Kraftwerk, la rivolta dell’uomo macchina

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Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo

E’ curioso come i Kraftwerk siano oggi un gruppo di culto riservato a una ristretta élite mentre la maggior parte di chi ascolta e frequenta musica ignora del tutto la loro esistenza. Eppure non c’è nulla nella musica di oggi che non abbia con loro un qualche debito. Per questo a Verona, nell’unico concerto italiano previsto, all’Arena, dopo un paio di incursioni teatrali in autunno, il gruppo tedesco ha radunato oltre ottomila entusiasti provenienti da ogni parte d’Italia e non solo, e riservato uno spettacolo unico nel suo genere, sperimentando le possibilità della tecnologia moderna, loro che furono pionieri della musica totalmente elettronica nei creativissimi anni Settanta.

Della band originale resta oggi il solo Ralf Hutter, ma il progetto rende gli interpreti intercambiabili.

Hutter lo incontrai per la prima volta a Venezia nella seconda metà degli anni ’70. Al Lido, nel Palazzo del Cinema, Gianni Ravera produceva all’epoca uno dei tre grandi eventi musicali italiani per la tv, dopo Sanremo a fine inverno e Festivalbar all’inizio d’estate. La sua “Mostra internazionale di musica leggera” era un appuntamento fondamentale per aprire la stagione autunnale, mostrare le novità del mercato discografico e porre le basi per vendite future, guardando non solo al Natale ma a tutto ciò che fermentava nell’aria. Qui passarono i Vanilla Fudge ad aprire di fatto le porte del grande rock, qui esordì solitario Peter Gabriel (che a momenti saltò l’esibizione perchè un solerte vigilante aveva ordine di non far passare nessuno dalla porta che conduceva al palco), qui incontrai i Kraftwerk, venuti a promozionare “The Man Machine” l’album che li avrebbe visti, camicie rosse con cravatta e pantaloni neri, rivoluzionare il rapporto fra pubblico e artista mettendo in scena dei pupazzi con le loro fattezze.

DSCF2762Erano strani. Strani con il loro aplomb da ingegneri, le divise anni Trenta, il taglio di capelli curato in un periodo in cui i giovani viaggiavano in eskimo trascinandosi lunghe chiome svolazzanti alla Led Zeppelin.

“Qualcuno sospetta che siate un po’ nazisti”, azzardai. Hutter non fece una piega, comodamente stravaccato su un seggiolino del teatro: “Nazisti? Direi di no. Piuttosto ci consideriamo futuristi”. Fu così che il manifesto di Marinetti entrò nel mondo rock come l’automobile venerata da D’Annunzio che la volle femmina e non maschia.

A differenza dell’Italia, dove la questione rock fu salvo rari casi lasciata agli anglosassoni, virando presto verso il pop evoluto dei cantautori, i tedeschi trovarono una loro strada spesso dura, radicale alla musica dei tempi: Tangerine Dream, Amon Duul, Can, Faust, Embryo trovarono un loro spazio nel rock oscuro, nelle sperimentazioni acustiche, nell’elettronica dello space rock mutuato da Syd Barrett e i suoi amici, finché le macchine non consentirono di produrre interamente musica dance in studio con sequencer e synth, più qualche voce di passaggio.

Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo
Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo

I Kraftwerk furono dei pionieri dell’elettronica al tempo della comparsa degli oscillatori e dei filtri per produrre musica mai ascoltata prima. Keith Emerson sperimentava il Moog C, praticamente un armadio pieno di fili e buchi dove infilarli. Altri avevano cominciato a utilizzare versioni portatili, MiniMoog, Arp, Vcs, cercando di trarre dall’elettronica e dalle tante manopole quello che Hendrix aveva fatto alla chitarra con i larsen e i distorsori, la ricerca del suono che non c’era.

Hutter e soci affidarono tutto all’elettronica: quattro postazioni su cui appoggiare un computer e dei controller, ogni musicista con dei compiti precisi, produrre sezioni ritmiche, sequenze, effetti, pulsazioni, frasi melodiche, costruendo arrangiamenti complessi o minimalisti dove tutto fosse digitale, compresa la voce.

Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo
Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo

La chiamarono “musica industriale” perché si riteneva che i rumori ritmati metallici e pulsanti richiamassero i suoni di un complesso industriale, gli scricchiolii del metallo fuso, il clangore delle barre metalliche e le pulsazioni dei macchinari e delle presse. In realtà Hutter e soci si adattavano ai loro progetti. “Autobahn” poteva essere letta come una sequenza casuale di passaggi di auto raccolti in un qualsiasi punto di una strada, “Trans Europa Express” era l’evoluzione estrema del traintime dei bluesmen in chiave elettronica, “Radioactivity” una denuncia della pericolosità delle centrali nucleari, “Tour de France” un omaggio al ciclico pedalare degli eroi della propulsione muscolare, e “The Man Machine” l’eterno scontro fra uomo e macchina sintetizzato e robotizzato.

A differenza di certa avanguardia contemporanea, la musica elettronica dei Kraftwerk ha sempre elementi “popolari” che la rendono godibile senza troppo sforzo. Si sentono echi dei raga indiani e dell’iterazione modale di Riley e dei minimalisti, un po’ di Stockhausen, molto di ciò che oggi è entrato nell’orecchio comune attraverso la dance e i Chemical Brothers.

Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo
Kraftwerk a Verona. Foto: Giò Alajmo

Ma se i Kraftwerk erano alle origini i massimi esponenti della musica robotica, oggi sembrano quasi degli umanizzatori, intervenendo dal vivo continuamente su sequenze, timbri, filtri, a creare i giusti incastri e le variazioni sonore.

L’attuale spettacolo in tour, “3-D” è un’antologia del loro repertorio più famoso, con l’aggiunta di immagini grafiche tridimensionali (necessari occhialetti) a dominare il grande schermo sul palco e a completare l’effetto sensoriale. In platea c’è chi arriva direttamente da Pompei, maglietta di David Gilmour addosso, perché tra Pink Floyd e Kraftwerk c’è molta più affinità di quanto non sembri anche se i percorsi sono differenti. D’altronde i Pink Floyd sono da molti stati considerati i Wagner del rock.

Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo
Kraftwerk a Verona 2016. Foto: Giò Alajmo

Non manca nel finale di spettacolo, l’ingresso di quattro robot con le fattezze dei musicisti a sostituire i protagonisti in una “We are the robots” che ha anticipato le infinite discussioni, anche cinematografiche sulle possibilità, i limiti e l’etica delle intelligenze artificiali.

Scrivo queste ultime righe mentre il mio pc mi minaccia di cose orrende se non aggiorno il sistema operativo a Windows 10 entro domani. Error. Error, Error… Click!

Giò Alajmo

 

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.