Isgrò. Cancellare per vedere

Dalla poesia visiva alla visione della poesia, con ironia

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Isgrò a Palazzo Reale

Emilio Isgrò

fino al 25 Settembre 2016
Palazzo Reale / Gallerie d’Italia / Casa del Manzoni
Ingresso gratuito

“Tutto il mio lavoro è una sorta di teatro, la messa in scena, se vogliamo, del combattimento spietato che da un secolo si combatte tra parola e immagine” Emilio Isgrò.
All’incirca un secolo fa tre ebrei di lingua tedesca cancellano le basi della civiltà greco-giudaica-cristiana. Occidentale.
“Al principio era il verbo” (Giov.1).
Freud con la psicanalisi e lo svelamento del lapsus, Einstein con la relatività e una nuova consapevolezza del tempo, e, soprattutto secondo me, Heisenberg con il principio di indeterminazione stabiliscono una nuova epistemologia. E una premonizione.
Nel dopoguerra, a partire dagli anni Cinquanta, le avanguardie artistiche si accorgono che il mito dei consumi e la sempre più paradossale diffusione dei messaggi da parte dei mass-media hanno portato al collasso il verbo. Il discorso. Anche la conversazione.
In Italia un gruppo di poeti riconosce che la parola, o anche il verso, è diventata inagibile.
Ma la poesia no. Si cercano nuove possibilità espressive. Lo “spietato combattimento tra parola e immagine”, l’abuso della radio, della televisione, del cinema popolare, si risolve in un mortale cortocircuito. E allora questi artisti cercano una nuova interazione tra immagine e parola.
E la trovano: nasce la poesia visiva.
Emilio Isgrò è un poeta con una grande sensibilità per l’immagine. La sua poesia visiva – è così che esordisce – diventa sempre più opera a sé. In più, una corrente concettuale impregna tutta la sua poetica. Isgrò comincia a cancellare. Ma non in un tentativo di emulare Borges (che pure Isgrò deve conoscere bene) cercando nuovi significati alla moltitudine di parole che sprizzano da libri e giornali. Non ricompone i testi. Non distilla la biblioteca di Babele. Fa qualcosa di molto più radicale: li cancella e basta. Conduce una doppia operazione: ci risveglia bruscamente dalla fruizione passiva e intontita delle parole scritte. E crea delle stupende opere d’arte. L’arte concettuale serpeggia in tutta la sua opera, ma è intrisa di una potente dissacrante ironia.
Scioccato dall’arrivo della potente macchina da guerra della Pop Art alla Biennale di Venezia del 1964 (che segue come cronista del “Gazzettino”) reagisce facendone una poderosa presa in giro. Ingrandisce una foto di Jacqueline accanto a Kennedy centinaia di volte rendendola illeggibile. Sbeffeggia i monocromi dell’arte Minimale presentando monocromi rossi (o gialli) ma aggiungendo una didascalia (il verbo) dissacrante: Il presidente Mao-Tse-Tung (a sinistra) dorme nel rosso vestito di rosso.

Ma il suo progetto si fa serissimo e politicamente esplicito quando cancella l’Enciclopedia Treccani, o la Costituzione italiana, o alcuni anni dopo – in una performance all’Università Bocconi – il Debito pubblico. Cancella poi i nomi dei luoghi delle carte geografiche (atto politicissimo in un momento storico in cui la maggioranza delle località, soprattutto esotiche, si conoscono come mete di un turismo volgare o come tragici teatri di episodi violenti, guerre comprese).
Nella mostra di Palazzo Reale, ci sono anche le sue installazioni su Chopin: una stanza dove i pianoforti contengono una rosa o spartiti con annotazioni di vita quotidiana che cancellano l’aura bohemienne di Chopin per restituircelo nella sua essenza di creatore di musica: quanti sono i pianoforti, e le spinette, quante note suoneranno (o non suoneranno)?
Poi, a partire dagli anni Ottanta, saranno formiche e api a disturbare e a falsare ritratti, carte geografiche, topoi artistici e letterari.
Una delle opere più forti è la riproposta della performance svoltasi al museo Archeologico di Bologna nel 1986. Nessuna parola, neanche una lettera. Soltanto orologi con immagini di Bologna cancellate col bianco. Il tic tac degli orologi suona in un crescendo di suoni e luci che si conclude nel buio. È una rievocazione allucinatoria della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di quella città.
Ma è anche un apologo della tragicità del tempo.
Questa mostra è una summa della poetica di Isgrò. Felicemente si conclude con alcuni intensissimi ritratti di pensatori censurati: Malaparte, Testori, Galileo, Savonarola. E un’installazione di pagine tratte dalle Conclusiones di Pico della Mirandola. Posti su dei leggii come fossero messali le pagine vengono divorate, cancellate da formiche. Bruceranno anch’esse con il libro che fu il primo messo al rogo dall’Inquisizione?
La mostra si conclude in due altri luoghi significativi, dove si esprime un Isgrò più appagato. Alla Casa del Manzoni cancella 35 copie dei Promessi Sposi nell’edizione del 1840 illustrata da Gonin (cancella anche le illustrazioni). Alle Gallerie d’Italia, nel caveau che fu della Banca Commerciale, cancella il ritratto di Manzoni fatto da Francesco Hayez. Non cancellature furibonde. Un atto d’amore per l’amato Manzoni, piuttosto.
La cifra di Isgrò è potente, riconoscibilissima. La cancellatura. Una grande idea si dirà, geniale. Ma non è questo che è importante. Le sue opere ci inducono a riflessioni profonde, esprimono una potente religiosità. E penso non a Simone Martini o a Tintoretto. Penso a Rothko. A Brancusi. Ai grandi poeti che attraverso la bellezza ci costringono a fermarci.
Ciò che viene cancellato parte da un segno, una lettera, un frammento, una scritta, una parola, una frase, un’idea. Poi?

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.