Dunque muore Alan Vega.

A molti il suo nome dirà poco, è di certo così.

Se si guarda al suo volto dal sapore indiano, con lo sguardo cocente, scurissimo, nelle immagini ufficiali sembra un ragazzino insolente. Invece da ex veterano del Vietnam sino a dolente voce e mente unica dell’underground artistico di Harlem, con una manciata di dischi a nome Suicide, ha seminato più influenze e nuove visioni del rock lui, di quanto non possano fare intere generazioni starnazzanti.

Tenetevi pure le vostre milionate di dischi venduti.

Il mondo domani ricorderà Alan Vega.

Come ricorderà Lou Reed.

Ma è la natura la vera insolente, e concentra in certe menti e in certi corpi tutto ciò di cui è avara in molti, troppi altri casi.

Boruch Alan Bermowitz, in arte Alan Vega, insieme a Martin Rev, una voce, delle macchine ritmiche e due tastiere, sono stati un duo fondamentale nella storia della musica. Ossessivi, minimali, feroci, necessari.

Senza di loro tante cose non sarebbero le stesse.

Ma non si sa.

È così che si perde il sangue del mondo.

È così che io piango non la sua morte, ma l’esangue tramortimento di troppe coscienze mai risvegliate.

Chi fosse Vega non lo sanno neppure coloro che ambirebbero a essere considerati grandi nomi della musica.

Quelli che pretenderebbero inoltre uno stacco di superiorità di certa musica rispetto ad altra.

Quelli che dicono: Mozart, credendo di aver nominato dio.

Ebbene, Mozart, fosse vissuto tra il millenovecentosettantasette ed oggi, avrebbe amato Alan Vega e i Suicide.

La sua verità umana e la sua irriverenza, il suo essere un individuo che mette il dito nella piaga.

La sua invenzione.

Un genio avrebbe saputo riconoscere il genio.

Mozart avrebbe aborrito il conservatorio, preferendovi l’innovatorio.

A quale delle due categorie sentirsi più affini lascio a voi decidere.

Molti di coloro che parlano a sproposito non lo sanno. Credono di appartenere alla musica ma in essa sono gonfie nullità. Bolle d’aria.

Tempo fa ascoltavo l’ennesima tirata da casta musicale di un certo direttore d’orchestra internazionale che vorrebbe credersi la musica, e pensavo esattamente al fatto che se è chiaro che un uomo di musica non può essere al corrente di tutto ciò che di significativo venga prodotto al mondo, non è neppure immaginabile che tale uomo di musica possa ignorare ciò che ha trascinato per i capelli la musica popolare fino ai piedi dell’arte più disperata.

In alcuni casi almeno, la conoscenza è inevitabile.

Deve esserci un motore che ti spinge a capire il tuo tempo, o non sarai niente.

Se ad esempio Pierre Boulez non avesse conosciuto Frank Zappa, si sarebbe perso una parte di crema della propria contemporaneità. E sarebbe stato un po’ meno uomo di musica, un bel po’ meno.

Se Muti, ad esempio, che crede di essere la musica, non ha mai ascoltato un brano di The Velvet Underground mentre uno come Salvator Dalì era presente con Andy Wharol al Exploding Plastic Inevitable Tour della formazione newyorchese, ci sarà un perché.

Figuriamoci se a un tale direttore d’orchestra fosse mai capitato di andarsi a cercare la musica del tempo in cui ha vissuto. Di andare ad ascoltare e capire ad esempio Suicide.

Così, mentre è certo che Alan Vega conoscesse Mahler o la Cavalcata delle Valchirie, e molte altre cose significative del passato come si addice a un conoscitore, è tristemente chiaro che un direttore d’orchestra vanesio e retrogrado non si sia mai degnato di ascoltare il proprio tempo.

Se lo avesse fatto, avrebbe preso a dirigere qualunque cosa con ben altro piglio.

Col sangue giusto, quello che non conosce né tempo né genere musicale. Entrambi inesistenti.

I paragoni in musica come tra gli esseri viventi non si fanno e non contano. Non si può dire o lasciare intendere: meglio di questo nessun altro. È meschino e antistorico oltreché inutile.

Conta ciò che resta davvero, per chi sa vederlo.

E chi non sa né vedere né ascoltare, non può dirsi al mondo interamente.

Di recente un altro ex povero, Bruce Springsteen, ha trovato il modo di rendere il proprio omaggio al genio di Alan Vega eseguendo “Dream Baby Dream” in concerto davanti alle migliaia di commossi astanti che seguono ogni suo passo, per lo più ignoranti di chi fosse l’omaggiato.

Così le folle hanno potuto forse intuire che la grazia estrema sta più spesso in angoli appartati, ben lontani dagli stadi e dai palazzetti di concerti milionari.

Perché il vero dramma al mondo è sempre quello della separazione tra ciò che conta davvero e la vita delle persone.

Chi è condannato a non avere alcuna coscienza musicale non ne avrà in senso totale, avrà sempre meno opportunità nella vita, e sarà portato a considerare acriticamente come il meglio ciò che viene imposto come sacro, o peggio ancora si nutrirà di qualunque mediocrità a portata di mano, e tale mediocrità gli entrerà in circolo, forgerà le sue cellule e impedirà ogni volo autentico.

Dopo aver marchiato a fuoco la musica del novecento, Alan Vega, musicista povero, cantante di rara intensità, ex soldato in Vietnam, americano antiamericano del sogno americano, dopo aver cantato la disperazione, la paura, l’alienazione, il deliquio amoroso e aver saputo reinventare il rock’n roll molti anni dopo la nascita di quello stesso genere, e il punk rock molti anni prima della nascita di quell’altro genere, in seguito a un lungo silenzio ufficiale in cui le menti più acute lo hanno spesso rievocato, se ne è andato a quanto pare senza che quasi nessuno si accorgesse neppure della sua ormai pronunciata età, e senza che alcun clamore o piagnisteo potesse essere sollevato.

Uno così non ha età.

Un protagonista autentico non sente alcun bisogno che si facciano cerimonie quando è il momento della verità.

Ma io invece, ti bacio, Alan Vega.

Sarai Ghost Rider, ora e sempre.

E cavalcherai sopra milioni di teste vuote, sventolando il tuo fazzoletto arrossato col sangue del mondo.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.