Lascia che sia

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Ho sempre pensato che uno degli aspetti positivi di un viaggio sia la riflessione che scaturisce da esso. Riflessioni che possono prendere strade differenti da quelle ordinarie, non necessariamente collegate con il percorso che stai facendo. Provo a fare un esempio: mi trovo in aeroporto, in uno dei mille tempi morti che un viaggio di questo tipo comporta. Ho dovuto fare un video a Manchester e mi trovo ad un’ora di macchina da Liverpool.

Liverpool. E tutto ciò che questa città significa. Ed è così che ho iniziato a pensare ed a riflettere sulle mille volte che John Lennon, Paul McCartney, Ringo Star o George Harrison hanno percorso quelle strade, a quante volte magari, sono stati in quest’aeroporto ed alle loro sensazioni o pensieri. Ma poi tutto torna sempre alla musica ed alle emozioni che essa genera. Ho pensato a Yesterday ed al fatto che è considerata la “canzone perfetta”: quella che vanta il maggior numero di omaggi, il maggior numero di passaggi radiofonici, uno dei simboli dei Beatles e di Paul McCartney in generale.

Ho un ricordo molto vivido di Yesterday, è stata infatti la prima canzone che ho amato dei Fab4. Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere quel ragazzino di 12 anni, a Londra, un po’ triste, ascoltare a ripetizione “One”, il primo CD che comprato dei Beatles. Ma credo anche che, nonostante la storia abbia messo determinate canzoni sopra altre, non si possano comparare le emozioni che un pezzo può regalarti. Ognuno ha un pezzo che “è suo”, che arriva dritto al cuore, lasciando, ogni volta, un segno indelebile sulla pelle.

Esiste anche la Mia canzone, quella che mi ha sempre emozionato, quella che tutte le volte che la sento dal vivo riesce a farmi lacrimare. Lacrime che non scendono per dei ricordi brutti che vorrei cancellare, ma lacrime che sono spinte da un’emozione così forte e vera che deve trovare un modo per uscire fuori con prepotenza. La canzone che, nonostante l’abbia sentita tante volte dal vivo, riesce sempre a farmi perdere la testa.

Il momento del concerto poi è unico, nonostante segua sempre la stessa routine: conosci gran parte della scaletta, è uno dei pezzi che non manca mai. Sai anche il momento esatto in cui verrà fatto. Ed allora, mano a mano che la serata prende forma parte un lungo conto alla rovescia. Conosci bene i due/tre brani che la precedono. E poi c’è quel momento magico, la fine, ad esempio, di “Back in the USSR”, perché sai che nel giro di pochi secondi Paul poserà il basso e salirà a suonare il piano. Un momento che vorresti ritardare il più possibile perché non vuoi che finisca, ma allo stesso tempo non vedi l’ora che arrivi.

Se chiudo gli occhi riesco a vedere tutta la scena. Paul ha sempre la stessa camicia bianca. si siede al piano, sugli schermi compaiono delle candele. Inizia a suonare.

Let it be.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.