Scultura a Basilea. Due mostre

Per chi, come Freud, alla pittura preferisce le arti plastiche

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Fondation Beyeler
Alexander Calder & Fischli/Weiss
Baselstrasse 101,
4125 Basel, Svizzera
29.05.2016 –  04.09.2016

Kunstmuseum Basel
Sculpture on the Move
1946–2016
St. Alban-Graben 16,
4051 Basel, Svizzera
19.04.2016 – 18.09.2016

Per chi, come Freud, alla pittura preferisce le arti plastiche (e la letteratura, aggiunge in quel piccolo gioiello che è Il Mosè di Michelangelo), il luogo da non perdere è adesso Basilea.
Sono in corso due importanti rassegne. Entrambe in luoghi che, per dirla con la guida Michelin, meritano la deviazione: la magnifica Fondation Beyeler e il New Building del Kunstmuseum.

Alla Fondazione Beyeler è di scena la mostra Calder & Fischli Weiss. Un’accoppiata davvero bizzarra. Alexander Calder (Lawton 1898-New York 1976) e il duo svizzero composto da Peter Fischli (1952) e David Weiss (1946-2012) sono artisti diversissimi per epoca storica e poetica.
Cosa li unisce? Il lavoro sullo spazio, l’equilibrio. Questo suggerisce, credibilmente, la mostra.
La poetica di Calder è il frutto di una doppia ricerca: quella del mondo in movimento, della passione per il circo, il vaudeville, il cabaret, che lo conducono negli anni Venti a Parigi e quella nata proprio nella capitale francese a contatto con le avanguardie, trasferire l’arte astratta (di Mondrian, che lo sconvolse, o di Miró) nella scultura. Il risultato sono i meravigliosi mobiles.
Sculture che si muovono, che catturano il mondo circostante, interagendo con il vento e la luce. Ma il passaggio obbligato dalla fase di ricerca al Calder maturo è il lavoro sul circo: dipinti, disegni, vignette per giornali che descrivono con partecipazione e umorismo il mondo e il lavoro circense. L’esito è Il circo di Calder un meraviglioso “teatro” mobile che si muove come un trenino

È questo il passaggio inevitabile alle sculture aeree e semoventi.

Fischli e Weiss si formano invece nella scena punk di Zurigo dell’inizio degli anni Ottanta. La loro arte nasce, letteralmente, dal dialogo. Il loro lavoro si esprime attraverso film, fotografie, sculture, video, performance. Nel primo film, nato da un incontro a Los Angeles nel 1979, compaiono i due personaggi che li seguiranno per tutta la vita: un topo e un orso. Sono i costumi trovati in un negozio di Hollywood e indossati nel corso di una performance ispirata ai caratteri letterari e cinematografici: Bouvard e Pécuchet, o Stanlio e Ollio.
Questo dialogo continuerà per tutta la loro carriera. Nel 1984 nascono Equilibres/A Quiet Afternoon: fotografie, scattate in studio, di sculture create sistemando, nel più precario dei modi, oggetti della vita quotidiana: utensili, posate, bottiglie, ortaggi. Pratica che li porta alla creazione del lavoro più noto, The Way Things Go: una performance filmata

in cui una scintilla crea una reazione a effetto domino: una fantasmagoria barocca della durata di più di mezz’ora. A fianco di queste opere plastiche si sviluppa un dialogo concettuale nel senso letterale del termine: un confronto di concetti il cui apice è Question Projections (2000-2003): una serie di opere in cui le domande vengono dipinte o proiettate sui muri. In questa e altre opere analoghe si pongono interrogativi come: “Come stai?”, “Come mi sta questo trucco?”, “Dove sta andando la galassia?” O: “L’indecisione è prova di libertà?”, “Possiamo lamentarci di quasi tutto?” Anche queste, opere alla ricerca di un equilibrio precario.

Le opere degli artisti non si mescolano mai: a parte un mobile di Calder che sovrasta il topo e l’orso di F&W all’ingresso della mostra, il confronto avviene in sale diverse, in percorsi diversi, a volte convergenti.
È il caso di quello tra i dipinti di Calder Untitled degli anni Trenta e la serie Walls, Corners, Tubes di F&W: i primi – dipinti a olio – i secondi – sculture in gesso, cemento, argilla – apparentemente statici. I colori dominanti: il bianco, il grigio, il nero.
Entrambe le serie coerenti con la ricerca degli artisti: l’equilibrio nello spazio.
Una mostra davvero azzeccata.

Spostiamoci ora al New Building del Kunstmuseum, anch’esso un luogo destinato a diventare un tempio dell’arte contemporanea che ospita la mostra Sculpture on the Move, seguito ideale di Painting on the Move, del 2002.
Base è la ricchissima collezione del Kunstmuseum, arricchita da prestiti delle maggiori collezioni pubbliche e private del mondo.
I curatori parlano non di un’antologica ma di un panorama della scultura dal 1946 al 2016. E delle sue evoluzioni. Il risultato è una collettiva con alcune delle migliori sculture dei maggiori artisti del mondo. Si comincia con Brancusi, immenso, Arp, poeta, Giacometti con 4 sculture strepitose. Si conclude con Damien Hirst, Orozco, Cattelan. In mezzo (le opere sono 75) il meglio: Henry Moore, Louise Bourgeois, Beuys, Picasso, Tinguely, Warhol, Oldenburg, Duane Hanson, Richard Long, Richard Serra, Bruce Naumann, Ellsworth Kelly, George Segal, Manzoni, Pistoletto, Mario Merz, Baselitz, Jeff Koons, Katharina Fritsch. E naturalmente Calder e Fischli & Weiss.
Un mix eccezionale che fa riflettere. Il confronto fra gli artisti, il frammentario declinarsi degli oggetti nello spazio fa pensare. Il dialogo tra forme astratte e figurative, inframmezzate dagli ambienti creati da Merz, Beuys, Kippemberger, fa sorgere una domanda: c’è differenza? O meglio ci importa?
L’allestimento è molto bello con le opere distribuite tra il vecchio Kunstmuseum, il nuovo edificio, il vicino Gegenwart. Il nuovo edificio (disegnato dagli architetti svizzeri Christ e Gantenbein) farà discutere. Da fuori è bellissimo: in mattoni bianchi si armonizza molto bene con l’antistante vecchio museo. L’interno, in marmo grigio di Carrara e acciaio, mi sembra un po’ rigido, troppo monumentale forse. Eccessivamente rigoroso (elvetico?) per i miei gusti.
Su Basilea nel dopoguerra circolava una sinistra battuta: “Basilea? È più piccola del cimitero di Parigi. Però è più triste.” Art Basel (la più importante fiera dell’arte del mondo), la Fondation Beyeler, i crescenti investimenti sull’arte hanno contribuito a farne una delle città più attraenti d’Europa.

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.