Springsteen e Roma: un amore destinato all’eternità

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Quando pensi di aver visto tutto, quando sei convinta di aver assitito al concerto più bello di sempre (Milano San Siro 3/7/2016), quando vai allo show romano con un misto di rabbia e di rassegnazione per l’approssimazione (chiamiamola così…) dell’organizzazione, ecco che Bruce spariglia tutte le carte in tavola e ti porta direttamente con sé nell’Iperuranio del Rock, un luogo ideale al di là dello spazio e del tempo dove la musica, le parole, le emozioni di Bruce si sublimano e si fondono con quelle di 60.000 persone di tutte le età che si sono date appuntamento al Circo Massimo, sabato 16 luglio 2016, alle 8 di sera.

Che il posto sia tra i più suggestivi al mondo lo sanno anche Springsteen e la E Street Band, ma il colpo d’occhio che hanno quando salgono sul palco va oltre qualsiasi aspettativa: Steve e Patti, in particolare, appaiono i più toccati (ma anche gli altri a giudicare dai tweet mandati il giorno dopo non sono rimasti indifferenti) e mandano baci al pubblico a piene mani. Poi entra lui, Bruce, chitarra acustica al collo e incedere lento, un saluto – “Vi amo!” – alla folla immensa che si stende davanti a lui e quindi quella dedica già sentita 3 anni fa all’Ippodromo di Capannelle: “Per Roma”. Attacca, accompagnato dall’Orchestra Sinfonietta, “New York City Serenade” ed è  l’inizio, anzi la ripresa, di un atto d’amore tra Springsteen e Roma che va avanti dal 1988  (proprio quando iniziava la sua storia con Patti Scialfa) e che durerà anche questa sera quasi quattro ore. Perché se Bruce ama a dismisura la città che non dorme mai, anche quella eterna, definita da lui stesso nel corso del concerto la città più bella del mondo, è entrata nel suo cuore per rimanerci per sempre. L’esibizione di “New York City Serenade” è un equilibrio perfetto tra potenza, tenerezza, ruvidità e dolcezza, lo stessa che caratterizza il testo di questo capolavoro che Springsteen scrisse e pubblicò nel 1973 (a 24 anni!) nel suo secondo album The Wild The Innocent & The E Street Shuffle. Il pubblico lo segue incredulo, canta ogni singola parola in maniera quasi sommessa per non turbare la magia del momento, batte le mani scandendo il ritmo del ritornello, quel “but she won’t take the train” che racconta moltissimo della malinconia e della disillusione della storia narrata, quella di un giovane squattrinato del New Jersey che s’innamora di una ragazza che per sconfiggere la povertà in cui è cresciuta va a Manhattan ogni sera per prostituirsi sperando di cambiare vita. Lui le offre una vita semplice ma dignitosa, però sa già che lei non prenderà quel treno che la riporterebbe al di là del fiume, nel New Jersey.   Saranno 14 minuti di purissima arte che solo uno il cui soprannome è Boss, da oltre trent’anni, ci può regalare. Alla fine ha gli occhi lucidi Bruce, e noi con lui. Ma stasera non è tempo di malinconia né di disillusione, nonostante i giorni di vigilia ci abbiano sbattuto in faccia l’ennesima vomitevole strage di innocenti a Nizza ad opera dello psicopatico invasato di turno, e un golpe in Turchia che se non avesse già causato centinaia di morti, migliaia di arresti e chissà quanta altra violenza insensata e ingiustificata ancora, sarebbe una barzelletta. Roma è blindata, ci siamo siamo abituati ormai alle minacce farneticanti ma la tensione – inutile e stupido negarlo – c’è e si percepisce. Però tutti stasera qui, Bruce e la ESB per primi, vogliono celebrare la vita e la pace attraverso la potenza del Rock. E allora via con “Badlands” e a seguire il primo brano on demand, “Summertime Blues”. A Roma la temperatura è perfetta, il  sole si riflette sul marmo e il travertino dei palazzi che hanno fatto la storia e tinge il cielo incredibilmento terso dopo due giornu di nuvole a tratti minacciose, di arancio, di rosa, di celeste prima di uniformarsi in un elegante blu ravvivato dalla luna riempita solo per metà. E nonostante il Circo Massimo sia un immenso catino, il Ponentino, quella leggerissima brezza che arriva dal mare e si alza al tramonto,  rende ottimali le condizioni per cantare e suonare. Bruce lo sente che c’è un legame speciale stasera, è sottile e  indistruttibile al tempo stesso, perché ti avvolge sensualmente e non ti lascia più: è il legame con la bellezza, con l’arte, con la passione, con l’amore che solo una città come Roma ti può dare. Arriva, a proposito di legami,  “The Ties That Bind” e in rapida sequenza “Sherry Darling”, “Jackson Cage”, “Two Hearts”, “Independence Day”, “Hungry Heart”, “Out In The Street”: il fiume stasera è in piena. Altro giro, altra richiesta: “Boom Boom Boom”,  una scarica di adrenalina che già aveva caratterizzato il tour di Tunnel Of Love (1988, con le due tappe romane allo Stadio Flaminio e una a Torino) e che a distanza di anni ci fa sentire tutti più giovani. Anche la “Detroit Medley”, richiesta con un cappellino da baseball realizzato per l’occasione, è un altro ritorno al passato, tutti ballano, cantano, si sbracciano e urlano in un rito collettivo di celebrazione della vita e della gioia di vivere. “The Ghost Of Tom Joad”, in versione acustica chitarra e armonica, è uno dei momenti più toccanti della serata, ma non l’unico:

“Ovunque ci sarà un poliziotto che picchia un ragazzo, ovunque ci sarà un neonato affamato che piange, ovunque si combatterà contro l’odio e il sangue, ovunque ci sarà qualcuno che lotta per conquistare un posto dove stare, per avere un lavoro decente o una mano che lo aiuti, ovunque ci sarà qualcuno che lotta per la libertà, mamma guarda nei suoi occhi e vedrai me“.

Le emozioni si susseguono velocemente e sempre più intensamente: “The River”, “Point Blank”, “The Promised Land”, ma anche “Bobby Jean” “Drive All Night”, “Because The Night” stasera ci sono tutte. E c’è soprattutto “Tougher Than The Rest”, bellissima sempre, perché stasera c’è Patti e questa è la “sua” canzone: è il suggello al loro amore, e vista (e sentita) stasera qui a Roma fuga ogni gossip sulle recenti defezioni in alcune date (ad esempio in quelle  Milanesi)  della rossa Scialfa. Il legame è profondo e si percepisce negli sguardi, nella sintonia, nella complicità che c’è tra loro. E il bacio finale  ne è l’ulteriore – ed ennesima – riprova.13669234_10209288047578854_5276225723014256715_n

C’è ancora tempo per le lacrime, sono quelle che sgorgano sull’attacco di “Jungleland” un brano che ha sempre avuto un impatto devastante e che stasera trova nuova forza: sarà che arriva subito dopo la “Land Of Hope And Dreams” dedicata ai nostri fratelli e sorelle di Nizza, sarà che giunge in una serata carica di passione, ma l’urlo di Bruce alla fine del pezzo squarcia non soltanto il cielo di Roma ma anche i nostri cuori, tutti, senza differenze di età, di nazionalità, di razza, di credo religioso, di orientamento sessuale, di storia personale. Siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, emotiva e non. Così siamo tutti Americani quando parte l’inno più anti-statunitense (e più frainteso) che sia mai stato scritto, quella “Born In The USA” che nonostante tutto (equivoci e non conoscenza della lingua inglese) continua a far cantare all’unisono il pubblico di tutta Europa e di tutto il mondo. L’inno Springsteeniano per eccellenza, però, è “Born To Run” e parte immediatamente dopo, senza soluzione di continuità, perché siamo tutti nati per correre. Continuiamo a farlo a dispetto di tutto e tutti, e poco importa se c’è ancora chi ti dice che “in mancanza di un album da presentare,  le scalette fatte così non hanno senso”, oppure che “in fin dei conti ‘sto Springsteen non è che faccia nulla di nuovo”, o ancora che “canta sempre le stesse canzoni”. Ho smesso tanti anni fa di rispondere a queste obiezioni perché non ha alcun senso, perché quando senti una “Shout” che arriva dopo 32 canzoni, oltre 3 ore di concerto e trascina 60.000 persone guidate da un unico uomo capace di dirigere un coro e una coreografia senza uguali al mondo, allora capisci anche quanto sia vera, ancora una volta, l’affermazione definitiva: il mondo si divide tra chi ama Bruce Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo!

Stasera a Roma è andata in scena la migliore performance musicale che un artista possa rappresentare, il più grande scambio di emozioni collettivo, la celebrazione della vita più sentita al mondo in un contesto asolutamente impareggiabile. Negli ultimi anni non sono mai stata così fiera della mia città come stasera: bellissima, compostissima (un miracolo che non sia successo nulla all’uscita), travolgente, a dispetto di quelli che l’hanno affossata e continuano a farlo senza alcuna vergogna e anche di chi la considera, evidentemente, un posto marginale, quasi di serie B. Il fiume stasera ha travolto Roma, ma Roma ne ha cambiato il corso. E il saluto finale di Bruce – “We’ll be seein’ ya…” – ci ha fatto capire che questa storia d’amore è ancora lunga.

Post scriptum: Il concerto più bello che io abbia mai visto di Bruce non è più quello di Milano 3 luglio, è questo: Roma 16.07.2016!

Le foto sono tratte da internet

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.
  • Carmine

    Tutto giusto…cristallino tranne una cosa….non esiste concerto più bello, perché come dice lui stesso il più bello è. ..il prossimo…!!!!

    • Patrizia De Rossi

      Grazie Carmine, si… il meglio deve ancora venire

  • alessandro brandi

    articolo meraviglioso.Bravissima.Io non c’ero a Roma,ero a quello (meraviglioso anche per precisione della voce e potenza delle chiatarre) del 5 a san siro…ma attraverso i video postati sono perfettamente all’unisono con le tue considerazioni.E per dirla tutta…se per concetto di nuovo si intende la pochezza musicale ed artistica (fatto salvo le dovute eccezioni) o le indecenze musicali ultime di cariatidi che ormai suonano dal vivo,decadenti,solo per far cassa e sono ormai la parodia di se stessi,allora noi ci teniamo ben stretti il Nostro grande ed unico Boss,che a 67 anni ci mette ancora voced cuore,anima,sudore,potenza,eleganza,affetto,senso di apprtenenza,e che è ancora l’ultimo poeta rock che rende intime folle di 60.000 persone e ci aiuta ad essere un po’ migliori di quello che siamo.Dio salvi il nostro grande sacerdote laico.

    • Patrizia De Rossi

      Grazie Alessandro per i complimenti. Per il resto sono assolutamente – e totalmente – d’accordo con te!

  • Roberto Marzialetti

    il concerto più bello è ancora quello che verrà. e non è una frase fatta…
    grazie di aver scritto tutto questo.