Locarno. Due passi nella Retrospettiva

Sensazioni davanti al cinema tedesco degli anni Cinquanta

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Pure sensazioni. Due immersioni nella ricca RetrospettivaAmato e rifiutato: il cinema della giovane Repubblica Federale Tedesca dal 1949 al 1963 a cura di Olaf Muller e Alessandro Turigliatto. Il sepolcro indiano (1959) di Fritz Lang e Berlino polizia criminale di Franz Cap (1952). Il primo è il ritorno dall’esilio americano di un genio  che sembra giocare col cinema d’avventura e il secondo un  prodotto  in apparenza molto commerciale che però osa (nel ’52) rievocare il passato nazista. Risate di simpatia sia nel primo che nel secondo quando gli amanti e gli eroi si mettevano in posa come nei rotocalchi del periodo, guancia a guancia. Il sepolcro indiano è un perfetto fumetto salgariano con colori che non si usano più, principi orientali che passano dall’arroganza alla meditazione, amanti braccati in cui lui vestito da esploratore difende lei vestita da bajadera come nei fumetti di Flash Gordon, e con tante belle cose a cui sicuramente Spielberg ha dato più di un’occhiata per gli Indiana Jones ambientati nella giungla. Da sottolineare la sequenza in cui la danzatrice (Debra Paget) ipnotizza coi suoi movimenti il cobra: per le allusioni sensuali in Italia venne tagliata.

Il sepolcroBerlino polizia criminale è un bianco e nero che un tempo si sarebbe definito di pura letteratura ferroviaria (giovanotto americano viene a portare eredità da zio  d’America -tedesco- a funzionario tedesco sparito, forse legato alle bande di falsari che le SS usavano nei campi per svalutare dollaro e sterlina.  E ovviamente incontra la bella figlia dell’erede). Un salto nella macchina del tempo: la Germania di sessanta anni fa, la moda, la tecnologia (una sessione per l’analisi delle foto dei sospetti fatta con la lanterna magica!), il parco macchine di una Berlino vuota e fitta di maggiolini Volkswagen della polizia (versione con vernice opaca), e un inseguimento finale che forse voleva usare i sotterranei come Il terzo uomo (e un po’ il protagonista è un americano ingenuo e ginnico come Joseph Cotten) e ha un finale tra i tunnel che collegavano le zone di Berlino, con sparatoria tra i resti più aristocratici dei bombardamenti. Forse, allora, cinema ingenuo, commestibile, di consumo. Oggi un reperto antropologico sull’immaginario di una nazione ancora sconvolta. E con i russi (nel film accennati e gabbati con eccellente diplomazia e quattro comparse quattro) nell’altra zona, ma non ancora dietro il muro…

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori