astratta in opere come Indigo (un dipinto di 3 metri per 5 realizzato con pigmenti e cloro su cotone del 1986) o Lapis Lazuli II (1994); o, viceversa più esplicitamente politica (Mani [che si coprono] del 1986 o Profughi del 1992).
A mio avviso il momento più alto si raggiunge quando questa ricerca cromatica, tecnica ma anche interiore, sociale, politica, genera le sue opere probabilmente più inconsce, oniriche, introspettive, alchemiche: Jeux d’enfants (1988), Nostradamus (1989), l’installazione della Laterna Magica (1988-92), i dipinti dedicati a Hermes Trismegistos (ripresi da una tarsia del pavimento del duomo di Siena), Zirkusfiguren (2005), la serie Vedere i raggi che riprende le incisioni dell’Oculis Artificialis Teledioptricus, pubblicato nel 1695 da Johannes Zahn, l’inventore della camera oscura. Quest’ultima serie pare il risultato di una seduta di autocoscienza: i grandi dipinti partono dalla proiezione – spesso distorta in un procedimento xerografico – delle incisioni per approdare a un risultato quasi psicanalitico: strati di pittura, di vernice, di colori su tele ricoperte da schermi di poliestere che distorcono ulteriormente le immagini.
A chiudere la mostra – ma li si incontrano già al pianterreno in un allestimento mozzafiato – i dipinti della serie Età assiale (ispirati alla teoria di Karl Jaspers), in cui pigmenti e resine si spandono in immense tele bruno violacee. Sono opere realizzate tra il 2005 e il 2007. Emozionanti.
L’artista muore il 13 giugno 2010.
www.palazzograssi.it/

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.