Furio e il sesso dell’Orietta Berti

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Marco "Furio" Forieri

Marco Forieri, da tutti chiamato “Furio”, è l’altra faccia dei Pitura Freska, il disciolto gruppo reggae veneziano. Sassofonista, cantante, autore, è stato con il cantante-bidello Skardy una delle anime del gruppo e anche l’immagine più riconoscibile con la grande treccia a chignon rasta che gli sale dal cranio. Era lui che a Sanremo, l’anno dell’unica partecipazione dei Pitura al Festival con “Papa nero”, invece di festeggiare con cantanti e vip nei vari alberghi e ristoranti, prendeva il suo carretto autoamplificato e se ne andava in giro per le strade a portar musica per chiunque incontrasse e volesse far festa sul posto, tra la musica di Bob Marley e quella dei Pitura.

Dopo trenta anni di attività con i Pitura Freska e poi con gli Ska-J, Furio si è convinto a realizzare il proprio album solista, “Furiology”, uscito in questi giorni grazie ad Azzurra Music, la piccola etichetta veronese di Marco Rossi.

Si tratta di un vero e originale miscuglio di generi e storie, tutte scritte in veneziano e ambientate nel mondo di Forieri, mescolando in dieci brani reggae e ska, funk e pop, e sostenuto da un paio di video pagati grazie a una campagna di crowdfunding, il primo dei quali “Orietta Berti”, è già in circolo.

Cosa c’entri la cantante di “Finché la barca va” con Bob Marley ovviamente è la prima domanda che uno si può porre, ma “ho perso il sesso dell’Orietta Berti” è solo un gramelot che traduce ironicamente l’espressione “ho perso il senso dell’orientamento”. Un gioco comune, che richiama anche il dialetto in rima per assonanze e concetti dei londinesi, il rhyming cockney.

“E’ un modo per tenere viva la lingua – spiega Furio – anche a Venezia finché ci sono quattro abitanti e resiste lo spirito canzonatorio e pensante. Oggi si usano sempre meno parole, una lingua pianificata, e le forme dialettali vanno sparendo. I giovani parlano come in tv dove dominano romani e milanesi e senti dire cose fastidiose come ‘piuttosto che’ o ‘assolutamente sì’, ‘ovvio’, come si sono persi i congiuntivi perché a Roma non li usano, ma in Veneto ci sono eccome”.

La copertina di "Furiology"
La copertina di “Furiology”

Il disco è tutto scritto e cantato in veneziano (ben più comprensibile del rap dei neri di Harlem se uno si sforza un pochino…) ed è decisamente autobiografico: “In realtà il lavoro era nato con l’idea di fare tanti duetti con persone che conosco da tempo, come Skardy, Frankie Hi-Nrg, Caparezza, ma siccome oggi decidono i manager e non i musicisti, alla fine non se n’è fatto nulla e ho dovuto sopperire, scrivendo io delle parti rap, e scrivendo tutti i testi e le musiche. Ho fatto venti anni di reggae, tra Pitura e Ska-J, e sono contento di aver relizzato un disco che suona diverso, anche perchè oggi vedo tanti rinchiudersi in se stessi, facendo reggae di due accordi, un groove, e perfino cantanto in un inglese storpiato che imita la pronuncia dei giamaicani. Anche i temi sono sempre quelli, Babilonia, marijuana, poveri, politici, ma Bob Marley quelle cose le cantava 30 anni fa! Anche con i Pitura li abbiamo affrontati, ma ci mettevamo qualcosa di nostro, cantando cose come ‘Papa nero’ che sono ancora attuali ma che nessuno fa più”.

Il salto generazionale è cantato nell’ultimo brano ‘Fradei (fratelli)’ che segna le differenze fra il periodo creativo di chi è nato negli anni 50/60 quando tutto si poteva fare e la generazione successiva, che insegue solo il già fatto. “Le cover band c’erano anche negli anni ’60 quando i successi stranieri erano tradotti in italiano da grandi parolieri. Oggi tanti suonano pezzi di altri, perchè è quello che piace al pubblico, ma spesso si tratta di musicisti dopolavoristi, che non hanno il tempo di pensare a comporre cose originali. E per i locali va bene, costano meno, non si pagano contributi… Io stesso ogni tanto vado a suonare con i Pitura Stail, che rifanno i pezzi dei Pitura Freska,e che costano come me ma lavorano di più. Faccio l’ospite, ma onestamente, quando vedo che il loro cantante dice le stesse cose che dice Skardy nel disco “Olive” mi chiedo se non sarebbe meglio che si inventasse qualcosa di nuovo”.

Dieci sono i brani del disco, a partire da ‘Furio xe qua’ che è “una pasquinata sui problemi di Venezia oggi, l’acqua, il mose, il Comune, la politica, il tutto a ritmo jungle”.

‘Molesto’ è invece un ritratto del veneziano di Santa Marta, il quartiere popolare dove vive Forieri, “scritto passeggiando tra gli anziani e i bar, immedesimandomi in un abitante tipico che non si interessa agli altri, non ha regole, si considera meglio di tutti e prende sempre i pesci più grandi. Il classico ‘molesto’ coatto di periferia. In mezzo ho inserito un rap con rime di un artista del Lido scomparso sei anni fa, Fabio Valdo, che ho voluto ricordare con il permesso della famiglia”.

‘Gay Pride? Invece torna ad afrontare il reggae: “L’ho scritta di getto su un suggerimento melodico di Daniele Vianello che era perfetto per una canzone d’amore. Solo che, siccome il reggae è solitamente omofobo, io ho voluto parlare di un amore omosessuale, così è diventata la prima canzone reggae sull’amore gay. E anche un invito al sindaco Brugnaro, che come prima cosa ha tolto i libri gender dalle scuole, a portare il Gay Pride a Venezia per contrappeso”.

‘Orietta Berti’ è l’analisi di un disagio, quello che capita quando si perde il senso dell’orientamento: “Io sono onesto con il pubblico. Dico di essere un disadattato, senza la patente, e sono quello che sono anche con i miei difetti. Ma non ho perso il senso dell’orientamento”.

‘Carico’ racconta in maniera molto pop l’adrenalina di certi momenti che non deve però farti perdere il senso delle cose. “Posso essere ben carico ma questo non mi fa essere d’accordo con te se dici cosse che non posso capire. L’idea mi è venuta leggendo un libro di Roberto Calasso suul’io e il se, mentre il martellare di un operaio su di un muro mi faceva sembrare in discoteca”.

pitura freska
pitura freska

“Cosa fa l’amore” è una canzone romantica in stile Pitura Freska, “Stasera me fasso mal” richiama lo stile di Pino D’Angiò e gli anni della disco italiana:”La storia è quella di una ragazzina che fa una avance e io le rispondo che è dolcissima ma ho 50 anni e potrebbe essere mia nipote… poi finisce con un bel solo di sax”.

“No xe cusì inposibile” (non è così impossibile) è un reggae ambientalista, perchè “ci sono cose che si possono ancora fare ma bisogna far presto per lasciare una speranza ai nostri figli”.

‘Ciao papà’ svolta verso il jazz di metà anni ’90: “C’era questo strano giro di accordi di Filippo Vignato, un po’ onirico , che mi ha fatto immaginare mio padre in sogno. La dedico a tutti i papà del mondo, dicendo a lui che mi sarebbe piaciuto rifare quel che ha fato lui. Papà era uno che aveva vissuto il difficile periodo dopo la guerra, quando si faticava a mettere insieme pranzo e cena, soprattuto se la famiglia era numerosa. Era una persona impegnata nel sociale, la parrocchia, il consiglio di quartiere, molto seria, agente di commercio… All’inizio aveva osteggiato il mio amore per la musica ma quando ha visto che ero riuscito ad aver successo ne era orgogliosissimo, perchè anche lui da giovane aveva suonato e fatto teatro”.

‘Fradei’ chiude il lavoro cantando gli anni della ‘rivoluzione culturale’, quando c’era “tutto un mondo da fare” e chiude anche un’antologia di vari modi diversi di fare musica.

Oggi Furio presenterà il lavoro dal vivo alle 21 al Parco dela Musica di Padova, fra tanti appuntamenti in cui sarà accompagnato dagli Ska-J cercando di mescolare nuovo e antico nelle sue varie forme. I testi non sono sul cd: “Trovo penoso leggerli in piccolo sul libretto del cd. Forse li metterò sul vinile che uscirà in autunno. Se no li si troverà sul sito www.marcoforieri.com che sarà presto pronto. Non mi piace tanto il formato cd, così piccolo. Ho dovuto anche cedere e mettere il mio faccione in copertina perché su internet la copertina è un quadratino di un centimetro per un centimetro. Non puoi fare ‘Sgt. Pepper’, non si vedrebbe niente!”

Quando non suona in giro, Furio è impegnato in varie attività di insegnamento musicale e un corso a Venezia che ha intitolato ‘Teoria e vaneggio’: “Insegno a fare musica partendo da zero, spiegando cosa significa essere musicista, dal doversi associare, creare partita iva, avere agibilità enpals, firmare contratti vari, la sia, insomma quelle miriadi di cose che ho fatto e che bisogna sapere per fare questo mestiere. Ovviamente a questo corso vengono tutti meno che gli artisti…”

Con gli altri ex Pitura Freska come sono i rapporti?

“Siamo amici con tutti. Mai fatto baruffa, anche se lo dicono. Divergenze sicuro, problemi di management anche, ma baruffa mai. Io e Skardy non abbiamo mai baruffato. Abbiamo lavorato insieme in quella che è stata una bella esperienza e una grande opportunità”.

Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.