Berlino, quella sera sotto al “Muro” del rock

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Giò Alajmo con "Pink"

Ok, si va a Berlino. Come rifiutare un invito così? Appuntamento a Milano per prendere l’aereo con pochi selezionati colleghi e via verso il corridoio aereo che da Francoforte attraversava la Germania Est fino all’ex capitale murata. Berlino era il simbolo della guerra fredda, dello scontro planetario fra le due superpotenze nucleari, fra due stili di vita e concezioni sociali opposte. Ma l’impero sovietico stava sgretolandosi e così il suo stato satellite che aveva diviso in due il popolo tedesco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quando proposero a Roger Waters di rifare “The Wall” in quella parte di Berlino che per decenni era stata “terra di nessuno”, la spianata della Potsdamer Platz, la sfida sembrava immensa. “The Wall” era la più grande impresa teatrale mai tentata in ambito rock, un’opera sulla solitudine, l’alienazione, il potere assoluto e il controllo delle menti, che aveva potuto essere messa in scena solo in poche città con uno spazio adeguato e per poche repliche nel 1981. Era il lavoro, ampiamente autobiografico, di Waters che aveva di fatto sancito la fine dei Pink Floyd nel loro momento più alto.

Di riunire i Pink Floyd, in piena lite e scontro legale, non se ne parlava. Si optò per un altro progetto. E se “The Wall” teatrale fu un’opera colossale, a Berlino se ne allestì una gigantesca e irripetibile, in diretta tv mondiale, con dovizia di ospiti, e il coinvolgimento delle truppe dell’Armata Rossa di stanza a Berlino e i loro mezzi militari, camionette, elicotteri, soldati, bande. E senza rinunciare alla consueta tecnologia sonora dei Pink Floyd, quadrifonia, effetti tridimensionali, e ovviamente il muro, immenso, costruito a cavallo di quello tristemente famoso che solo pochi mesi prima tedeschi dell’est e dell’ovest avevano cominciato a tirar giù a picconate. Di fatto il grande, immenso palco di “The Wall” era stato gettato come un ponte tra Berlino Ovest e Berlino Est.

Il volo fino a Berlino fu in allegra compagnia. C’erano in aereo ragazzi venuti dal Sudamerica per vedere lo show, mentre su Berlino ne stavano convergendo a decine di migliaia da ogni parte del mondo.

Potsdamer Platz 2004
Potsdamer Platz 2004

Berlino oggi è molto diversa da com’era allora. La città della guerra fredda era diventata a Ovest come una vetrina del mondo occidentale, vetro, grattacieli, allegria, creatività. Un contrasto assoluto con i casermoni cupi a formicaio dell’altra parte, anche se grandi architetti avevano messo la loro firma a quartieri popolari. Qui erano venuti a cercare ispirazione David Bowie. Lou Reed, gli U2. Qui la gente era stata uccisa per aver solo tentato di saltare il muro, o c’erano stati famosi giochi di spie, minacce armate, Kennedy che urlava “Io sono berlinese”.

Potsdamer_Platz-1982
Potsdamer_Platz-1982

La Potsdamer Platz era uno spazio vuoto, immenso, dove si era combattuta l’ultima battaglia, l’assalto al bunker di Hitler, i ragazzini messi in divisa a difendere il Fuehrer e a morire senza essere ancora diventati adulti sotto i colpi di fucile e di cannone. Qui sorgeva nel nulla il “Checkpoint Charlie”, il posto di controllo “C”, reso famoso da un’infinità di romanzi e film di spionaggio.

Per consentire allo spettacolo di andare in scena dovettero sminare l’area, con cura, da ordigni inesplosi della guerra mondiale e mine della guerra fredda. Per la prima volta dopo quasi trent’anni i confini di Berlino erano aperti, le famiglie si erano ritrovate, gli amici pure, i giovani erano potuti andare liberamente a vedere cosa c’era dall’altra parte della striscia di cemento armato.

Tassisti dell’est e dell’ovest passavano l’immaginario confine e si fermavano a chiedere informazioni ai passanti. Nessuno sapeva bene com’era fatta l’altra parte, i nomi delle strade, la mappa della città fino allora proibita. “Quando arriviamo a Est?”, chiesi al mio tassista. “Facile”, rispose. “Quando sentite la strada sobbalzare dalle buche e non ci sono più negozi nelle strade, allora siamo a est”.

La preoccupazione di molti, appena arrivati a Berlino fu – capita spesso – di trovare un buon posto dove mangiare. Io avevo altri appetiti. “Io vi saluto e vado altrove”, annunciai. “Dove vai?”. “Vado a dare un’occhiata al posto dove si farà domani sera il concerto”, spiegai. Mario Luzzatto Fegiz, a cui si può imputare ogni “nefandezza” ma non di non avere buon naso giornalistico, decise di seguirmi. Arrivammo sulla Potsdamer Platz, vuota, e restammo strabiliati dall’immensità della struttura. C’erano tecnici al lavoro, qualche centinaio di curiosi, nulla più. Ci avvicinammo curiosi senza alcun problema, oltre la linea dei mixer. Improvvisamente si spensero le luci. Cominciarono a girare fari mobili, elicotteri in cielo, camionette piene di soldati russi circondarono l’area e cominciarono a convergere da due lati verso il palco, poi spuntò una limousine da cui sbarcarono gli Scorpions. E iniziò il concerto. Tutto. Solo per noi.

The Wall a Dortmund FOTO DI GIO' ALAJMO (C) 1981.
The Wall a Dortmund FOTO DI GIO’ ALAJMO (C) 1981.

Avevo visto “The Wall” a Dortmund nel 1981 e ne ero rimasto impressionato, ma questa cosa a Berlino lo superava di gran lunga. Magari non musicalmente, nonostante gli ospiti, la grande orchestra, gli effetti speciali, ma certamente come messa in scena superava qualunque altra cosa avessi visto fino allora. E il punto di vista privilegiato consentì di goderne appieno, in tutta la sua colossale dimensione, dal centro della scena che incombeva e avvolgeva lo spettatore.

Dimenticate il dvd. Tra lo show sul posto e il filmato televisivo c’è lo stesso rapporto esistente tra camminare tra i vulcani dell’Islanda e guardare una cartolina.

Roger Waters. Foto: Giò Alajmo
Roger Waters. Foto: Giò Alajmo

Vedere lo show un giorno prima, a parte l’utilità giornalistica di poterlo raccontare a posteriori senza dover improvvisare come capita in diretta, fu eccellente cosa anche perché l’evento ufficiale, la sera dopo, fu in parte disastroso. All’arrivo di Jerry Hall nella parte della groupie di Pink, la corrente saltò e ci volle tempo per ripristinare la situazione. Vi furono anche altri contrattempi, tanto che il dvd è un mix fra lo show ufficiale e le prove che vedemmo la sera prima.

Chieftains. Foto: Giò Alajmo
Chieftains. Foto: Giò Alajmo

Il Muro di Berlino era ancora lì, perpendicolare al palco fino al backstage. Alcune parti erano state divelte e si poteva attraversare in più punti. Dall’altra parte, inquietanti, c’erano ancora i Vopos con i cani lupo dietro una barriera di filo spinato. Ma ti sorridevano e ti salutavano. Veder sorridere un cane lupo addestrato all’attacco è comunque molto inquietante.

Giò Alajmo con la maschera di Pink a Berlino 1990, foto: cortesia di Bruno Marzi
Giò Alajmo con la maschera di Pink a Berlino 1990, foto: cortesia di Bruno Marzi

Il 21 luglio 1990 la Postdamer Platz si riempì fino all’inverosimile (da 250 a 500mila le presenze stimate), mentre su un piccolo palchetto davanti al “Wall” gli straordinari irlandesi Chieftains di Paddy Moloney intrattenevano la folla nell’attesa. Per molti giovani dell’Est quella fu la prima volta che poterono vedere finalmente un concerto del genere stando davanti al palco e non cercando di cogliere suoni e luci alle porte di Brandeburgo dove i Pink Floyd e molti altri avevano suonato in passato dall’altra parte del muro di cemento che avrebbe impegato lustri a crollare.

Roger Waters cambiò il finale, sostituendo l’originale canzoncina degli artisti e dei cuori infranti con “The Tide is Turning”, la marea sta cambiando, più emblematica, ma nulla fu più emblematico del gigantesco muro di polistirolo che si abbattè su Berlino all’urlo della folla “Tear Down The Wall!”.

Oggi Potsdamer Platz non esiste più. Del muro sono rimasti pochi frammenti e una linea di mattonelle a ricordo del tracciato. Sul grande spazio vuoto sono stati costruiti grattacieli e piazze commerciali, teatri e palazzi. Il Checkpoint Charlie resiste incassato in una stradina con un microscopico museo nel palazzo accanto. La Germania è una e forte. I problemi sono diventati altri. E altri i muri.

Giò Alajmo

 

Su “The Wall” a Berlino leggere anche l’articolo di Alessio Bardelli: http://www.spettakolo.it/2016/07/21/21-luglio-1990-the-wall-roger-waters-muro-berlino/

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.