Tricarico si racconta: da “Io sono Francesco” a “Da chi non te lo aspetti” (intervista)

381
0
Foto: Andrea Giovannetti

Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato lo showcase di presentazione del nuovo album di Tricarico, Da chi non te lo aspetti – parte prima, mentre qui potete trovare la recensione dell’album.
Prima del live abbiamo incontrato Francesco per ripercorrere le tappe della sua carriera, dall’esordio col successo immediato di Io sono Francesco, fino alle canzoni che fanno parte di questo ultimo lavoro.
Non mancano delle chicche e molte divagazioni sul tema, come un elogio della solitudine e la rivelazione esclusiva di aver scritto una canzone per Vasco Rossi.
Buona lettura!

Con la tua prima canzone, Io sono Francesco, sei andato subito al numero uno in classifica. Questo ha condizionato in qualche modo la tua carriera?
Io sono Francesco ebbe un grande successo, tanto che mi dissero “guarda, se non va bene la prima canzone è difficile che tu possa fare la seconda”. Eravamo nel 2000 e già i contratti erano a singolo. Il fatto che quel brano ebbe così tanto successo è stata una grande fortuna, ma non solo, perché dietro c’è un grande lavoro di ricerca, di attesa che mi arrivasse quest’idea di raccontare un episodio così importante della mia vita.
Sicuramente ha tuttora un ruolo importante nella mia carriera, perché tante persone ancora la ricordano, e l’ha condizionata certamente e spero che la condizioni per i prossimi duecento anni, così che non si dimentichi. La cosa bella è quando racconti una cosa che non riguarda solo te ed è condivisa da altri, ma in questo caso la cosa strana è che era un fatto molto personale che però è stato interpretato da altri a modo loro, nel modo più personale per ognuno, quindi è stata una bella magia. Mi auguro che ne accadano altre, e ha condizionato la mia carriera nell’insegnarmi che dietro ad ogni grande successo c’è un grande lavoro.
Il successo è ciò che fa la differenza tra un genio e un folle, quindi siccome non voglio essere considerato un folle mi auguro che altre canzoni mi portino in bei posti.

In questo nuovo album tu ricanti proprio Io sono Francesco in un’inedita versione piano e voce, cambiando una frase del testo, che però dà al brano un significato nuovo. Come mai da “Il mio capo mi ha salvato” a “Io mi sono salvato”?
In questo album, Da chi non te lo aspetti – prima parte, che essendo una prima parte fa già capire che ce ne sarà un’altra a settembre… L’idea è venuta a dicembre a me e Michele Fazio, e visto che negli ultimi tempi stiamo facendo molti concerti piano e voce l’idea era appunto quella di fare un album che avesse tutti i pezzi arrangiati in quel modo, e tra questi inserire anche alcuni vecchi brani in questa nuova versione.
Per quello che riguarda la frase, credo che solo per il primo anno ho cantato “il mio capo mi ha salvato”, perché l’idea che il tuo capo ti possa salvare… Infatti anche un amico mi disse “ma tu pensi che il tuo capo possa mai volerti salvare?”. Nessuno ti può salvare se non sei tu a salvarti. Sono stato io a salvarmi, per cui già da subito abbandonai questa cosa che scrissi, cambiandola, e in questo caso viene detto “e poi io, io mi sono salvato”.
Anche l’idea del salvataggio, se vuoi, è molto ingenua a suo modo, però io credo che tutto nasca da noi. E’ un errore pensare che qualcuno ti possa salvare, perché sei tu che fai tutto, siamo noi che permettiamo che avvengano le cose, ed è bene che noi ci si prenda il merito e la sconfitta di ogni risultato. Perché io credo che per quanto poi avvengano delle cose apparentemente (come dice Da chi non te lo aspetti), legate ad un mondo esterno, legate all’imprevisto, a cose di cui non abbiamo il controllo, a far accadere queste cose siamo sempre noi, la nostra apertura e la nostra voglia che accadano cose impreviste e buone, liete, belle e piene d’amore; o dolorose e faticose, perché queste poi ci porteranno a cose liete, belle e piene d’amore. Per cui nessuno ti salva se tu non vuoi salvarti.
Quindi… prendete il salvagente! (ride, ndr)

Qual è il tuo salvagente?
Il mio salvagente è la solitudine. Stare un po’ da soli nei momenti difficili è fondamentale.
Sentivo l’altro giorno alla radio in un programma molto “pop”… Senza nessuna considerazione negativa verso il termine “pop”, perché io ho sempre pensato che la mia ambizione era uscire dalle radio, era essere popolare, e tuttora io vorrei esserlo e lo voglio essere, perché come disse qualcuno “se non lo capisce tua nonna, vuol dire che non l’hai spiegato bene”. Ed io sono convinto di questo, perché chi non è in grado di far capire una cosa non può dire “non mi hanno capito”, ma sei tu che non l’hai fatto capire.
Insomma, in questo programma dicevano che sia la persona più estroversa che quella più introversa ogni quarantacinque minuti ha bisogno di qualche minuto di solitudine. Ed è bello che entrambi, cioè i due estremi, avessero bisogno di rigenerarsi un attimo, perchè credo che la solitudine sia un momento di ricarica, in cui fai i conti con te stesso. C’è chi per tutta la vita non li fa, e questo è drammatico, perché fare i conti con se stessi ogni tanto è difficile. Sennò c’è il rischio che passi la vita a dare la colpa agli altri o il merito agli altri. Guardarsi dentro vuol dire “ok, vediamo cosa ho fatto oggi, vediamo cosa non ho fatto oggi”.

Parlando sempre di salvezza, in questo album riproponi anche Musica, dove dici “la musica mi ha salvato”. In che modo?
La musica mi ha salvato perché per caso è entrata nella mia vita quando avevo dieci anni e ho iniziato a fare studi classici, con il flauto traverso. Era molto accademico, e a me non interessava assolutamente nulla di tutto questo. Non era neanche una tradizione familiare, era una scuola media dove si insegnava a suonare strumenti musicali, per cui da lì iniziò quest’avventura nella musica. Non so se altrimenti avrei mai avuto una passione, perché ero molto chiuso, non come indole personale, ma come avventure che avevo vissuto molto presto: orfano, quindi tutti i dolori, la morte, eccetera, che apparentemente non mi riguardavano perché io comunque come ogni bimbo ero felice e volevo vivere, però quando intorno ti succedono certe cose inizi inevitabilmente a pensare alla morte molto presto. La nostra società non parla mai di questo, per cui avevo a che fare con me stesso e dovevo risolvere cose che normalmente avrei dovuto risolvere magari a quarant’anni.
La musica mi ha salvato perché improvvisamente avevo a che fare con un nuovo linguaggio, che andava al di là della parola e del disegno, nonostante tutti cantiamo. Però io avevo capito che c’era qualcosa in più: la musica non la puoi vedere. Non sapevo ancora scriverla, avevo la tastierina Bontempi, che tutti forse abbiamo avuto, con i tasti numerati, e tu schiacchiavi i numeri senza sapere a cosa corrispondessero, e vedevi che facendo 1, 7, 8 usciva la melodia, e già lì era un meccanismo magico. Non lo so, avevo intuito che nella musica c’era qualcosa di magico.
Lei mi prese per mano, perché a me non interessava totalmente nulla, ma io ero portato per il flauto, allora poi feci il conservatorio, quindi iniziai questa carriera, e mi salvò perché mi permetteva di dedicarmi a lei, alla musica, al flauto, ai suoni, allo studio di Bach, di Mozart, pur senza averne un grande interesse. Era come se lei mi dicesse “tu fallo, poi vedrai che ti servirà”. Impara l’arte e mettila da parte, no?
E sono fortunato di aver avuto questo abbraccio da parte della musica, che mi ha permesso poi di trovare un mio posto nel mondo, perché io ero un bambino arrabbiato, sono stato un ragazzo arrabbiato e sono un uomo arrabbiato, con tutti. Poi adesso so controllare meglio questa rabbia.
Però quello che mi piace dire sulla musica è che se vai per strada e ti metti a strillare è facile che dopo poco ti arrestino, se tu invece sali su un palco e strilli magari hai un grande successo, perché fai una cosa che su un palco è permessa. Insomma, è una grande possibilità espressiva che altrimenti non avresti nella vita. O vai a strillare in mezzo ai campi, o fai i corsi dove dicono “strilliamo tutti, liberiamoci”… però che cazzo ti liberi? Ti liberi nel momento in cui sublimi un grido e lo fai diventare una canzone, allora lì sei diventato padrone di questa cosa.
La musica mi ha permesso di diventare padrone di grandi emozioni che altrimenti mi avrebbero potuto fare male, e allora mi ha salvato.

Al Festival di Sanremo 2008 hai dato dello stronzo a Piero Chiambretti davanti a 15 milioni di persone. Ti sei mai pentito?
Io mi sono pentito un secondo dopo, perché non è mai bello insultare nessuno e denota insicurezza. Però se uno è stronzo è stronzo.

Tu hai scritto canzoni per Celentano, Morandi, Malika Ayane, Zucchero. Chi altri ti piacerebbe cantasse una tua canzone?
Tutti! (ride, ndr)
Io ho scritto anche per Laura Pausini e per Vasco, però non so se gli siano mai arrivate queste canzoni. Mi avrebbe fatto piacere se una canzone che ho scritto, Le conseguenze dell’ingenuità, l’avesse cantata Vasco Rossi. Mi dissero che gli arrivò, ma non ne seppi più nulla.
Adesso vorrei scrivere una canzone per… mi è venuto in mente Topo Gigio. Ma sarà morto? C’è ancora Topo Gigio?

A proposito di Vasco… Ho sempre notato in molte tue canzoni (su tutte ovviamente Vita tranquilla, ma anche Il bosco delle fragole, Mondo fantastico) diverse citazioni di brani di Vasco. Inoltre tempo fa hai messo su Facebook un video dove dialogavi con una sua sagoma di cartone. Sei un suo fan?
Io ho un amore-odio per Vasco Rossi. Penso che abbia scritto delle cose molto belle, che sia molto sincero e che abbia scritto dei capolavori. Però, per esempio, una cosa che io mi sono sempre detto… ma come fai a volere una vita spericolata? Ho sempre immaginato quali fossero i presupposti che ti potessero portare a volere una vita spericolata, e io volevo una vita tranquilla… C’è sicuramente un legame con Vasco, perché io lo sento come un papà, che tu faresti tutto il contrario. Viva Vasco Rossi, ma non c’è bisogno che lo dica io. C’è chi c’ha una vita spericolata e chi una vita tranquilla. Se hai una vita spericolata e non la vuoi è un casino. E’ una questione di opposti, uno vuole quello che non ha. Se vuoi una vita spericolata vuol dire che la tua è molto tranquilla.
Ma poi ognuno ha la sua strada… Cioè, secondo me tu puoi parlare delle carote e dire “mi piacerebbe mangiare le carote” ma dirlo in un modo che non stai parlando solo di mangiare le carote.
Una volta Claudia Mori mi disse, ma non lo diceva lei, che Celentano avrebbe potuto cantare l’elenco del telefono, ed è vero, perché non è che lui dice “Alberto Rossi, Antonio Catalano”, eccetera. C’è altro: le parole sono un filo, quello che passa è altro. Tutti possono dire “ti amo”: alcuni te lo dicono e ti arriva qualcosa, altri si ferma la parola e non ti arriva neanche all’orecchio, altri ti arriva dentro e ti distrugge. Quindi dipende da te, o sei vivo o sei morto. Attraverso le parole arrivano emozioni, arriva la vita. Quindi Celentano poteva cantare l’elenco del telefono perché è vivo. E’ brutto da dire, ma se tu inizi a pensare già in un determinato modo rischi che a vent’anni non sei più vivo. Vivo vuol dire che dai per scontato che tutto possa cambiare da un momento all’altro, che tu possa cambiare tutto da un momento all’altro, che la vita sia una strana alchimia. Se inizi a sclerotizzare tutto, è tutto morto molto presto e tutto può fermarsi, perché la testa ha un potere immenso.

Parlando del titolo del nuovo disco, c’è una frase di Eraclito (“chi non si aspetta l’inaspettato non troverà la verità”) che sembra descrivere perfettamente quello che canti nella canzone. Quanto è importante fare e ricevere gesti inaspettati e come mai hai scelto proprio Da chi non te lo aspetti come titolo?
Perché sono Eracliteo (ride, ndr).
Perché ogni giorno è un miracolo. Non è patetico dirlo, ma ogni giorno possono succedere delle cose importanti, ma se non te le aspetti non possono accadere, come se non apri la finestra non entra l’aria. Io penso che alcune cose apparentemente non logiche, non dimostrabili, non scientifiche, sono ancora legate al caso, però credo che se non ti aspetti che possa accadere una cosa bella è difficile che accada, o se accade è perché un altro l’ha pensata, e allora da chi non te lo aspetti possono accadere cose bellissime. Io penso che se sei aperto all’inaspettato, l’inaspettato può sorprenderti, se in più ci metti amore… Perché se ci metti terrore e orrore ti arriva terrore e orrore, se invece ci metti amore ti arriva amore. C’è un video di Albanese che gira, bellissimo, dove dice “voglio star bene”. E’ quasi che uno si senta in colpa di stare sempre bene, di volere cose belle. Invece no, deve essere un diritto per tutti avere una vita bella, normale, come ognuno la vuole, nel limite del rispetto altrui. Prima di tutto star bene, poi se si vuole sognare ci sono i sogni. E l’inaspettato è la magia che fa accadere tutto questo, anche se alcune cose magari più che legate alla magia potrebbero essere concrete.

A proposito di sogni, il tuo ultimo singolo Brillerà, parla proprio di questo, e vede la partecipazione di Ale e Franz. Come è nata questa collaborazione?
La collaborazione con Ale e Franz è nata proprio con Brillerà, canzone che ho scritto più o meno un anno fa. Ho passato un po’ di tempo in cui non scrivevo, poi di colpo mi è venuta fuori l’idea di questo testo, ed è come un piccolo film in cui ci sono due voci fuori campo che erano pensate per due comici, o clown. C’è questa persona che non ha più un soldo, che potrei essere io ma anche no, che vive delle situazioni difficili a livello emotivo e a livello amoroso, ma ha la grande sicurezza che tutto questo possa cambiare, possa migliorare, però dice “ok, nel frattempo mi mangio una pasta al tonno”. Mentre mangia la pasta al tonno sogna, e sogna che questa vita infame possa brillare, e ne è sicuro, nonostante tutto intorno, per mezzo della voce di Franz, dica “ma cosa sogni? Non puoi sognare, hai venduto anche l’oro”, e Ale gli risponda “lascialo sognare, non costa nulla sognare”. E nonostante tutto dica “tu non hai più nessuna chance” lui continua a sognare ed è convinto che il suo amore per la vita gli farà passare questo momento, in cui nessuno gli dà una possibilità, se non lui stesso.

Ultima domanda: ma quindi la pasta al tonno è pronta o no?
Sai che non mi piace tanto la pasta al tonno… (ride, ndr)

CONDIVIDI
Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".