Led Zeppelin, la battaglia del Vigorelli

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Il 5 luglio 1971 vi fu la cosiddetta “battaglia del Vigorelli”, uno dei momenti di maggior tensione nella storia dei grandi concerti rock in Italia. L’arrivo dei Led Zeppelin a Milano, ospiti del Cantagiro, con i conseguenti scontri fra forze dell’ordine e autoriduttori, portoghesi e alla fine perfino il pubblico fatto oggetto di lanci di lacrimogeni, è stato raccontato in molti modi, perfino in alcuni libri, ciascuno raccogliendo ricordi e testimonianze diverse. Nessuna che corrisponde esattamente a quello che vidi, perchè io c’ero. Eravamo in piena esplosione “pop” (così si chiamava il rock allora, in omaggio a Andy Warhol e all’arte del popolo) e c’erano già stati precedenti di incidenti, partendo dai Rolling Stones nel 1970.

Erano tempi creativi e la musica si mescolava alla politica e alle più diverse formazioni e filosofie non senza ingenuità, esagerazioni e populismi. L’idea della “musica gratis e di tutti” era popolare ma si scontrava con il fatto oggettivo che qualcuno doveva pagarne i costi, e che i costi c’erano perchè l’arte è libera se la fai, ma se la prendi da altri va compensata.

Racconto ciò che ricordo. Avevo perso il concerto degli Stones a Roma nel 1970 per un incidente in motorino pochi giorni prima (mi son mangiato le mani per 12 anni finché non sono tornati in Italia). Ma c’erano stati altri eventi importanti, Jethro Tull con Gentle Giant in un Bocciodromo di Treviso stracolmo, Grand Funk Railroad a Milano preceduti dagli Humble Pie di Frampton e Marriott, Curved Air, Soft Machine, Donovan, insomma dove si poteva e si riusciva a sapere, soprattutto grazie a Ciao 2001, si metteva lo zaino in spalla e si partiva.

Ai Led Zeppelin non si poteva mancare. Avevo quasi 18 anni e il fazzoletto da bagnare in tasca in caso di lacrimogeni (coprire il naso, non gli occhi, l’avevo già imparato). Un’amica mi affidò il fratellino minore, credo neanche sedicenne, già ben pasciuto a musica, che conosceva gli Spirit e l’avanguardia del tempo anche meglio di me. Partii all’alba in treno, da solo, a caccia dei biglietti. Li trovai in una tabaccheria sotterranea a una delle fermate della metropolitana. Ricordo il prezzo: 2.000 lire. Praticamente un euro. Fate voi i conti dell’inflazione. Erano il prezzo di un album del tempo. Vinile. Qualche treno dopo arrivò il mio compagno di avventura e andammo subito al Vigorelli. L’idea di doverci sorbire il Cantagiro era bislacca ma in fondo eravamo cesciuti a musica e tv, quindi gli artisti erano tutti ben noti e poi c’era del buono, gruppi italiani che meritavano l’ascolto. Entrammo presto, come d’abitudine. Chi prima arriva meglio alloggia sotto palco. Trovammo posto su delle panchette da birrificio collocate a metà velodromo a creare una comoda platea. Altri cominciarono a riempire le tribune laterali mentre le file alle casse cominciavano a ingrossarsi e un’ampia area del parcheggio era stata chiusa e riservata ai numerosi mezzi dei carabinieri.

Gianni Morandi - Foto: Giò Alajmo
Gianni Morandi – Foto: Giò Alajmo

L’organizzazione della serata, che prevedeva prima gli artisti della finale del Cantagiro e poi, verso mezzanotte il concerto dei Led Zeppelin, era di Ezio Radaelli, uno degli organizzatori storici di eventi musicali italiani prima dell’era rock. Lui aveva inventato il Cantagiro, spostando i cantanti popolari di piazza in piazza sin dai tempi di Modugno, mentre Vittorio Salvetti aveva inventato il Festivalbar e Gianni Ravera controllava Sanremo e la Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia. Radaelli con il rock c’entrava come i cavoli a merenda ma si era detto convinto di poter cavalcare la tigre senza problemi. Illuso. Attorno a lui giravano giovani di belle speranze, David Zard, Franco Mamone, venuti a studiare il nuovo mondo mentre già a Venezia Francesco Sanavio aveva capito che si poteva fare un bel po’ di quattrini con i gruppi della nuova onda anglosassone e americana.

Pian piano il Vigorelli si riempì di giovani inconfondibilmente rock: eskimo, jeans, t-shirt hippy, lunghi capelli. Cercarono posto un po’ ovunque, perfino sul palco tra le grandi casse da 5000 Watt appoggiate sulle assi di legno.

Il fondale era la gradinata del velodromo, vuota, ma che presto fu riempita interamente dalle forze dell’ordine con caschi e assetto antisommossa.

La musica cominciò senza incidenti. I nomi in cartellone erano apprezzabili e apprezzati, perfino in linea con il vento rock del momento, l’esordiente Mia Martini, vestita di nero con bombetta che raccontava del suo “Padre padrone”, Mauro Lusini con la sua canzone sul Vietnam e il ragazzo che amava Beatles e Rolling Stones, i New Trolls che avevano portato sonorità hendrixiane a Sanremo e poi cavalcato l’onda del rock dal sapore classico con Concerto Grosso, come già un’intera schiera di gruppi pop, rock, prog che avevano sfondato le barriere del gusto comune. C’erano perfino i Pooh, che erano ancora in fase limbo, dopo Piccola Katy e prima di Parsifal, e avevano un bel taglio rock trucido, con Valerio Negrini che aveva finito il suo solo di batteria sbattendo ripetutamente la testa sul tom.

Fin qui tutto tranquillo. Qualcuno mormorava, ma chi aspettava i Led Zeppelin (tutti! Non ricordo immagini di famiglie con bambini come ho letto da qualche parte) in fondo non aveva avuto nulla da ridire e tutti si erano presi la loro dose di consensi e applausi.

Di Bobby Solo a cui raccontano che lanciarono una banana, francamente non ricordo, ma il casino nacque con Gianni Morandi. Perchè se fino allora musica e artisti erano in qualche modo “coerenti” con le attese, Morandi, già contestato l’anno prima a Torino, appariva come il simbolo del “nemico”, di quella musica televisiva e veteroconservatrice che il rock voleva cancellare e i suoi seguaci distruggere per sempre. Poco importava che si dichiarasse di sinistra e che avesse scelto di cantare l’inno filoanarchico di Joan Baez e Morricone “La ballata di Sacco e Vanzetti”, una sua scelta controcorrente e contro i consigli dei discografici . Lo sommersero di fischi, poi di zolle di terra, sacchetti di plastica con liquidi organici, una rivolta di diecimila antifan incazzati. Conquistò la mia stima. Cantò fino alla fine incurante di tutto, seppur devastato nell’animo, alzando il pugno in segno di sfida. Poi appoggiò il microfono a terra e sparì dietro le quinte. La gente continuò a inveire. Fu surreale sentire il microfono fuori campo annunciare “un altro grande artista, i Vianella”, Wilma Goich e il marito Edoardo Vianello, quello della pinna, il fucile e gli occhiali. Gli ululati divennero più forti e insistiti e vidi i due fare due passi avanti sul palco, poi due passi indietro e sparire nel nulla. Il Cantagiro finiva lì. Due ore prima del previsto. Morandi raccontò poi di aver maturato quella sera la decisione di ritirarsi dalle scene. Il mondo era cambiato e non voleva che lui ne facesse parte. Sparì per dieci anni, salvo rare apparizioni televisive, e si mise a studiare il contrabbasso.

La gente al Vigorelli si mise a invocare i Led Zeppelin.

Fu una lunga attesa. Molti la occuparono andando verso il palco o addirittura sopra. Un bel tipo scelse addirittura di percorrere l’”americana” delle luci sospeso a braccia come una scimmia, incitato dal basso.

A un certo punto i Led Zeppelin entrarono in scena e all’esterno del velodromo fu il caos. Mi raccontò David Zard: “C’era la fila alle casse di quelli che erano venuti solo per il concerto, ma gli Zeppelin avevano conosciuto delle ragazze a Milano e volevano andare a una festa con loro. Il manager Peter Grant venne da me dicendo di mandare il gruppo in scena. Ma era presto. Gli dissi: guarda che c’è un sacco di gente fuori che sta comprando i biglietti, non si può! Lui fece lo sguardo cattivo, prese un coltello dalla tasca e me lo mise alla gola ringhiando: i ragazzi… suonano… ora!”

I Led Zeppelin entrarono in scena e attaccarono “Immigrant Song”.

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Robert Plant. Foto: Giò Alajmo

Racconta Zard: “Fuori successe il finimondo. Sentendo partire il concerto tutti quelli che erano in fila alle casse mollarono tutto e corsero verso le porte del velodromo presidiate dalle forze dell’ordine che reagirono lanciando lacrimogeni e caricando”. Purtroppo il vento era a sfavore e il gas iniziò a entrare nel Vigorelli dove pubblico e musicisti cominciarono a sentirne gli effetti. Presto Plant in lacrime fu costretto a fermarsi. Ero ormai a una trentina di metri dal palco ed era stato impressionante gustarsi la sua potenza vocale quando si era messo a far ruotare nell’aria il microfono alla maniera di Roger Daltrey continuando a cantare “Since I’ve Been Lovin’ You”, “Rock’n’roll”, “Black Dog”e a farsi sentire a voce nuda nonostante la potenza sonora degli altri, Bonham compreso.

La gente cercò di ripararsi dal gas e per qualche momento sembrò che la cosa potesse risolversi. Gli Zeppelin ripresero a suonare ma fuori era guerriglia. Raccontano che una carica frontale lasciò scoperti i fianchi e da lì una piccola marea umana corse verso l’interno approfittando del varco. I militari sorpresi si girarono e lanciarono un lacrimogeno verso chi entrava di corsa sbagliando l’alzo. Il candelotto superò gli spalti del Vigorelli e planò esattamente al centro del corridoio in platea fra la gente a pochi metri da me. Fu un fuggi fuggi ancora abbastanza pacifico. Verso gli spalti lontano dal gas. Gli Zeppelin si interruppero di nuovo. Poi tentarono ancora di suonare “Whole Lotta Love”, ma a metà dell’assolo di batteria di Bonham saltò la corrente e scapparono via. Fu il caos. Il pubblico si infuriò. Qualcuno degli organizzatori agguantò il microfono per urlare: “Sono stati i fascisti! Guardateli, sono lì che scappano”. Mi girai verso l’altra curva e c’era gente che correva, ma più che altro per andare a vedere cosa succedeva all’esterno.

Qualcuno, capito che lo show finiva lì, cominciò a lanciare oggetti, bottiglie, contro il palco e gli strumenti. Le forze dell’ordine dietro il palco indossarono i caschi e fu loro ordinato di uscire velocemente. Qualcuno sparò un paio di lacrimogeni contro il pubblico.

Cercai di togliermi di mezzo prima possibile portando in salvo il fratellino della mia amica per nulla impressionato. Il gas era dappertutto. Qualcuno si era chiuso nei furgoni dei tecnici dietro il palco. Altri davano l’assalto alla strumentazione pronti a portarsi via qualunque cosa. Cercai ossigeno sdraiandomi faccia a terra sul prato ma durò secondi. Allora guadagnammo una uscita dal parterre. Le toilette avrebbero offerto un po’ di protezione ma erano piene. Qualcuno stava smontando tutto, tubi, rubinetti, lavandini per procurarsi oggetti contundenti. Uscimmo allo scoperto mentre fortunatamente tutti erano impegnati altrove. Qualche cassonetto già bruciava. Non so perché mi venne in mente la soluzione più improbabile. Mi trascinai dietro il ragazzino e andai deciso ma con aria innocua verso il parcheggio delle camionette dei carabinieri. C’era un ragazzo armato di guardia che sussultò. Gli chiesi velocemente: “Da dove si va via da qui?”. Era nervoso ma sollevato. Non doveva spararci. “Di là, di là, ma andate via subito da quest’area”. Mi indicò una strada. Andammo via veloci. Appena girato l’angolo vedemmo passare le camionette dei celerini che arrivavano a chiudere la zona. Saltammo con molti altri sul primo tram di passaggio. Qualcuno cominciò a far festa suonando il campanello finchè il guidatore non fermò la vettura e urlò: “Sentite, vi porto via, non vi chiedo neanche il biglietto, ma almeno non rompete i coglioni!”. Fu ascoltato.

Il giorno dopo si lesse di tutto, soprattutto si capì lo scampato pericolo di chi era riuscito ad andarsene in tempo. Sembrava che l’operazione fosse finita in una specie di test antisommossa con cariche, lacrimogeni e manganellate, e in un momento di vera guerriglia urbana con cassonetti rovesciati e dati alle fiamme per chilometri. I candelotti erano stati sparati a mitraglia colpendo e incendiando anche serramenti delle case vicine al velodromo.

I Led Zeppelin giurarono che mai più avrebbero voluto sentir parlare dell’Italia. Poi Bonham morì e Page, Plant e Jones tornarono anni dopo separati a Pistoia Blues (Plant perfino al Festivalbar) ma per risentire suonare dai protagonisti quel repertorio ci vollero vent’anni buoni, il tour di Page e Plant insieme, con tappa al Forum di Assago.

Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.
  • Daniele

    Testimonianza preziosa. Grazie.