Kentridge al muro e Banksy al museo

160
0

“Triumph and Laments”
Piazza Tevere
Roma.

“Triumph and Laments: a project for Rome”.
Macro, via Nizza, Roma
Fino al 2 ottobre
www.museomacro.org

“Guerra, Capitalismo e Libertà”
Roma, Palazzo Cipolla
Via del Corso
Fondazione Terzo Pilastro 150 opere di Banksy
Fino al 4 settembre
www.warcapitalismandliberty.org

Triumph and Laments: a project for Rome. Un gigantesco fregio lungo 550 metri, con figure che raggiungono i dodici metri d’altezza. A Roma, tra ponte Mazzini e Ponte Sisto (tra Regina Coeli e Trastevere). A realizzarlo non è uno street artist, ma uno degli artisti più affermati del firmamento degli ArtiStar: il sudafricano William Kentridge. Nato nel 1955 a Johannesburg figlio di due celebri avvocati difensori delle vittime dell’apartheid, di famiglia ebraico-lituana, Kentridge è un artista a 360°. Dopo una lunga esperienza nel teatro (che rimane una delle sue espressioni predilette) a Parigi, diventa art director e attore di serie televisive, autore di originalissime animazioni, pittore, illustratore, videomaker. Nel 2011 firma la regia del Flauto magico alla Scala.
A Roma ha realizzato (si è inaugurato il 21 aprile, per il capodanno romano) questa opera kolossal: una storia illustrata dei miti della città eterna.
In questa “pittura” di 6 km2 si esprime il senso della capitale di un uomo colto: un intreccio di miti, fatti storici, immagini d’arte, di cronaca, di cinema.
Ad aprire la lupa capitolina e Remo assassinato (Kentridge, sudafricano, militante antiapartheid, sa bene che alla base di ogni impero, di ogni potere, di ogni ricchezza c’è un bagno di sangue). Poi, la sequenza – interiore e solo a spanne cronologica – in cui l’artista esprime la sua privata mitologia della città: l’arcangelo Michele che sta alla sommità di Castel Sant’Angelo, l’asino papa (una leggenda luterana dell’epoca della Riforma), il Giordano Bruno di campo dei Fiori, il Geremia di Michelangelo, l’Apollo e Dafne di Bernini, la crocefissione di San Pietro, Cicerone, Roma vedova (dal “Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola” di Dante) e poi i cavalieri, tragici ed esilaranti: il centauro romano, il Marco Aurelio, Mussolini, un Vittorio Emanuele su un cavallo da palestra, Garibaldi e Anita. Poi un’inquietante Renault, l’R4 dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, la deportazione degli ebrei dal ghetto il 16 ottobre 1943, una barca di profughi, il corpo straziato – colto in uno scorcio mantegnesco– dell’adorato Pasolini, il primo bersagliere che entra a Porta Pia. E ancora Anna Magnani in Roma, Città aperta, e Marcello Mastroianni e Anita Ekberg che si abbracciano non nella mitica fontana di Trevi, ma in una domesticissima e scalcagnatissima tinozza da bagno. Queste e altre icone contornate da uccelli, da un toro, da scheletri della lupa e di cavalli.
Ho scritto prima “pittura”, tra virgolette. Perché in realtà non si tratta di pittura. Questa fantasmagoria è la pelle della città, la sua carne. E le immagini, il nero delle silohuette è la sporcizia di Roma accumulata in secoli nei muraglioni lungo il fiume: le sagome emergono dalla pulizia degli spazi bianchi con una classica tecnica a stencil. E il fregio, proprio come un gigantesco graffito durerà quanto piacerà agli agenti atmosferici, allo smog, ai romani, ai loro writer. Miti e topoi hanno già iniziato il loro lento e inesorabile processo di dissoluzione.

I bozzetti, alcune silhouette utilizzate per gli stencil, la documentazione video dell’intervento si trovano in una bella mostra al Macro di via Nizza.

Upside down
Proprio mentre il celebratissimo Kentridge lascia teatri, raffinate gallerie, musei per misurarsi con un’opera all’aperto e si “prende la città” (si sarebbe detto), il più misterioso, irriverente, applaudito artista urbano del mondo, Banksy, dalle periferie di Bristol, dai muri di Gaza, che lo hanno reso (giustamente) famoso, viene esposto in uno dei più paludati e rigorosamente istituzionali luoghi della città: a Palazzo Cipolla si tiene la mostra “Guerra, capitalismo e libertà” 150 opere di Banksy – rigorosamente di collezioni private – nella sua prima mostra italiana. Non so quanto sia coinvolto l’artista e, se come penso, non lo sia quanto gli sarebbe piaciuto questo allestimento. Già all’ingresso un metal detector analizza i visitatori: e se il marchingegno continua a suonare – è inevitabile – ecco un “cop” di quelli che di lì a poco si potranno ammirare sulle pareti, che ti viene – gentilmente – a perquisire.

La sensazione oscilla tra esperienza da zoo e da laboratorio: in gabbia o in vitro nella mostra sfilano le immagini che hanno reso famoso l’artista. Una sequenza di sapore vittoriano dove si incontrano i luoghi banksyani per eccellenza: poliziotti, bambine, teppisti che lanciano fiori, scudi e scudetti, topi e topetti. Pochi originali (un po’ Warhol, un po’ Koons) e tante litografie tirate a 500, 750, 1000 esemplari degli anni d’oro (2003-2006 soprattutto). Insomma la primula rossa della street art era ben consapevole del valore del lavoro che stava facendo.

 

Per chi volesse vedere murales e graffiti in città (che ha una tradizione di comunicazione via mura di un paio di migliaia di anni) faccia un giro a Tor Marancia, a porto Fluviale (stupendo l’intervento di Blue) al Trullo.

http://www.turismoroma.it/cosa-fare/i-murales-a-tor-marancia

http://www.romadvisor.it/street-art-ostiense-roma-70-4023

 

 

 

 

 

 

 

 

CONDIVIDI
Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.