È scoppiata la mania Pokémon Go, ma attenti a ciò che c’è dietro

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Sono piccoli, colorati, simpatici ed i ragazzini ne vanno matti. Non c’è ombra di dubbio che i Pokémon siano il fenomeno dell’estate.

No, non è l’incipit di un articolo di 20 anni fa, anzi, si tratta di un tema più che mai attuale. Le creature inventate da Satoshi Tajiri stanno vivendo un nuovo boom dovuto al gioco Pokémon Go che, sfruttando la realtà aumentata, permette agli utenti di andare a caccia dei mostriciattoli giapponesi semplicemente camminando per strade del proprio paese. Basta uscire di casa, accendere il proprio smartphone e muoversi per le vie della città alla ricerca di Pikachu e compagni. Ormai non si parla d’altro: sui social divampano le caricature degli utenti impegnati a dare la caccia ai Pokémon, in spiaggia è l’argomento più gettonato, ed è diventato, in pochissimo tempo, un trend topic mondiale.

Ma come tutte le cose belle anche questa ha il suo rovescio della medaglia: questo gioco ha trasformato molte persone, ancora di più di quanto non lo stiano già facendo gli smartphone, in un esercito di zombie, concentrati esclusivamente sullo schermo del proprio telefono, in quella che in gergo viene definita la Smartphone Walking. Ma questa è solo la punta dell’iceberg perché sono in costante aumento gli incidenti dovuti all’utilizzo di quest’app: c’è chi è andato a sbattere con l’auto contro un albero, chi è stato investito mentre attraversava la strada, o chi è stato aggredito per aver seguito la caccia in luoghi poco sicuri.

Infine c’è una tematica spesso sottovalutata, ma che è sempre più ricorrente quando si tratta di applicazioni sul Web: i termini d’uso. Alzi la mano chi legge le infinite clausole che ci vengono propinate ogni qualvolta installiamo un’app od un programma sul computer. Tra le 47.000 battute dei termini d’uso di Pokémon Go troviamo però delle postille interessanti. Ad esempio “L’utente concorda che le controversie di cui è parte insieme alla Niantic (la società che ha sviluppato l’app) saranno risolte mediante un arbitrato individuale e che rinuncia al proprio diritto a un processo con giuria o a partecipare come attore principale o membro di categoria in qualsiasi presunto procedimento rappresentativo o azione collettiva”. Detto in parole povere nessuno, sia come singolo individuo, sia come class action, può portare in causa la Niantic.

E non si tratta solamente di cause penali riguardanti incidenti più o meno gravi come quelli citati, ma si tratta anche dello sfruttamento dei dati sensibili: l’accesso alla fotocamera, i contatti e la posizione, l’indirizzo IP, il tipo di browser, il sistema operativo, la pagina web che un utente stava visitando prima di accedere a Pokémon Go, le conversazioni con gli altri utenti. Tutte informazioni che sono in possesso non solo della Niantic, ma anche di altre aziende che le possono acquistare per i più disparati usi commerciali. In particolar modo, se ci si registra con il proprio Google Account, l’app ha libero accesso a TUTTI i dati contenuti su quell’account. Traducendo: l’app ha il potere di accedere alle email contenute in Gmail, di leggere e modificare i documenti presenti in Google Drive e di guardare le foto salvate in Google Foto. Una falla che la Niantic ha promesso di risolvere.

Non resta che sperare di non essere in realtà noi le prede di questo gioco.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.