Eterno Neil Young: carezze e pugni a Piazzola sul Brenta

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Foto di Daniele Benvenuti

Questa volta, niente Pono e niente LincVolt ad alto tasso ecologico. Niente discorsi etici e provocazioni ideologiche. Almeno a parole esplicite e discorsi da pulpito, si intende. E neppure polemiche o consigli per indurre a costosi, per quanto eticamente nobili, acquisti. Benché, più o meno, sia tutto fondamentalmente condivisibile. Tabula rasa, in terra veneta, persino in fatto di trenini elettrici. E, questa volta, purtroppo (o per fortuna, a seconda dei punti di vista…), niente anche e soprattutto Crazy horse.

A parte la sagoma inconfondibile di Nello il Giovane, capelli arruffati sotto un Borsalino grigio scuro ormai sformato e andatura caracollante compresi, questa volta la ribalta è infatti tutta per i Promise of the real che, beata vigoria under, si fanno un baffo non solo della scarsa esperienza, ma anche della pioggia che, data come sicura protagonista di un assedio alla suggestiva cornice di Piazzola sul Brenta, se ne va a far danni altrove. E lascia così l’imberbe ma spregiudicata band ad accompagnare il papà degli ormai già maturi artisti grunge, nonché rappresentante principe delle camicie a scacchi da boscaiolo in flanella (in perenne antagonismo tematico con John Fogerty che, dal canto suo, almeno ha sempre evitato di tagliare le maniche…), in una lunga “galoppata” (anzi, no, meglio “viaggio” che poi il trio Talbot-Molina-Sampedro si offende…) per nobilitare l’edizione 2016 del Postepay Sound organizzato dalla mai troppo premiata Zed Entertainment. Una realtà padrona di casa che, tra i numerosi optional, non dimentica neppure la “courtesy car” messa a disposizione per il tragitto dai parcheggi degli ospiti più anziani o di chi lamenta particolari problemi di deambulazione, né l’area kids ludico ricreativa e sorvegliata (insieme ai passeggini gratuiti) per i più piccini. Né, tantomeno, un curioso ‘percorso verde’ limitrofo all’area del concerto per presentare la flora locale e sensibilizzare gli ospiti agli aspetti più “green” della manifestazione.

Già salutati i superstiti dei Queen con Adam Lambert al microfono, le rudi curiosità legate agli show dei Lacuna Coil, il nostrano Max Pezzali e la classe innata di Paolo Conte, l’autentico tour de force internazionale previsto dalla rassegna veneta (sette appuntamenti internazionali di grido nell’arco di soli nove giorni) aveva già preso il via con Lionel Richie e gli Heart Wind & Fire, nonché il banale pop televisivo di Mika, in attesa di ritrovare proprio questa sera (giovedì) gli eleganti virtuosismi previsti dall’unica data italiana di Joe Bonamassa. A tutto ciò si aggiungeranno un sabato da record in compagnia di Sir Elton John, una domenica con gli Skunk Anansie (sperando che Skin sia uscita poco cambiata dalle passerelle nel mondo della più atroce guitteria televisiva) e un martedì di chiusura definitiva insieme ai Simply Red.

La profonda provincia padovana, idealmente racchiusa nella suggestiva cornice dell’anfiteatro Camerini, si lascia così alle spalle anche una frizzante e ventilata serata resa memorabile dalla consueta rabbiosa generosità di Neil Young. L’ormai settantenne musicista canadese, nonostante le ben note sfighe fisiche (dal diabete alla poliomelite, dall’epilessia a malanni che avrebbero stroncato moralmente anche il più tenace dei guerrieri, in barba agli stravizi e una movimentata vista personale legata anche alle disabilità dei figli, affrontate sempre con una grande amore e irriducibile impegno sociale), non è proprio in grado di tenere a lungo il freno a mano tirato. Tanto quando si propone in veste essenziale, tanto quando si lascia andare alle classiche zampate in odor di feedback che ancora oggi profumano di garage ma anche di cantina, di spazi aperti ma anche di piccoli ambienti, angusti e sempre pronti a esplodere.

Come abitudine lo show del Rebel Content Tour si apre in versione acustica e solo dopo cinque brani si trasformerà in guerra aperta al silenzio con l’ingresso in scena degli entusiasti PotR. L’annunciata imprevedibilità della scaletta, nei fatti, viene confermata soprattutto nel blocco centrale e nei bis mentre, nonostante un album da promuovere (The Monsanto years: due sole le citazioni, alla faccia degli assilli promozionali…), come promesso il catalogo storico del genio di Toronto verrà ampiamente saccheggiato.

L’avvio, alle 21.34, è affidato all’entrata in scena di un paio di contadinelle che, nascoste da un cappello di paglia e in abbigliamento d’ordinanza (salopette jeans e stivaloni di gomma), seminano letteralmente il palco e i vasi di fiori collocati davanti ai microfoni. Trattasi di esplicita dichiarazione d’intenti e, mentre cala la sera, Young si palesa di colpo dietro il piano collocato nella sezione sinistra di un palco oltremodo essenziale e, illuminato solo da un occhio di bue, regala una suggestiva After the gold rush aiutandosi anche con l’armonica. T-shirt extra large per camuffare qualche chilo di troppo e la scritta “Earth” per ribadire le ben note posizioni ecologiste accompagnano suoni taglienti e drammatici mentre, tra gli anticipati fumi artificiali, i capelli già vibrano nel vento sotto il copricapo da hobo ferroviario. Seguono, come da copione ormai abituale, un’altrettanto intensa Heart of gold dopo il trasferimento al microfono centrale e l’arrivo della chitarra acustica, nonché la doppietta The needle and the damage doneMother earth (Natural anthem) separate dalla molto meno frequente Comes a time. Nessun saluto e niente piaggerie, atteggiamento che il pubblico preparato e attento pare apprezzare. Mother earth parte solo con l’armonica, ma poi si sviluppa in breve dietro i tasti di un pump organ collocato, questa volta, all’estremità destra del palco e sormontato da candele, proprio al cospetto del busto di un capo native american.

Sonorità da cattedrale, create ad arte picchiando sui tasti mentre una fasciatura fucsia stringe il polso dell’artista. Solo a questo punto, dopo circa 20 minuti, appaiono in scena i Promise of the real che, anticipati dal passaggio di tre disinfestatori in tuta bianca e una sirena in sottofondo, chiudono la parentesi cantautorale con tanto di richiamo ai Crazy Horse per aumentare progressivamente il ritmo grazie a una Hold back the tears che profuma di tex-mex alla Ry Cooder. L’attesa Helpless, nella stessa cornice che in passato aveva visto esibirsi anche Crosby, Still & Nash, viene accolta dalla prima impennata sonora dalla platea dopo che Young indica esplicitamente la luna piena. Anthony Logerfo e Tato Melgar si dividono, ora con forte autocontrollo e ora con vigoria, tra batteria e percussioni, mentre Corey McCormick (inquietante la somiglianza con Tom Morello) completa al basso la sezione ritmica. I brani volano via uno dopo l’altro, finché il figlio d’arte Lukas Nelson lascia la sei corde elettrica e passa al piano per una, questa sì, Nel blu dipinto di blu che sembra piacere a tutti, ma forse puzza un pochino di genuflessione agli stereotipi italiani.

Ormai lo show è pronto per decollare e, quando anche il fratellino Micah Nelson passa a sua volta dalla chitarra ritmica ai tasti bianchi e neri, arriva anche il turno di Alabama. Il brano, ricco di impegno sociale e di esplicite accuse, tanto da provocare ai tempi di Harvest la reazione piccata dei colleghi Lynyrd Skynyrd in difesa del loro Stato, porta suoni più rabbiosi e potenti, insieme ad assoli assai taglienti. Il blocco successivo che arriverà fino alla straripante Powderfinger regala sempre più sicurezza ai giovani compagni di strada, ma è (quasi) sempre Neil a prendersi i riff più succulenti e gli intro più suggestivi. Nessun effetto speciale e zero scenografie con due semplici schermi laterali a supporto visivo del pubblico più lontano. Mansion on the hill è il solito passaggio obbligato e imperdibile per rifiatare, mentre l’imberbe band sostituisce la rocciosità dei Crazy Horse con una robusta dose di educata incoscienza. Like a hurricane è quasi memorabile e, mentre dall’altro scende una tastiera camuffata da colomba della pace molto malconcia (chiara metafora) e diventa appannaggio di Micah Nelson, arriva anche il turno di uno dei riff più inconfondibili della West Coast e anche dei primi feedback più rumorosi, accompagnati da echi e reprises varie.

Carica e vitalità del Nostro sono le solite, tra brutalità improvvise e divagazioni creative ancora oggi sorprendenti. Uomo tormentato e pessimista, cantante dal timbro nasale e dalle dita cacofoniche, autore tanto prolifico quanto poliedrico, pensatore coraggioso e aggressivo: Neil Young cerca un po’ di sollievo con i prevedibili cori legati a Down by the river, ma poi si scatena di nuovo con assoli torrenziali e parentesi strumentali quasi psichedeliche. Il dito è sempre puntato e il nemico più esplicito è la compagnia agrochimica Monsanto che, nella ripetitiva e ipnotica Monsanto years, si prende anch’essa la sua robusta dose di schiaffoni insieme a media e corporations varie. Il set principale si chiede alle 12.13 precise con quella epica (e, ormai, un po’ troppo coverizzata…) Rockin’ in the free world che sta all’orgoglio di Toronto come Rockin’ all over the world sta a Fogerty.

È l’inno che precede i finti saluti collettivi, ma che lascia comunque spazio a due bis di classe come Like an inca e Here we are in the years ai quali qualcuno avrebbe di certo preferito pietre miliari come Cortez the killer e Cinnamon girl, abituali alternative. Dopo tre ore spaccate a simili ritmi e a un tale livello di sincera applicazione, però, è giusto e doveroso accontentarsi e ringraziare per l’occasione. Nessuna presentazione per i singoli Promise of the real ma, in cambio, un interminabile girotondo con tanto di vigoroso abbraccio collettivo. E, per un vecchiaccio taciturno e scontroso come Neil Young, a livello umano ed epidermico, forse, vale ancora di più. Prossima fermata domani, venerdì, alle Terme di Caracalla.

Vogliate gradire!

 

La scaletta del concerto:

1       After the gold rush

2       Heart of gold

3       The needle and the damage done

4       Comes a time

5       Mother earth (Natural anthem)

6       Hold back the tears

7       Helpless

8       Old man

9       Only love can break your heart

10     Nel blu dipinto di blu

11     Alabama

12     Words (Between the lines of age)

13     If I could have her tonight

14     Winterlong

15     Powderfinger

16     Mansion on the hill

17     Like a hurricane

18     Down by the river

19     Country home

20     Seed justice

21     Monsanto years

22     Wolf moon

23     Rockin’ in the free world

Bis:

24     Like an inca

25     Here we are in the years

Foto di Daniele Benvenuti
Foto di Daniele Benvenuti
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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.
  • Daniele

    Ben detto.
    Un appunto: la luna non era piena ma “Half Moon” 😉