Rovazzi. Ovvero, la fenomenologia del nulla

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Il suo nome è Fabio Rovazzi, ha 22 anni, viene da Milano e il suo primo (e unico) singolo, Andiamo a comandare, è il primo pezzo italiano a essere stato certificato disco di platino con il solo streaming.
Sulla sua pagina Facebook può contare la bellezza di quasi 300mila fan (per darvi un’idea, oltre il doppio dei fan degli Stadio, vincitori dell’ultimo Sanremo), mentre il suo (unico) pezzo ha fatto schizzare il contatore di Youtube a quasi 30milioni di visualizzazioni (per farvi un altro esempio, il penultimo singolo di Jovanotti, Pieno di vita, uscito ben 9 mesi fa, è fermo a 3.500.000).
rovazzi 2Rovazzi è un fenomeno? Rovazzi è un fenomeno.
Perché, badate che raggiungere un tale successo con un pezzo che è l’incarnazione del vuoto cosmico è anch’esso sinonimo di bravura. O forse no?
La soluzione per rispondere a questa domanda è analizzare il sempre più labile confine tra genialità e imbecillità.
Rovazzi non è un cantante e si bea della sua situazione di miracolato, che non vuole dedicarsi interamente alla musica, ma anche sì. D’altra parte, in una contemporaneità che vede il continuo affermarsi del mestiere dell’artista, in grado di cantare, recitare, condurre trasmissioni televisive e scrivere libri, è un discorso che non fa una piega. Anzi, Rovazzi è al passo coi tempi!
La sua pagina Facebook vede un incessante proliferare della parola “genio“.
Genio? GENIO?
Genio era Michelangelo, era Da Vinci, Verdi. Qualcosa di più recente? Allora, genio era Jimi Hendrix, Keith Emerson. Genio era Battisti.
Ma genio non è Fabio Rovazzi, di Lambrate, classe ’94, professione youtuber.
rE genio, poi, per cosa? Per aver raggiunto il successo, pur non essendo un cantante? Quando per cantante non si intende la professione, quanto, banalmente, la capacità di scrivere e/o interpretare un brano.
E allora l’esempio di Rovazzi potrebbe essere assurto a paradigma della situazione culturale di un’Italia intera, in cui coloro che vanno avanti a mezzucci e furbizie, invece di essere guardati con sdegno, diventano punti di riferimento, modelli da imitare.

Col trattore in tangenziale / Andiamo a comandare / Scatto foto col mio cane / Andiamo a comandare / In ciabatte nel locale / Andiamo a comandare / Sboccio acqua minerale / Andiamo a comandare. Scusate, almeno una frase dovevo farvela leggere.

E’ questa la genialità tanto osannata dai trecentimila (tre-cen-to-mi-la!) fan di Rovazzi su Facebook? Genialità come paradosso?
E in cosa consisterebbe il paradosso di Rovazzi? Nel voler rompere gli schemi dei rapper, sempre pronti a “burinarsi” nelle proprie canzoni a suon di “io mi drogo, sono un figo, sono un grande”, come da lui stesso dichiarato in una recente intervista al Fatto Quotidiano? (Salvo poi girare il video del pezzo con Fedez e J-Ax). E, comunque, era necessaria una canzone per esprimere il concetto? Caro Fabio, esistono anche i diari.
rovazzi-cover.600x400La genialità di un ragazzo di 22 anni che rivendica il suo diritto a non farsi le canne e, per questa ragione, “va a comandare”? Ma a comandare che, poi?

Stiamo assistendo inerti (e, forse, complici) a uno sdoganamento del termine “genialità”. Sdoganamento probabilmente dovuto alla mancanza di “geni”, e allora siamo portati a interpretare una qualsiasi cosa che non comprendiamo (come il successo clamoroso di una canzone oggettivamente brutta) come sintomo di genialità.
Il genio, il paradosso era Jannacci, era Gaber. Non uno che afferma con orgoglio di “sbocciare” (?) acqua minerale e si fa i video su un trattore in mezzo alla strada, con in braccio un cane.
E l’assurdità consiste (anche) nel fatto che lo stesso Rovazzi, conscio della situazione paradossale di cui è protagonista, si compiaccia della sua condizione di “non-cantante”, ammetta con candore la sua totale ina(/e)ttitudine. E i suoi fan su Facebook (perché Rovazzi, fatta eccezione per la sua recente partecipazione al Coca Cola Summer Festival, è unicamente un personaggio da social network) inneggiano alla sua genialità proprio per questo. Il succo è: sei un figo, perché sei riuscito a costruire un impero, senza essere nessuno e senza saper cantare, con una canzone talmente brutta da non sembrare una canzone.
Ma allora quantomeno chiamiamo le cose con il loro nome.
Utilizziamo la parola “miracolato” e utilizziamo la parola “culo”, e cerchiamo di dare un briciolo di dignità a questo mestiere, il mestiere di fare musica, sempre più frequentemente preso a pesci in faccia proprio da chi dice di amarlo.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.