50 anni di Revolver: come i Beatles rivoluzionarono la musica

380
0

Ci sono dischi che lasciano la loro impronta indelebile: uno di questi è sicuramente Revolver, pubblicato dai Beatles il 5 agosto 1966, cioè esattamente 50 anni fa, e che sotto molti punti di vista ha cambiato radicalmente il modo di registrare un disco in studio.

Il 1966 fu un anno decisivo per la band di Liverpool: era maturata ormai l’idea di abbandonare definitivamente i concerti. Il loro ultimo concerto infatti lo avrebbero fatto a San Francisco il 29 Agosto 1966. Altre prove dovettero affrontare, se pensiamo alle disavventure relative al loro tour nelle Filippine, o al polverone portato avanti negli Stati Uniti a causa delle affermazioni di John Lennon sul Cristianesimo.

Ma tutto questo per fortuna non inficiò sulle doti compositive dei quattro, che in studio di registrazione avevano trovato il loro ambiente perfetto. Forti del successo di Rubber soul, accolto dalla critica come un disco maturo e di spessore, i Beatles inizieranno le nuove registrazioni nell’Aprile del 1966, dopo un periodo di pausa, per riprendersi dallo stress di parecchi concerti.

Numerose tecniche di registrazione vennero sperimentate in quel periodo negli studi di Abbey Road, tecniche che saranno molto utilizzate negli anni a venire praticamente da tutti.

John Lennon rimase impressionato dal libro L’esperienza psichedelica di Timothy Leary e aveva seguito e messo in pratica i suoi “insegnamenti” sperimentando l’uso di acidi e LSD. Esperienza che secondo alcuni cambiò John, rendendolo più mite e calmo, e dal punto di vista compositivo ispirò le composizioni dell’album, a cominciare dalla futuristica Tomorrow never knows.

La vena creativa di Lennon ispirò anche altre canzoni: da Doctor Robert a And your bird can sing, passando per l’ingegnosa I’m only sleeping. Anche She said she said, ultimo pezzo registrato per l’album, rimane una grande prova di abilità artistica per Lennon: il testo si ispira a un incontro con Peter Fonda.

Paul McCartney raggiunse in Revolver una forte maturazione compositiva, frutto anche dell’ascolto di musica classica, che lo rendeva un musicista sempre più eclettico. Got to get you into my lire è il suo primo contributo all’album, un brano fresco e piacevole grazie all’aggiunta dei fiati che rendono l’atmosfera della canzone molto leggera e spensierata.

Il capolavoro compositivo di Paul arriva però con Eleanor Rigby, scritto per la scomparsa della zitella Daisy Hawkins, e che ha come tema la solitudine e la morte e mette in scena il crudo realismo dei Beatles. Decisivo l’accompagnamento di archi che conferisce al brano quel tono malinconico e cupo. Anche For no one, scritta nel 1966 mentre Paul era in vacanza in Svizzera con Jane Asher, è un vero e proprio gioiellino: parla della fine di una storia d’amore, “un amore che sarebbe dovuto durare anni”.

Good day sunshine invece spezza il tono cupo e sarà ricordato come uno dei brani più allegri e spensierati della band di Liverpool. L’elegante Here, there and everywhere è invece un’altra conferma per Paul, che la annovera tra i suoi brani preferiti (se non la preferita in assoluto).

beatles_abbey_road_07-1024x588George Harrison in quest’album conferma le sue abilità e le sue influenze esotiche: se con Rubber soul aveva dato il meglio di sé, in Revolver sembra ripetersi se non addirittura migliorarsi. Dal pezzo d’apertura Taxman, divertente brano di protesta contro le tasse, alla mistica I want to tell you. Ma il punto più alto lo tocca con Love you to: un brano conturbante e avvolgente, a tratti ipnotico.

C’è anche Ringo che canta Yellow submarine, brano scritto da Paul McCartney in cui troviamo moltissimi effetti coi quali i Beatles si sbizzarrirono: dal secchio d’acqua in cui Lennon soffiava, da Brian Jones dei Rolling Stones che faceva tintinnare dei bicchieri all’autista della band Alf Bicknell che scuoteva delle catene in una tinozza. E pensiamo anche a Paul e John che strillarono vocaboli marinareschi senza senso. Dodici ore per produrre questa canzone, il brano più giocoso e divertente dei Beatles.

La copertina del disco venne affidata a Klaus Voormann, amico di vecchia data dei quattro sin dai tempi di Amburgo, che ben interpreta il cambiamento psichedelico della band.

La critica, sebbene lo avesse accolto freddamente all’inizio, considera unanimemente Revolver come uno dei capolavori dei Beatles. La rivista Rolling Stone ha inserito l’album al 3º posto nella sua lista dei 500 migliori album.

Un disco dove le abilità compositive sono ben intrecciate e si bilanciano: ogni musicista è al suo posto e riesce a portare avanti a perfezione il marchio Beatles.

Come disse il tecnico del suono Geoff Emerick: “Dal giorno in cui uscì, Revolver cambiò per tutti il modo in cui si facevano i dischi. […] Nessuno aveva mai udito niente di simile.”

Un disco che compie esattamente 50 anni, un disco da riascoltare e riascoltare in continuazione.

img_beatles_revolver_1966

CONDIVIDI
Alessio Bardelli
Nasce a Roma nel 1989 pochi mesi prima che cada il muro di Berlino. Studente di Storia, non religioso, beatlesiano convinto. Fino al 2015 ha gestito la webzine Robadarocker.com. Poeta a tempo indeterminato, rockettaro nel cuore, ama scrivere di musica.