Davide Pezzin: un “bassista per caso” sul palco di Ligabue e De Andrè (intervista)

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Foto: Andrea Giovannetti

Davide Pezzin è sicuramente l’uomo più sorridente del mondo.
Non abbiamo alcun dubbio, dopo averlo incontrato a margine del soundcheck del concerto di Cristiano de André a Zevio (che abbiamo raccontato qui), e aver scoperto che oltre ad essere un ottimo bassista è anche un uomo straordinario, che ama visceralmente la musica e il “lavoro” che fa. Starebbe sempre su un palco, su qualsiasi palco, a suonare il basso. Lo dice e glielo leggi negli occhi che è vero, che vive di musica e per la musica, che l’importante è suonare, che sia a Campovolo davanti a 150.000 persone o nell’ultimo dei bar di periferia.
E pensare che neanche avrebbe dovuto suonare il basso, bensì il pianoforte…
Ma di questo e di tante altre cose abbiamo parlato nella nostra lunga chiacchierata, dai suoi inizi fino ad arrivare a Cristiano de André e Ligabue, con il racconto del provino con Luciano e qualche succulento aneddoto su Made in Italy, il prossimo disco di inediti del Liga.
Ma non vogliamo anticiparvi nulla e vi lasciamo alle parole di Davide: buona lettura.

Ti si potrebbe quasi definire un “bassista per caso”, visto che tua madre voleva che tu studiassi pianoforte, ma tuo fratello ti regalò un basso elettrico.
Questa è una cosa che dico praticamente sempre ogni volta che mi chiedono delle mie origini come bassista, e vuole essere un ringraziamento esplicito che faccio ogni volta a mio fratello, perché se non fosse stato per lui probabilmente non avrei mai intrapreso questa carriera. E’ stato casuale perché ho iniziato con il pianoforte, però gli studi di pianoforte per un bambino di 10 anni sono veramente pesanti.
Fortunatamente un giorno mio fratello mi ha portato a vedere il suo gruppo con cui suonava funk, fusion, e nel momento in cui ho sentito il bassista fare due colpi di slap con il pollicione ho avuto una folgorazione, e quando sono tornato a casa ho iniziato con “mamma, mamma, voglio il basso elettrico, per favore comprami il basso elettrico” e lei giustamente mi ha detto “ho preso il pianoforte da appena un anno, studia quello”. Per fortuna mio fratello passava di là, ha ascoltato la conversazione e due-tre giorni dopo è arrivato con un basso, che mi ha regalato con i suoi soldi e ancora oggi lo ringrazio.

Nonostante tuo fratello suonasse funky, tu sei cresciuto più come bassista jazz.
Io in realtà ho un percorso molto disordinato, dal punto di vista musicale (ride,ndr). Si può dire che sono cresciuto come jazzista nel senso che i primi esperimenti sono stati molto simili al free jazz con le varie band e con i musicisti coi quali mi trovavo a casa mia: mettevamo insieme tutte le idee, tutte le melodie e tutte le ritmiche che potevamo.
Sempre grazie a mio fratello, i miei ascolti erano Frank Zappa, i Genesis e tutte realtà musicali dense di ritmica, di stacchi, di melodia, di ritmiche dispari, e quindi quando costruivo in maniera empirica della musica mi veniva da farla in quella maniera lì, senza avere nessuna cognizione né armonica né melodica.
L’ascolto per me è la cosa più importante, ascoltare tanto fa più di qualsiasi altra scuola. Poi ovviamente è arrivato il conservatorio, gli studi in contrabbasso, eccetera… Però per alcuni anni è stata pura sperimentazione.

Sono completamente d’accordo riguardo l’ascolto. Secondo me tutti i più grandi musicisti sono quelli che hanno molto più orecchio rispetto alla pura tecnica. Basti pensare ad un Gilmour, ad un Clapton: poche note, ma che ti sanno emozionare e arrivano dritte al cuore, al contrario di puri tecnici come Satriani o Malmsteen.
Quelle sono scelte di vita. Io non critico nessuna scelta, ovviamente ognuno deve stare bene col proprio modo di sentire la musica e col proprio modo di trovare un viaggio dentro la musica. Chi è iper-tecnico vuol dire che ha cercato quella cosa lì e io ammiro anche quei musicisti perché comunque ci vuole una dedizione profonda, uno studio profondo della tecnica pura, però poi come dici tu, quando senti un Gilmour che ti fa una nota e ti apre in due c’è un’altra magia che magari certi tecnicismi non riescono a regalarti.

Tu hai aperto i concerti di Ligabue suonando come supporto con L’Aura al primo Campovolo, quello del 2005. Avresti mai pensato che un giorno saresti stato proprio tu a suonare con Luciano?
No, nella maniera più assoluta, tanto che mi ricordo questo palco gigantesco e io che mi sentivo così piccolo da sotto il palco a vedere Luciano, che per me sembrava quasi un dio in terra. Nell’immaginario collettivo ci sono Vasco e Ligabue come i due giganti della musica rock italiana, e quindi per me era già una fortuna aver potuto godere di questa vicinanza e di aver potuto suonare su un palco così grande davanti a più di 150.000 persone. Poi per una catena di eventi della vita è successo che è arrivato il momento di fare questo provino ed è andata bene.

Proprio a proposito del provino ho letto che hai raccontato di aver suonato “in apnea” e che dopo non ti ricordavi nemmeno come avevi suonato. Non avendo l’immagine di quello che era successo, che genere di sensazione hai vissuto nei giorni successivi fino alla chiamata?
L’ho vissuta male, ovviamente. Qualsiasi prova che tu affronti nella vita hai la speranza che vada bene, ma hai la speranza anche di viverla con consapevolezza per avere tutto sotto controllo, che sia un esame all’università, un provino o qualsiasi altro tipo di prova. Vorresti che tutte le tue facoltà mentali fossero concentrate in quel momento per dare il massimo, quindi la cosa più sbagliata da fare è trattenere il respiro (ride, ndr), perché non dai più ossigeno al cervello e praticamente vai in panne.
Ed io ho fatto proprio quello: sono entrato in quella stanza e mi son trovato di fianco Poggipollini e Michael Urbano, che è un drago della batteria, e poi gli altri, ma soprattutto Ligabue che era dall’altra parte della regia dello studio e ha uno sguardo, ti assicuro, magnetico ma severo. Se tu non lo conosci hai la sensazione che lui sia un uomo molto severo perché ha questo sguardo super-intenso, serio, e non sai mai cosa sta pensando, poi conoscendolo ho visto che invece ha una dolcezza straordinaria.
Comunque al provino avevo questi due occhi che mi guardavano, ho trattenuto il respiro e ho suonato i tre pezzi senza praticamente respirare (ride, ndr) e quando sono uscito ero in apnea completa, sono tornato a casa e non sapevo assolutamente se avevo suonato bene, se avevo suonato male, quindi un po’ mi ero rassegnato all’idea che avessi fatto non dico un disastro, però che non avessi dato il massimo.
Da lì sono passate almeno due settimane, fino a che mi ha chiamato Luciano Luisi, che è il tastierista e l’arrangiatore di Luciano, che mi dice “siamo indecisi tra te e un altro bassista, dovresti venire qui e fare un approfondimento”.
La seconda volta che sono andato abbiamo registrato, e invece che suonare con tutta la band abbiamo registrato sulle tracce del disco e lì ho avuto un’altra consapevolezza: a parte che avevo 39 di febbre, ma grazie all’adrenalina del momento non la sentivo, stavolta mentre stavamo registrando sentivo che stavo dando il massimo, sentivo che avevo registrato una parte che meglio di così non potevo fare e ho pensato tra me e me in maniera un po’ arrogante “se uno suona meglio di me queste parti qua vuol dire che è proprio bravo”.
Dopo quel secondo provino è passato circa un mese e mezzo, e proprio mentre stavo per salire sul palco a Mestre insieme a Cristiano de André mi chiama Luciano Luisi e mi dice “ciao Davide, scusa se è passato tutto questo tempo, ma abbiamo dovuto ascoltare e riascoltare le tracce, e alla fine Luciano ha scelto per te. Vieni qua appena puoi che vuole parlarti”. Figurati quindi in che stato d’animo solo salito sul palco quella sera.
Un paio di giorni dopo sono andato a Correggio e lui mi ha fatto un discorso bellissimo, sempre con questi occhi giganteschi, lungo più di mezz’ora e mi ha parlato di integrità morale, di integrità professionale. Ho sentito una solidità enorme da parte sua, come fosse una colonna a cui tutti quanti dell’entourage e del gruppo si appoggiano, perché lui ha sempre energia per tutti, è pazzesco.
Da lì ho capito il perché di tutto il suo successo, cosa che prima non avevo mai considerato.

Quanto è importante per te passare da platee enormi, come Campovolo e gli stadi, a progetti più intimi e raccolti, come quello dei 3D?
Dal mio punto di vista ha un’importanza sostanziale di equilibrio psicologico e di sensazioni, perché comunque producono emozioni completamente diverse.
Il palcoscenico enorme con 150.000 persone davanti di primo acchitto sembra che ci sia un distacco, perché effettivamente c’è, visto sei molto alto, ci sono le transenne e la gente è molto lontana. Però c’è quello che io chiamo abbraccio umano: se tu sei disposto emotivamente a raccogliere l’energia che si crea nella vicinanza di 150.000 persone che cantano insieme con questa enfasi pazzesca, che cantano sì le parole del testo, ma cantano anche un sentimento, quindi il testo diventa sentimento, e tu la senti questa energiaed è devastante.
Il club invece è una cosa più intima perchè davanti hai delle persone che magari neanche ti conoscono. Sì, hai degli amici qualche volta ma il più delle volte suoni davanti a sconosciuti e quindi devi avere la capacità di capire come trovare il collegamento.
Con i 3D per esempio abbiamo trovato una formula che fino ad ora ha funzionato: all’inizio facciamo musica nostra, perché l’intenzione è quella lì, poi mano a mano che andiamo avanti con il concerto, che la gente si scalda e beve qualche birra facciamo musica più conosciuta, come Jimi Hendrix o i Beatles, e quindi si crea per ovvie ragioni un collegamento. Ecco, se tu riesci in qualche maniera a trovare quel collegamento anche con tre persone e vedi che c’è il divertimento allora hai vinto, anche nel club e nel locale e lo senti, perché sono lì attaccate e ti guardano. Sono sensazioni diverse, ma fondamentalmente a me piace suonare (ride, ndr), quindi che sia su un palcoscenico gigante o nel bar più sporco e puzzolente io sto bene e mi diverto.

Suoni già da molti anni con Cristiano de André. Che sensazione si prova ad essere sul palco con lui e suonare le canzoni che hanno praticamente formato la cultura italiana del ‘900?
Bella domanda (ride, ndr). Io, ahimè, per ignoranza, per anni ho ascoltato poco la musica dei grandi cantautori, quindi ho ascoltato poco anche Fabrizio de André, e lo conoscevo per i pezzi più famosi, come Il pescatore, La canzone di Marinella.
Per fortuna mi è capitata questa straordinaria occasione di vedere e conoscere questo mondo da vicino, di suonare i pezzi, ma soprattutto di suonarli con Cristiano, che è a mio parere il più grande interprete di suo padre, perché ha visto scrivere quei brani.
Inoltre, tra tutti quelli che ho conosciuto, lui è il musicista che più vive la musica, perché la soffre, la ride, la suda e in più quando canta i brani di suo padre c’è questo collegamento diretto con Fabrizio, e lo percepisci, ed è un misto tra sofferenza e gioia, è una cosa devastante dal punto di vista psicologico, e lui la vive ogni sera che canta.
Quindi mi ha dato la possibilità di vivere e di conoscere questi testi non solo dal punto di vista della poesia, della scrittura, ma anche del sentimento profondo che esprimono, e devo dire che forse è la più grande scrittura non solo in Italia, ma nel mondo. Smisurata preghiera è forse uno dei miei pezzi preferiti quando lo suono, e faccio fatica ad arrivare in fondo perché ha una potenza espressiva dirompente, devastante. Io sono imbarazzato perché mi sento così piccolo con il mio strumentino, però penso ad un testo di una canzone che deve avere un mondo dietro, e per trovare magari una sola frase c’è il concetto di mesi, anni di lavoro e di studio. E’ pazzesco, e Fabrizio in questo era il maestro assoluto.

Adesso sei in tour con Cristiano de André fino a fine estate, poi inizieranno le prove per il “Liga rock park” di Monza il 24 e 25 settembre e ci saranno anche tre brani dal prossimo disco di Luciano, Made in Italy. Cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo album?
Di Made in Italy faccio un po’ fatica a parlare perché non so mai quello che posso o non posso dire, non vorrei mai beccarmi delle bacchettate dall’alto (ride, ndr). Per ovvie ragioni loro ci esortano sempre ad essere riservati sui nuovi lavori perché vogliono creare l’aspettativa ed anche la sorpresa.
Posso dirti che registrando l’album ci sono state diverse occasioni in cui ho pianto. Ero davanti al Liga, mi sono anche vergognato, ma lui mi batteva la spalla per rassicurarmi, e da un lato è stato imbarazzante, ma non riuscivo a trattenermi. Soprattutto in un pezzo, di cui non posso dire il titolo, ho pianto come un bambino.
In generale il disco è straordinario e come ha detto lo stesso Luciano possiamo chiamarlo un concept album, è una sorta di opera rock in cui tutti i brani sono legati da una storia comune. Ogni canzone ha un collegamento, e ascoltando tutto il disco hai davanti una storia, è come vedere un film, e questa è una novità straordinaria per Luciano, che non ha mai fatto un progetto di questo tipo, quindi c’è stato molto forte e impegnativo un lavoro anche dal punto di vista intellettuale.
Non so dove abbia trovato il tempo per scriverlo (ride, ndr), perché mentre stavamo facendo il tour Giro del mondo sono stati 4-5 mesi itineranti dove mi ricordo che arrivavamo in aereo distrutti, con la bava (ride, ndr) e lui invece lo vedevi lì con il computer che smacchinava e dici “ma dove trova tutta l’energia per scrivere?”, pazzesco. E immagino che in quei momenti lì lui abbia scritto tutto questo materiale.
Quando siamo ritornati in studio e ci ha fatto sentire, erano tantissime canzoni, noi eravamo a bocca aperta e io gli ho detto “Liga, sei un genio”. Mi veniva da dirgli solo quello.
Il disco a mio parere è un bel disco, spero ci sia l’attenzione giusta per ascoltarlo tutto, che non venga preso un brano qua e uno là. Ovviamente ci saranno i singoli come succede sempre ed è una cosa fisiologica, però spero che non venga spezzettato perché secondo me il suo vero valore è l’ascolto totale, altrimenti sarebbe come guardare un film a pezzi.
Spero anche che ci in futuro ci possa essere il momento in cui suonare tutto il disco per intero, magari in teatro.

Riusciresti a dirmi un pregio e un difetto sia di Cristiano de André che di Ligabue?
Di Luciano ti assicuro che sforzandomi farei fatica a trovare un difetto. Mi piacerebbe che tutti quanti provassero a passare tre anni con lui, perché ti assicuro che ne abbiamo fatte di tutti i colori, visto che il tour è durato tanto e poi c’è stato anche il Giro del mondo.
La cosa bella è che ha fatto organizzare il tour in modo che non fosse un mordi e fuggi, quindi in ogni città stavamo tre, quattro, cinque giorni (con tutti i relativi costi che hanno dovuto affrontare per questo), ed è stato fatto tutto per la serenità della band e dello staff, ovvero fare il concerto ma avere anche la possibilità di vedere i posti in cui siamo andati, e per questo è stata un’esperienza straordinaria.
Insomma, siamo stati tanto insieme e dici “vabbè, avrà un difetto quest’uomo”, ma non sono riuscito a trovargliene.
Come pregio penso alla capacità che ha di trovare una parola giusta in ogni situazione: lui è molto pragmatico, capisce il problema, capisce la situazione e ha sempre la frase giusta, ineccepibile, che mette d’accordo tutti, è pazzesco.
Il più brutto difetto di Cristiano è che dovrebbe imparare ad amarsi un po’ di più, e glielo dico anche a lui che deve imparare a volersi bene.
Il pregio più grande è che ha un cuore gigantesco: quando ti abbraccia alla fine del concerto lo senti che lo fa senza filtri. Ci mette un po’ a fidarsi delle persone, però quando lo fa senti che è completamente libero da malizie, ti abbraccia e senti che è vero, forse anche perché cerca la corrispondenza: cerca amore, cerca comprensione, anche per tutte quelle che ha passato, e quella cosa lì la senti quando ti abbraccia. Forse è per questo che ha un grande successo con le donne, perché ha questo abbraccio… (ride, ndr)

Tour con Luciano in giro per il mondo, i live con Cristiano de André, più tutti gli altri progetti musicali che hai. Come fai a conciliare l’aspetto professionale con la famiglia?
Beh, ho una moglie straordinaria, prima di tutto. Il perno della mia famiglia è mia moglie Anna e non finisco mai di ringraziarla perché ha una forza incredibile.
Il tour mondiale con Luciano è durato tanto e dal punto di vista professionale è stata un’esperienza straordinaria. Dall’altra parte però è stata tra i due anni e mezzo e i tre anni e mezzo di mio figlio, quindi ogni volta che lo vedevo dopo un mese era praticamente un altro bambino, e quella è la cosa che mi ha più pesato. Fortunatamente la tecnologia ci aiuta, nel senso che ci sentiamo praticamente ogni sera via Skype e quindi compero i pupazzetti o le magliettine per mia figlia e gliele faccio vedere, ed è un po’ un avvicinarsi in qualche maniera. Ci sono stati dei momenti in cui mio figlio Filippo aveva la necessità di abbracciarmi via Skype e lì mi sentivo morire.
Poi ci sono dei periodi come questo qua dove sono in tour con Cristiano in cui però torno sempre a casa, quindi è più facile.

In un’altra intervista hai detto che in Italia per un emergente è molto difficile farsi notare, perché viviamo in una sorta di mercificazione della musica fatta dalla TV. C’è un modo per uscire da questa situazione?
Se ne è parlato un sacco di volte di questo argomento, perché è un tema scottante, soprattutto tra i musicisti e tra chi lavora in questo ambiente. Sto parlando dei programmi tipo X Factor, che hanno anche un loro lato positivo, hanno tirato fuori artisti che comunque hanno un valore, però troppo spesso sfumano nell’arco di un mese, due mesi o un anno al massimo, con implicazioni psicologiche devastanti.
Conosco veramente tanti ragazzi che sono stati lì, hanno cantato su quel palcoscenico e poi il giorno dopo non è successo niente. Quindi un ragazzo che ha 17-18 anni si trova nella condizione di subire un’aggressione psicologica tremenda e non è pronto per capire cosa è successo: vede le luci dei riflettori e poi è tutto spento.
La mia idea è questa: come tutte le cose c’è un inizio, poi un picco verso l’alto e poi un epilogo. Adesso siamo nel punto più alto, e stiamo già scendendo, a mio parere. Ad un certo punto finirà anche quella cosa lì e dovremo adattarci a qualcos’altro. La cosa che spero io è che sarà la musica dal vivo (ride, ndr).

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".