Come Dorian Gray. De Gregori ferma il tempo a Gubbio

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Il verbo reinventare è il main-sponsor sottinteso del nuovo tour di Francesco De Gregori, che con il corpo è nella Piazza Grande di Gubbio ma con la voce svetta sino al monte più alto del territorio eugubino.

“Occorre fare e disfare”, e così il nostro ultimo baluardo del cantautorato italiano nella gelida notte umbra assegna pirandellianamente altre mille maschere alle sue canzoni. Anche per quelle teoricamente più lente come Battere e Levare diventa impossibile non battere il piedino per terra, tanta è la trasformazione; e come per il sessantacinquenne De Gregori il tempo sembra non passare mai e non scalfire quella voce talmente cristallina da non credere che possa essere vera, così anche Alice non avverte rughe sulla sua pelle liscia e continua a mantenersi giovane con arrangiamenti nuovi e una gioventù conquistata come  Dorian Gray.

Il tour invernale è messo in cantina e questo si presenta in antitesi con quello che tanto abbiamo apprezzato nei teatri. Allora il contrasto Dylan-De Gregori fu netto con un tempo per ciascuno; mentre questa volta i pezzi del cantante di Duluth sono solo tre (Servire qualcuno, Un angioletto come te, Come il giorno) e sono solo un intercalare tra i successi di De Gregori; che inizia con Pezzi di Vetro da solo, senza band, ripercorrendo i tempi di Rimmel e delle prove al Folkstudio e si chiude con la dylaniana Buonanotte Fiorellino.

Se la prima parte del concerto è condita da rivisitazioni e innovazioni, nella seconda De Gregori – mentre si diverte a fare “giochetti da impazzire” come la Giovanna di Niente da capire – non ne ha bisogno. Ci aveva già pensato con VivaVoce a spolverare vecchie canzoni, ricomposte talmente bene da non aver bisogno di ulteriori modifiche: Atlantide e Il Canto delle sirene apparecchiano la tavola per la tanto attesa Generale; il Panorama di Betlemme spiana la strada per il tandem Titanic-Rimmel che chiude il concerto prima dei bis.

C’è ancora spazio per le perle dopo un repertorio di canzoni leggendarie (e dopo forse altrettanti pezzi top lasciati a casa, vedi Viva l’Italia) ed è il momento de La donna cannone che smuove dalle sedie tutto il pubblico della piazza e lo porta sotto il palco dove a pochi metri di distanza un violino, un pianoforte ed una voce magica intonano le note conclusive di uno spettacolo di una bellezza disarmante per chi sa come lasciarsi trasportare dalle emozioni che solo la musica è capace di dare.

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Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.