Cat S 60. Lo smartphone bulldozer

Il cellulare più corazzato del mondo. Con certificazione militare

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Il “caterpillar” degli smartphone si chiama CAT S 60: è lo smartphone più corazzato del mondo e lo ha realizzato proprio la famosa azienda statunitense che produce macchine per costruzioni e da qualche tempo è anche brand leader nell’abbigliamento casual con il marchio CAT. Dopo l’anteprima al Mobile World Congress di Barcellona ora Cat S 60 arriva anche in Italia al prezzo di 649 euro. Non poco, è vero, ma si mette in tasca un device “rugged” assolutamente unico dotato di certificazione militare contro gli urti e di una telecamera posteriore da 13 MPX con doppio flash a LED capace, grazie al modulo FLIR per l’imaging termico integrato, di effettuare rilevamenti termici sugli obbiettivi inquadrati. La struttura pressofusa di S60 e lo strato di Corning Gorilla Glass 4 che protegge il display HD da 4,7 pollici – con touch funzionante anche attraverso guanti e dita bagnate – permettono allo smartphone di resistere a cadute fino a 1,8 metri di altezza con (certificato MIL Spec 810G). Inoltre le componenti interne sono completamente schermate dall’acqua e si può scendere senza problemi per un’ora fino a 5 metri di profondità. Cat S 60 integra il sistema operativo Android in versione 6.0 Marshmallow, è dotato di audio di alta qualità superiore a 105dB ed è mosso da un processore Qualcomm Snapdragon 617 a otto core. Completano la dotazione 3GB di RAM, 32GB di memoria interna, una batteria da 3800mAh, connettività 4G LTE e una fotocamera anteriore da 5MP.

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Walter De Pace
Sono nato a Milano. Negli anni 80, laureato in filosofia, ho iniziato come copywriter all’Ufficio Pubblicità  di Rizzoli Libri.  Negli anni 90 ho collaborato con l’Europeo  - novità tecnologiche - e successivamente con Brava Casa, Anna, Milleidee e Max. All’inizio del nuovo secolo, addetto stampa alla start up che ha creato RCS WEB, ho continuato  a scrivere su Max,  con contributi al mitico spin off tecnologico Max 2.0 ora da collezionisti. Collaborazione proseguita in Gazzetta dello Sport.it.  Dal 2009 al 2012 ho scritto anche sul  mensile filosofico scientifico KOS. Il mio avatar l’ha  scelto mia figlia Irene, con la quale condivido l’idolatria per Bob Dylan, ma che non sopporta la mia passione per le opere di Mozart.