Questo è per te, ascolta. Chiudi gli occhi e ascolta.

Non importa se non si vendono i dischi: viviamo un nuovo corso e occorre farsene una ragione.

Un tempo qualcuno ne vendeva a milioni, altri no, sempre pochi.

C’è sempre stato un divario tra chi trova il consenso di moltitudini e chi si accorda con lo spirito di pochi.

Le lezioni di Hegel all’Università di Berlino, traboccavano di studenti, sai?, e molti rimanevano fuori. Nell’aula accanto, Schopenhauer parlava per pochi. Ma la sua voce non è stata di minore importanza per tutti, in seguito.

Potrei proseguire a fare esempi di questa natura forse per giorni.

Significa che le cose stanno così per noi uomini, che si tratti di dischi, di filosofia o di frottole.

Bertrand Russell sosteneva che se qualcosa è alto, allora non sarà per molti.

Può darsi. È facile che certe riflessioni consolino soprattutto chi si dispera per la mancata diffusione del proprio pensiero. Ma per me non è così, per me ci sei tu, e c’è la vita in cui nuotiamo, ed è la più grande cosa.

Sempre più spesso temo che la lamentela sia un rifugio, qualcosa che metta al riparo dal senso di fallimento.

Io credo invece che sia solo un problema di contenuto. Qualcosa da dire: o ce l’hai, oppure no, e questo è tutto.

Se ce l’hai, occorre prodigarsi per la sua diffusione, ma se ciò rischia di diventare un’ansia incolmabile bisogna lasciarsi andare, capisci?

Perché il contenuto è il primo e unico problema di chi lavora con le idee. Il resto è un meccanismo secondario.

Ma se è un delitto che rimanga inosservato un significativo contributo al mondo e agli uomini, converrai con me che in circolazione vi sono più proposte, libri, dischi e altro inutili, di quanti siano quelli preziosi che vanno perduti.

Una certa parsimonia nella pubblicazione da parte di editori-mercanti aiuterebbe chi ha da dire qualcosa di sensato: il suo contributo verrebbe meno subissato da concorrenza sleale.

Sarebbe un mondo ideale, lo so.

Sappiamo quanto sia incontenibile il desiderio di apparire, sappiamo quanto ognuno di noi non stia nella pelle pur di provare a essere protagonista in qualche misura. Nessuno riesce a evitare di ritenere la propria parola definitiva.

Chi lo fa perché è frustrato, non ama, non è amato. 

Chi lo fa per sete di potere, ritenendo più capace di ottenere vantaggi chi si è messo in luce.

Chi lo fa per pura vanagloria, per credersi più importante di quanto senta di essere in cuor suo.

Qualunque testa contiene tutto il bene e tutto il male.

Alcune sanno fare un setaccio efficace del meglio, altre no.

Qualunque offerta di sé è insieme un dono e un delitto.

Ciascuno di noi arricchisce e insieme inquina il mondo del proprio passaggio.

Ma adesso torno ai dischi, se tu mi segui.

Oggi tutto, o quasi, è cambiato, il mercato sembra spegnersi come una brace non più alimentata.

Raggelati, coloro che prima traevano da esso energia, sopravvivenza, ora tendono le mani nel disperato tentativo di riceverne ancora un seppur pallido tepore.

Ma la fiamma si spegne.

È il pubblico che si eclissa, mio amore.

Il pubblico, si smaterializza.

Non sappiamo dove si ricondensi e se mai ciò riaccadrà, ma lo vediamo divenire sempre più evanescente davanti a noi, e attraverso la sua trasparenza qualcuno può scorgere la fine delle proprie risorse.

Perché il pubblico, questo fantasma intermittente, per chi fa musica è il pane, è la paga, la ragione per cui la maggior parte di noi si applica nel produrre. Dunque è un vero guaio.

Ma ecco il miracolo:

se non hai più un mercato e nessuno più attende la tua opera imperdibile, allora pubblichi un disco non perché lo venderai, non perché qualcuno lo starà aspettando ansiosamente, ma solo perché più forte di tutto è il bisogno di fare un passo in avanti.

Come lo è per me raggiungere le tue mani e avvolgermi nel loro calore.

Perché lo devi fare quel passo, lo devi a te stesso e a chi ti ha creduto.

Perché sei arrivato fin qui sui tuoi piedi, e non ti fermerai di certo ora, ovunque tu debba arrivare.

Questo ritorno alla velleità in musica è il vero spirito del tempo che ci aspetta, ed è santa, è benefica, tanto quanto il mercato è stato venefico per il significato.

Lo sai?, c’è stato un tempo in cui i dischi non esistevano, e i musicisti per vivere, o più spesso per sopravvivere, potevano solo esibirsi.

Non sappiamo come fosse esattamente, possiamo solo immaginare che quei nostri antenati musicisti non sapevano affatto cosa volesse dire arrivare simultaneamente a milioni di persone. Fare musica era un fatto elettivo e velleitario per definizione. Significava esprimere idee in una modalità spuria da qualunque ambizione, e con la sola consapevolezza che un certo numero di persone avrebbe ascoltato, giudicato e poi manifestato consenso o diniego. Questo avrebbe determinato la possibilità di proseguire e allargare oppure restringere il proprio raggio d’azione. Ma sempre in una prospettiva umana, verificabile a vista d’occhio.

Il musicista non conosceva il mito del successo.

Non conosceva il visibilio delle folle.

Era un onesto produttore di pensiero, oppure un pessimo produttore, tutto qui. Un artigiano.

L’avvento del microfono ha cambiato quasi tutto: si sono fatte le incisioni e si è pensato di duplicarle e diffonderle il più possibile.

È nato il disco, e a seguire tutte le sue derivazioni, finché poi i dischi sono diventati il mezzo elettivo per diffondere musica.

Ma agli inizi i dischi erano considerati nemici della musica. Gli appassionati e i cultori non potevano sopportare la natura di automatica duplicazione intrinseca nell’incisione. Credevano solo alla resa di persona di un artista, in contrapposizione alla fissità innaturale dell’incisione.

Quando i dischi sono diventati un grande affare mondiale, sono nati grazie ad essi diversi miti musicali, o quasi.

Il mondo è stato invaso da musica replicata e riprodotta in vario modo.

Ma presto è stato necessario domandarsi: quale musica?

Molta musica inutile di certo, quella di cui molti avrebbero volentieri fatto a meno. La si doveva sopportare ovunque si andasse, era quel particolare condizionatore con cui si rabbonivano le coscienze, impedendo loro di accedere a troppa conoscenza.

Certo, sui dischi vi è stata anche musica memorabile, e parecchia. Grazie al disco e a varie altre forme di divulgazione, molta gente importante è stata giustamente riconosciuta importante.

Un musicista, per grande che sia il suo nome e l’apparato che lo segue, non può permettersi di girare il globo in continuazione per far conoscere il proprio suono. Rimane un uomo, uno che ha limiti fisici. E che vorrebbe anche vivere, ogni tanto.

Un bambino che invecchia, lui pure, come tutti.

I dischi in questo sono stati un ausilio insostituibile, e si sono potute raggiungere milioni di persone sparse nelle più inaccessibili località.

Come la Coca-cola. In effetti la musica, vista dal punto di vista del mercato, non è stata granché differente dalla bibita più nota.

Poi, se puoi credermi, è lentamente mutato qualcosa.

Perché le cose cambiano, e ci cambiano.

Sono venute stagioni in cui molte compagnie discografiche, che pure erano colpevoli di avere fatto assai poco per la musica e troppo per le proprie casse, dopo aver contribuito a sporcare il mondo e molti milioni di teste con spazzatura sonora spacciata per musica, hanno cominciato a piangere miseria, lamentando la propria imminente morte, e la conseguente morte del disco stesso, col sopraggiungere del download.

Ma invece di correggere la rotta abbassando i prezzi, cosa assai fattibile, e invece di aumentare semmai al contempo la qualità della musica messa in circolazione, hanno preferito farne una faccenda di vittimismo.

Illusi che tutto potesse per qualche miracolo tornare facile come una volta, hanno atteso l’arrivo della rivoluzione arroccati nel palazzo.

Il palazzo è stato via via demolito, finché è crollato del tutto. O quasi.

Ci sono nazioni e categorie musicali per cui il disco è tuttora piuttosto vivo, sebbene si senta tirare aria gelida che insinua profonde mutazioni e annuncia l’arrivo di un ciclone.

Perché per tutti, compresi i Paesi in cui il disco sembra ancora sopravvivere, è sopraggiunta l’era digitale.

Il disco perde progressivamente la sua natura di oggetto, e alcuni piangono per questa mutazione.

Rammentano ancora la bella consistenza di ciò che fu un tempo il disco: una busta quadrata di trentatre centimetri per trentatre, sulla cui superficie poteva campeggiare una gloriosa immagine di copertina, contenente una sorpresa che faceva tremare le gambe. Come accade a te quando ti emozioni. Il disco stesso, denudato, era un pesante oggetto circolare, misteriosamente erotico al limite del lubrico.

Vi sono state generazioni che accostavano il rito del disco posto sul giradischi e la copula.

Generazioni che hanno potuto farlo grazie ai dischi, accanto ai dischi, in mezzo ai dischi, o solo perché erano stati inventati i dischi.

Poi il passaggio al tepore del compact disc.

Il valore erotico dell’oggetto è di parecchio calato, ma occorreva farsene una ragione, e le mutazioni si sono in qualche misura sopportate.

Ma il cd è durato ben poco.

La maggior parte di noi non ricorda più quando ne ha acquistato uno. Quelli che lo fanno con regolarità, lo fanno solo per ben pochi nomi, con i quali si sono sposati idealmente e acriticamente.

Siamo tutti bambini che invecchiano, come tutti i bambini.

Mi senti ancora?

Ora che l’era digitale si insinua melliflua nelle esistenze, e ora che rischia di tornare a essere pura aria, la musica in qualche modo potrebbe smettere l’urgenza di doversi svilire per accontentare il mercato.

Per la stragrande maggioranza di noi essa rimane un fatto di intrattenimento, ma in altri casi, liberata dal mercato, potrebbe tornare a tentare di correggere le sorti del mondo. Provarci, almeno.

È la bellezza che in fondo tenta da sempre la stessa impresa impossibile.

Sappiamo che è impossibile, come lo è fondermi del tutto a te, ma occorre tentare lo stesso, e tu lo sai.

Perché non si può smettere mai di credere al trionfo del bene, e perché si ha un intimo bisogno di sapere che ciò che è bene, malgrado tutto il dolore, infine vincerà.

E che cosa è la bellezza se non il bene?

È il bene se è bene per te quanto lo è per me.

Quella è bellezza.

La musica, dimenticando il vecchio obbligo di dovere essere venduta a tutti i costi, potrebbe tornare ad essere qualcosa di più simile alla sua sostanza: qualcosa di impalpabile sebbene rimanga un fenomeno fisico, e sebbene chi la fa dovrebbe trovare il modo di viverci.

Perché c’è un guaio nuovo, nell’era digitale: quello che chiunque può accedere a qualunque contenuto, così come chiunque può immetterne di proprio nell’etere.

E questa illimitata opportunità genera molto caos.

Mentre sfumano antichi privilegi, sembra nato un tempo di vago caos, in cui tutti parlano allo stesso momento nella stessa piazza.

Ascoltare ogni singola voce diviene un’acrobazia: per poter sentire, occorre avvicinarsi moltissimo alla fonte che genera un segnale. Diversamente tutto è indistinto, e la sovrabbondanza ci sfinisce e disorienta, rendendoci via via insensibili al desiderio, a quel bisogno che ci animava un tempo.

È insieme il meglio e il peggio che ci si potesse attendere, ed è solo cominciata.

Se le cose stessero così, sarebbe un peccato davvero.

Non avremmo meritato di perdere il desiderio.

Meriteremo di ambire a raggiungere ciò che ci commuove tanto quanto io sto desiderando te in questo momento.

Un tempo raggiungere un disco era un’impresa amorosa. Come la mia oggi verso di te.

So che ci sei, stai nella tua acqua buona da qualche parte, e la fisica non sa dirmi perché io ti senta malgrado tutto, malgrado la distanza, la paura, tutto.

Davvero sarebbe un peccato se tutto finisse in quel modo.

Detesto quel pensiero così come mi è dura immaginare un mondo senza di te. Senza le tue mani, le tue braccia speciali e il tuo sguardo tutto, che mi riempie il cielo interiore al punto da sentire di dover cercare un appiglio per non annegarvi.

Sarebbe bello se invece potessimo centellinare questo bene anziché sprecarlo.

Sarebbe bello se la musica sapesse riscattarsi nel profondo dal giogo della vendita, si distillasse e tornasse a essere prova intima di mondo. Prova della mia e della tua esistenza. Messaggio liberato.

La musica liberata dal cappio del mercato e da quello della vanità saprebbe essere se stessa. 

Se la prigione delle vendite per molti è svanita, da quelli come me non è mai neppure stata considerata. Tu sai che io l’ho sempre  fatta come la sento, e nessuna prospettiva di vendita mi ha mai convinto a cambiare.

E se ho fatto così è perché sapevo dentro di me che avrei potuto un giorno incontrarti, e avrei potuto dirti come verità sconosciuta che tutto quello che ho pensato l’ho pensato pensando a te.

Io verso te, nella musica, liberato da qualunque urgenza.

I problemi per chi fa musica per sentimento sono comunque sempre esistiti, poiché quello di vivere delle proprie idee, oltre a essere il mestiere più bello del mondo, si dia il caso che è anche il più difficile.

Doloroso, con molte salite e picchiate imprevedibili. E chi soffriva ai tempi del mercato, sembra destinato a non soffrire meno in quelli della sua sparizione.

In musica si lavora sul nulla, un’evanescenza nella quale scolpire il proprio tempo. Ma è più facile a dirsi che a farsi, credimi, mi si creda.

Molti di noi necessitano di certezze o presunte tali per poter agire e sentirsi di camminare su qualcosa.

Il mestiere delle idee presume invece la capacità di librarsi sul nulla.

Devi vedere la strada dove non vi è che aria.

Devi vedere il giardino dove è ancora solo deserto.

Ma io so che tu con la naturalezza che adoro nei tuoi gesti, accoglierai l’eventualità che le cose per me come per tutti possano andare come vorremmo, oppure proprio no.

E ora ascolta, vuoi venire dove mi esibirò per te? Io ti accolgo.

Non vuoi? Lo sopporterò, sarà giusto per te e me ne farò una ragione.

Forse verrai e non ti piacerò, non sempre vi può essere chimica buona tra due elementi.

Ma se accadesse il bello, sarebbe il mondo che sia io che te vorremmo, per nuotarci infinitamente.

Ti piacerò e mi vorrai ancora, e ciò che tenterò di offrirti sarà il piacere di riavermi ogni volta che lo sentirai necessario. E non sarà un automatismo, sarò io, davvero. Potremo toccarci.

Per questo ora ti dico: nel fare un nuovo disco, una somma di mondi esplorati da me per primo per poi offrirteli, io ci penso e ci penso e ci penso ancora.

Avrà ancora senso farlo?

No di certo, non secondo logica, non per contingenza. Ma rimane il bene di conoscersi in un modo sempre nuovo.

La santa utilità dell’inutile.

Sarà la mia esplorazione, l’avrò fatto per te, e sarà stata impresa giusta se sarò stato all’altezza di una necessaria onestà, senza fingermi ciò che non sono. Non sono un divo, nessuno lo è, ma un uomo sì che tenta la via della conoscenza, un solo spermatozoo che tra milioni cerca alla cieca la via per l’ovulo. 

Allora, ascoltami ancora poco se puoi: avrei deciso di portare a termine quel certo lavoro che sai.

Penso che mi rappresenterà, e se può rappresentare un uomo, può in una qualche misura minima rappresentarne altri.

E anche solo per questo avrà avuto senso portare a termine l’impresa amorosa.

Avrei deciso di tornare con un nuovo disco, vorrei dirti, amore.

Non importa se importerà a qualcuno, importa che io l’ho sentito come cosa vera e importante. Perché importerà il mio bisogno di inseguire l’impossibile.

E importa il fatto che io abbia a lungo esitato, per pudore, per rispetto, per non sporcarti, mio amore. Per evitare di doverti investire di qualcosa che non vuoi.

Dunque lo finirò per davvero, e ad un certo punto te lo consegnerò.

Fingerò che possa andare da qualche parte, come un figlio trasparente.

Sarà la mia acqua buona, santificata dal mio bene.

Ma tu, come è giusto, ci farai ciò che vuoi.

Non è così l’amore?

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.