David Gilmour strega Pompei: cronaca di una notte storica (e scaletta)

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@ Andrea Giovannetti

Entrare in quell’Anfiteatro Romano per un fan dei Pink Floyd è qualcosa di speciale: non significa visitare delle antiche rovine o, come in questo caso, andare a vedere un concerto, ma vuol dire mettere un piede nella storia. Certo, il 1971 è lontano, i Pink Floyd non esistono più da 33 anni, Rick Wright è morto, David Gilmour non ha più quella bella chioma fluente e dovesse mettersi di nuovo a suonare a petto nudo come allora non farebbe di certo una bella figura, ma in questi due giorni è stata scritta, di nuovo, la storia.
Perchè solo lui, con la sua chitarra e la forza evocativa che questo concerto ha scatenato nei fan, è riuscito a radunare a Pompei gente proveniente letteralmente da tutto il mondo: dall’Australia agli Stati Uniti, passando per l’Asia e ovviamente l’Europa, sono centinaia gli appassionati arrivati da ogni angolo del globo per poter godere di uno spettacolo simile, consci del fatto che non ci sarà un’altra occasione per poter dire “io c’ero”.
I due concerti del chitarrista britannico, nello stesso anfiteatro di 45 anni fa ma stavolta con il pubblico (2.300 i presenti ad ognuna delle due serate), hanno sublimato il bello e l’arte, fin dalle scelte scenografiche: il palco è praticamente assente, le casse sono appoggiate ai lati in pieno stile anni ’70 e c’è il solo Mr. Screen a campeggiare sullo sfondo, con il Vesuvio alle spalle, per permettere una visuale più ampia possibile del magico scenario in cui ci si trova. Due file di riflettori, una sulla cima delle mura dell’Anfiteatro e un’altra poco più un basso, creano suggestivi giochi di luce che lasciano a bocca aperta tutti i presenti. Tutti sanno che quella che sta per iniziare sarà una serata che non dimenticheranno mai.
Alle 21 in punto, sulle ultime luci del tramonto pompeiano, la band sale sul palco. La formazione è la stessa degli ultimi concerti: Steve DiStanislao alla batteria, Guy Pratt al basso, Chester Kamen alla chitarra, Greg Phillinganes e Chuck Leavell alle tastiere, João Mello al sassofono e infine i tre coristi Louise Marshall, Lucita Jules e Bryan Chambers.
L’inizio, come sempre, è affidato alla strumentale 5 A.M., dove un faro rosso, simboleggiante l’alba e il risveglio, illumina Gilmour e squarcia le luci blu del palco. Si prosegue con Rattle that lock, e il jingle delle ferrovie francesi, leit motiv del brano, fa illuminare tutto l’anfiteatro col tricolore d’oltralpe. Il concerto scorre sulla falsariga della scaletta-tipo di questo tour, solamente un po’ rimodulata nella sua prima parte, e allora ecco Faces of stone, dedicata da Gilmour alla madre, e What do you want from me, seguita da The blue.
La prima (e purtroppo unica) sorpresa del concerto è The great gig in the sky, che in uno scenario del genere assume un significato veramente speciale e apre un tris di brani dedicato al compianto Richard Wright: a seguire infatti arrivano A boat lies waiting, brano dell’ultimo album solista dedicato proprio al tastierista, che si apre con proprio con alcuni frammenti vocali dell’ex compagno di band, e Wish you were here.
Si torna sulle atmosfere di Dark side of the moon con Money, seguita da In any tongue, brano contro la guerra, che si conclude con un lungo assolo, carico di emozione e pathos, che non sfigura affatto accanto ai capisaldi della discografia floydiana. High hopes va a chiudere il primo tempo, e lascia al pubblico un quarto d’ora di tempo per poter ammirare ancora meglio la bellezza accecante dell’Anfiteatro Romano, resa ancor più magica dallo spettacolo di luci creato dal sapiente Marc Brickman. Durante l’intervallo, infatti, tantissime pire in cima alle mura sono andate a illuminare l’intero Anfiteatro e l’impressione era quella di essere tornati indietro di duemila anni, ai tempi dei giochi nell’Impero Romano.
Il secondo tempo dello spettacolo si apre con One of these days, per poi tornare lungo il solco già tracciato negli ultimi concerti, e allora si riparte con il tributo a Syd Barrett, sulle note di Shine on you crazy diamond, per poi tornare ancora indietro nel tempo, al mitico album con la mucca in copertina, Atom heart mother, da cui viene eseguita Fat old Sun, che in questo contesto assume un significato ancora più speciale, con un assolo finale travolgente.
Il balzo in avanti è notevole ma le emozioni sono forti lo stesso: Coming back to life, anno 1994, album The division bell. La chitarra di Gilmour colpisce direttamente al cuore e nonostante i 30° fa venire i brividi e drizza completamente i peli delle braccia. Impossibile non emozionarsi sulle struggenti parole scritte dal chitarrista.
C’è di nuovo spazio per il Gilmour solista, con On an island, dall’omonimo album del 2006, seguita da The girl in the yellow dress (accolta con malumore dal pubblico, che ha accennato anche una timida protesta) e Today.
Ma è il momento di tornare, definitivamente, al repertorio più amato dal pubblico, quello dei Pink Floyd: e allora ecco Sorrow, pura celebrazione chitarristica, dove Gilmour sprigiona dalle sue sei corde una potenza tale che pensi che le vibrazioni possano far eruttare il Vesuvio da un momento all’altro, e allora qualora dovesse accadere… “you better run!” Tutti con gli occhiali scuri per Run like hell, che con un contorno di fuochi artificiali va a chiudere il secondo set.
Il tempo di una breve pausa, ma suona la sveglia, è ora di ricominciare, è Time, seguita come di consueto dalla seconda parte di Breathe.
La chiusura, come sempre, è affidata a Comfortably numb, ultimo grande capolavoro nato dalla collaborazione tra Gilmour e Roger Waters, degna conclusione di una serata che, senza esagerare, si può definire epocale.
Certo, si potrà contestare che il prezzo del biglietto non era decisamente popolare (tra biglietto, prevendita e commissioni Ticketone circa 360 € a persona), e molti tra il pubblico forse si aspettavano una scaletta più celebrativa di quel capolavoro che è il Live at Pompeii del 1971, ma vi garantisco che ogni persona che stasera era al concerto, compreso il sottoscritto, ha benedetto ogni singolo euro speso per essere lì, per essere parte della storia e poter raccontare un giorno ai nipoti “io quella volta a Pompei c’ero”, perchè questo tipo di spettacolo e queste emozioni (purtroppo) si vivono una sola volta nella vita, ma non si dimenticano mai più.

Questa la scaletta del concerto:
1. 5 A.M.
2. Rattle that lock
3. Faces of stone
4. What do you want from me 
5. The blue
6. The great gig in the sky
7. A boat lies waiting
8. Wish you were here 
9. Money
10. In any tongue
11. High hopes

12. One of these days 
13. Shine on you crazy diamond
14. Fat old Sun 
15. Coming back to life
16. On an island
17. The girl in the yellow dress
18. Today
19. Sorrow
20. Run like hell

21. Time
22. Breathe (reprise)
23. Comfortably numb

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".