Bilancio di una notte di mezza estate Springsteeniana

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Lo abbiamo seguito dall’inizio dell’anno, da quel 16 gennaio che ha dato il via al tour di The River, a Pittsburgh in Pennsylvania, in attesa del 3 luglio. Lo abbiamo visto in Europa, abbiamo cantato e ballato con lui, lo abbiamo inseguito, osannato, adorato in quel rito laico e collettivo che si ripete da anni ormai, ma mai uguale a se stesso. Ogni volta diverso, unico, irripetibile ed è per questo che – come dice un amico mio “saggio” – bisogna esserci sempre. Abbiamo sentito voci, alcune fantasiose altre fastidiose, tutte “rumorose”, nell’accezione che di questo termine ne danno gli Americani. Adesso che si è concluso anche il tour europeo e che mancano una manciata di date in America (dal 23 agosto al 14 settembre), proviamo a fare un bilancio di questa estate Springsteeniana.

Il tour è iniziato a Barcellona, il 14 maggio. Tanti gli italiani che hanno risposto al primo appello, tanta l’emozione di ritrovare Bruce. In grandissima forma, a dispetto dell’età e degli invidiosi. Sì, lo avevamo visto già nei video postati che era carico ma ritrovarselo davanti e poter constatare che effettivamente sta bene, ha tutto un altro sapore. L’attesa era tutta per Milano, 3 luglio appunto, perché lo sappiamo bene che San Siro per Bruce è un posto speciale (“You’re the best audience in the world“, ha detto alla fine del primo concerto milanese), e lo  è per tutti noi che quel 21 giugno del 1985 siamo rimasti folgorati di fronte a lui. Eppure siamo voluti andare a Goteborg, a vedere e toccare con mano la roccaforte Springsteeniana d’Europa. Sì perché praticamente dal 1985 io personalmente sento dire “Eh ma Goteborg…. eh ma la Svezia… eh ma lo stadio di Ullevi ...”. E allora ho voluto vedere se era proprio così, se davvero gli Svedesi superassero in intensità e passione gli Italiani, se realmente Ullevi (uno stadio peraltro bellissimo) fosse meglio di San Siro. L’ho chiesto anche a un paio di fans incontrati il giorno del concerto al mercato del pesce (Fiskekorka, dove si mangia divinamente!!!). “Perché in tutto il mondo si dice che quello che Bruce fa qui non lo faccia da nessuna altra parte al mondo? Perché siete così ‘speciali’ per lui?“, chiedo, “Perché lo amiamo“: risposta semplice, diretta, lapalissiana. Non fa una piega, penso io, ma anche noi lo amiamo, e tanto. Il concerto del 25 giugno (la prima delle tre date a Goteborg) ve l’ho raccontato su questo sito, così come quello di Milano e di Roma. Ma anche oggi, soprattutto oggi, a bocce ferme, confermo quanto scritto allora: Milano, San Siro (e da quest’anno anche Roma) sono un’altra categoria. Non ce n’è per nessuno. Si mettano l’anima in pace gli Svedesi, quello che Bruce fa a San Siro realmente non ha uguali al mondo. E da quest’anno – ribadisco – anche Roma è entrata nel Gotha dei concerti più belli mai visti. Ci è entrata di diritto perché se Milano è the best audience in the world, Roma è the most beautiful city in the world e – FINALMENTE – è stata trovata una location altamente spettacolare (a Roma ce ne sono tante ma è pressoché impossibile utilizzarle per i concerti) e il pubblico è stato non solo all’altezza della situazione ma addirittura superiore alle aspettative: di problemi ce ne sono stati tanti, come bene ha ricordato Mattia Luconi in questo stesso sito, a cominciare dall’esiguo numero di bagni chimici per finire con l’ottusità di alcuni uomini della sicurezza (compreso un funzionario della polizia)  che ha costretto migliaia di persone alla fine del concerto a sfilare da un’unica via d’uscita. Poteva succedere qualasiasi cosa e invece – per una volta – gli Italiani hanno dimostrato una compostezza e una maturità degna dei paesi nordici e non è successo assolutamente nulla.

Bruce ancora una volta ha dato tutto se stesso nei concerti, almeno in quelli a cui ho assistito io. Si è commosso di fronte al muro umano di San Siro, è rimasto senza fiato davanti all’incredibile bellezza del Circo Massimo, si è entusiasmato con gli Svedesi ma ancor di più lo ha fatto con noi Italiani e la conferma è in quello sguardo commosso immortalato in milioni di scatti.  Bruce è molto affezionato all’Italia, ama Milano, adora Roma e quel volerla mettere ancora una volta  in relazione con New York, facendo solo qui e dedicandola proprio a Roma, una delle più belle canzoni che siano mai state scritte sulla Big Apple (“New York City Serenade”)  dimostra tutta la passione che Bruce ha per la nostra Capitale. New York e Roma due città diversissime tra di loro, eppure per molti versi simili, due città che attirano milioni di persone da tutto il mondo, due città che smuovono  le anime e le coscienze, nel bene e nel male,  e che hanno un posto speciale – per motivi ovviamente differenti – nel cuore di Springsteen. Lo abbiamo visto malinconico e felice, assorto in una “Drive All Night” mai così struggente e l’istante dopo lanciarsi in una “Tunnel Of Love” (che non suonava dal vivo dal 2008) sempre travolgente, lo abbiamo visto passare dall’intensità emotiva di “My City Of Ruins” al cazzeggio di “You Can Look (But You Better Not Touch)”. Lo abbiamo visto danzare con splendide ragazze, signore attempate, bambini, adolescenti e con una fan che gli chiedeva di farla ballare prima che fosse troppo tardi. Certo, è ovvio che lo spettacolo non sia più quello del 2009 e nemmeno quello del 2013: gli anni passano anche per lui, e le corse su e giù per il palco sono notevolmente diminuite. Oggi Bruce passeggia, non corre, ma canta e suona (eccome!), e lo fa per 4 ore. Si tuffa nella folla, si lascia trasportare, cerca il contatto con la sua gente, con quelle mani, con quelle braccia protese verso di lui come fossero alla ricerca di una grazia pagana. Si fa toccare, abbracciare, baciare, indugia nel concedersi anima e corpo al suo popolo, come se volesse prolungare all’infinito quello scambio di emozioni e di sensi che inevitabilmente dovrà finire. E lui lo sa. La malinconia che molti hanno letto nei suoi occhi (soprattutto a Milano) in questo tour riporta a questo, così come quella spasmodica voglia di allungare i concerti fino al limite delle 4 ore! A Goteborg (il 25 giugno) ha fatto 38 canzoni, a Barcellona e a Milano (3 luglio) ne ha fatte 36, a Roma 34. Mediamente ha fatto 33 brani a concerto, variando ogni sera la scaletta. Springsteen vuole imporsi – ancora oggi che non ha più bisogno di dimostrare niente a nessuno – come il miglior live performer di tutti i tempi. E tornando alla malinconia, chi ci dice che non abbiano contribuito ad accrescerla anche le morti premature di artisti, spesso amici e comunque persone che Bruce ha conosciuto bene come David Bowie, Prince, Glenn Frey, Alan Vega? E’ innegabile  che la malinconia ci sia sempre stata nelle sue canzoni, perché malinconici lo sono i suoi personaggi, lo sono le sue storie, lo è lui stesso. Ed è altrettanto innegabile che la malinconia aumenti quando al suo fianco non c’è Patti, e a Milano non c’era. Abbiamo sentito di tutto in questi mesi on the road sulle assenze (frequenti) di Miss Scialfa: il loro matrimonio è in crisi, vivono praticamente separati, stanno insieme ormai solo per obblighi contrattuali. Salvo poi assistere – a Roma – alla più bella dichiarazione d’amore che un uomo possa fare a una donna, la sua donna, che a mio parere rimane “Tougher Than The Rest”.

L’epilogo del tour europeo c’è stato domenica scorsa, 31 luglio, a Zurigo, in Svizzera. Anche in questo caso – come all’apertura a Barcellona – c’erano tanti Italiani, ma i padroni di casa erano molti di più, e gli Elvetici – si sa – non sono tra le persone  più calde e passionali del mondo. Ne è venuto fuori un concerto un po’ fiacco (a proposito, mancava anche Patti), “solo” 30 canzoni, molta stanchezza da parte di Bruce ma anche da parte della E Street Band. Soprattutto da parte della band.

E proprio qui sta un altro degli elementi che contribuiscono alla malinconia del Nostro: per quanto tempo ancora potrà tenere insieme la E Street Band? Per quanto tempo ancora i vari Little Steven e Max Weinberg (che già da anni fanno televisione) potranno seguire i ritmi di Bruce? Per quanti anni ancora Professor Roy Bittan potrà disegnare al piano le articolate melodie del Boss? Per quanti concerti ancora Nils Lofgren e Garry W. Tallent potranno reggere la forza d’urto di un concerto di 4 ore? Domande a cui qualcuno (Jon Landau, non uno qualsiasi)  ha già risposto dicendo che il prossimo disco di Bruce (lasciamo da parte Chapter and Verse che NON è il nuovo album di Bruce, ma solo un accopagnamento musicale della sua autobiografia) sarà un album solo, il che non vuol dire acustico (ha specificato Landau). C’è anche chi pensa che la E Street Band si scioglierà il 15 settembre, ovvero il giorno dopo la chiusura del tour, ma già arrivano voci di una ripresa ad inizio 2017 – febbraio e marzo – con alcune date in Australia. Stando infatti a quanto ha twittato una delle radio più seguite d’Australia (Triple M, MMM) il promoter Michael Gudinski ha detto agli ascoltatori della trasmissione di punta dell’emittente (Hot Breakfast) di “tenersi pronti per un massiccio Febbraio-Marzo all’insegna del rock”.

Dunque? Che succederà dal 15 settembre in poi? Intanto avremo 500 pagine di autobiografia (“Born To Run”) da leggere, poi un disco – vero, non Chapter And Verse – che si preannuncia (stando a voci più che attendibili) molto, molto bello. Poi? Poi… teniamoci Bruce così com’è, così come deciderà di essere. Malinconico, stanco e anche invecchiato. Sì, custodiamocelo gelosamente comunque sarà,  perché solo lui riesce a trasmetterci, ogni volta, un’infinita gioia di vivere. E allora a me personalmente non importa più di tanto se la prossima volta che lo vedrò sarà da solo o con la E Street Band, se non correrà in lungo e in largo per il palco come un pazzo, se canterà ad occhi chiusi e avrà lo sguardo malinconico, qualche ruga in più e qualche capello in meno. A me Bruce ha cambiato la vita e continuerà a farlo fino a che avrò la possibilità di vederlo e di ascoltarlo. E proprio quel “We’ll be seein’ ya” gridato a Roma alla fine del concerto mi fa ben sperare per il futuro: Keep on rockin’ Bruce…

Nota a margine: A Goteborg – la roccaforte Springsteeniana d’Europa, il 23 luglio hanno accolto così Bruce… che abbiano imparato qualcosa da noi?

Bruce-Springsteen_Gothenburg_Night3_Photo_NatalieGreppi-3-700x333La foto dello Ullevi Stadium di Goteborg è di Natalie Greppi ed è presa dal sito ufficiale www.brucespringsteen.net

La foto in evidenza è presa da Internet

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.
  • D’Amico Donatella

    Patrizia, ho letto tutti i tuoi articoli sui concerti di Bruce e ricordo bene di aver espresso, ogni volta, la mia meraviglia per la bellezza della quale erano colmi. Qui, a mio parere, ti sei assolutamente superata. Ho pianto sinceramente per ogni singola parola scritta, per il grande sentimento che trasuda. Non finirò, anche per questo, di dire che vorrei a Bruce arrivasse questo messaggio : BRUCE MERITI IL PREMIO NOBEL PER LA GIOIA CHE SAI REGALARE!! Grazie Patrizia per tutto questo Amore!

    • Patrizia De Rossi

      Grazie Donatella per tutta la stima che mi dimostri! Bruce lo sa che regala gioia infinita, la stessa che noi gli rimandiamo sul palco e di cui lui si nutre… Il premio Nobel – chissà – magari gli arriverà…
      A presto