Ovunque è la rovina, è pure la speranza di un tesoro – The get down

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Il caldo torrido romano è già di per sé un cliente difficile, se poi aggiungiamo un pizzico di quella desolazione dovuta al fatto che la città si svuoti ad agosto otteniamo un cocktail letale, ben lontano dai Mojitos che i nostri amici si godono e sfoggiano postando foto sulle spiagge di Formentera.

Beh, quest’anno è toccato a me e la situazione mi ha spaventato non poco, tra lo spettro di settembre che si avvicina e le reminescenze del viaggio in Europa mi ritrovo ad affrontare il clima da Bronx.

Fortunatamente Netflix mi è venuta in aiuto rilasciando quasi a sorpresa due oggetti misteriosi che hanno spinto al binge-watching selvaggio diversi utenti, scatenando reazioni di giubilo tra pubblico e critica, regalando un piccolo viaggio nel tempo da gustarsi davanti ad un ventilatore: da un lato gli anni 80 dell’horror Stranger Things che vantano una colonna sonora da brividi e una Winona Ryder rinata, dall’altro invece il brio degli anni 70 New Yorkesi con The Get Down.

 CERCA COLORO CHE ALIMENTANO LA TUA FIAMMA

L’opera sembra dai primi minuti un gigantesco guanto di sfida lanciato dal regista Baz Luhrmann contro Martin Scorsese e il suo Vinyl. Il regista australiano ha scelto un avversario piuttosto duro. Scorsese ha potuto contare infatti non solo su un partner come Mick Jagger, ma soprattutto su una carriera che farebbe impallidire diversi nomi impressi nella Hollywood Walk Of Fame. Tuttavia questo round è andato nettamente a favore del regista di Moulin Rouge che si impone nettamente con un lavoro che rende onore al periodo conosciuto sempre in maniera troppo superficiale.

Vediamo, infatti, il Bronx diventare una sala parto al cui interno si sentono grida di dolore e sofferenza, le madri piangono figli morti in guerre tra bande, i padri di famiglia vedono i propri sforzi svanire tra gli incendi che martoriano una città schiava del crimine, della povertà e del disinteresse del governo che la considera nulla più che un serbatoio di voti. Ma dacché mondo è mondo nessuna donna ha mai partorito senza dover digrignare i denti, soffrire e spingere, spingere, spingere. È così che dalle rovine degli edifici nasce un suono diverso, un suono che spezza le catene e libera dall’asfissia quotidiana.

Nasce quello che sarà poi chiamato Hip Hop.

IL BUIO È LA TUA CANDELA

La trama segue da vicino le storie di alcuni ragazzi e si districa tra il mondo glitterato della disco e la dura realtà delle strade, dove s’incroceranno presto i destini di Ezequiel “Zeke” Figuero e del misterioso writer conosciuto come Shaolin Fantastic. Vedremo Mylene, la figlia del predicatore, lavorare per raggiungere il suo sogno di diventare una grande star della disco music nonostante il padre le proibisca fermamente di seguire le tracce di Donna Summer e Gloria Estefan.

Ma la battaglia per la sopravvivenza e la realizzazione non si combatte solo nei parchi e negli studi di registrazione: negli uffici, nei piani alti della Grande Mela si giocheranno diverse partite tra politici e imprenditori con entrambe le parti attratte dalla posta in gioco, ossia la poltrona da sindaco e gli immensi profitti.

          DIMENTICA LA SICUREZZA, DIVENTA FAMOSO

La serie è, ad oggi, la più grande fatica economica del gigante dello Streaming di Los Gatos: l’intera stagione composta di 12 episodi è costata infatti la bellezza di 120 milioni di dollari, una media quindi di 10 milioni a episodio, spodestando Marco Polo dal trono e insidiando il record assoluto di Game Of Thrones.

Tale primato si rivela essere una lama a doppio taglio, dato che se da un lato esso è quasi garante di una qualità immensa, visto che i costi ingenti hanno costretto Luhrmann a fare gli straordinari (inizialmente avrebbe dovuto girare solo il Pilot e poi limitarsi al ruolo di produttore) e hanno reso possibile l’ottenimento delle licenze per la riproduzione di grandi pezzi del passato, d’altra parte c’è stato anche un aspetto piuttosto negativo.

La folle spesa ha messo seriamente in dubbio la possibilità del rinnovo e di una seconda serie per quello che ora come ora è una bomboniera televisiva, un prodotto magari coinvolgente – forse non perfetto – ma confezionato magistralmente rendendo il tutto una gioia per gli occhi (vedere per credere), o comunque un certo ridimensionamento del budget con meno interferenze da parte del direttore di The Great Gatsby.

Netflix ha comunque rassicurato il pubblico assicurando che la qualità del prodotto viene prima di ogni altra considerazione economica.

Sarà vero?

           HAI LE ALI, IMPARA AD USARLE E VOLA

Anche in un cast composto prevalentemente di facce nuove, anche e soprattutto per la giovane età dei protagonisti, vediamo però qualche volto discretamente noto.

Infatti tra i membri dei “Fantastic 4 + 1” possiamo riconoscere Jaden Smith nei panni del writer Dizzee: mentre papà Will è impegnato a vestire l’uniforme di Deadshot sul grande schermo in occasione di Suicide Squad, il ragazzo imbratta muri con la bomboletta sulle nostre TV, dimostrandosi figlio d’arte a tutti gli effetti.

Tra i veterani invece figura una coppia quantomeno pittoresca: gli interpreti dei “fratelli diversi” Cruz rispondono infatti al nome di Jimmy Smits e Giancarlo Esposito.

L’imprenditore visionario conosciuto come Papa Fuerte che sguazza tra gli intrighi politici è forse aiutato dal fatto che nel 1977 abbia messo su i panni del senatore Organa – padre adottivo della principessa Leila in Star Wars -, data che tra l’altro coincide perfettamente con l’anno in cui la serie è ambientata.

Il “buon pastore” che si occupa della chiesa di quartiere e che potrebbe risultare come il “cattivo” di turno, visto il suo atteggiamento nei confronti della bella Mylene ha il volto del magnate della droga Gustavo Fring, memorabile quanto machiavellico “frenemy” di Walter White e Jesse Pinkman in Breaking Bad.

Allontaniamoci per qualche minuto da chi è davanti all’obiettivo e conosciamo invece chi è che si occupa di “creare la magia”.

La squadra di registi capitanata dal produttore ha diretto lo show in maniera più o meno equa – almeno per questa prima metà di stagione –  tra Ed Bianchi, Andrew Bernstein e Michael Dinner, ma la parte interessante viene quando gettiamo un occhio alla lista dei consulenti.

Ora sinceramente, abbiamo tutti, chi più chi meno, amato Fergie e la sua A Little Party Never Killed Nobody, nonostante ciò tuttora aleggia lo spettro delle critiche incubanti il seme del dubbio riguardante il fatto che forse Luhrmann si sia preso un po’ troppe libertà pompando i bassi della cantante dei Black Eyed Peas dalle casse di una villa durante gli anni ruggenti.

Per quanto il risultato in termini di piacevolezza è indiscutibile che crei un mood peculiare e gradevole, si può affermare con un certo grado di sicurezza che molti puristi del genere abbiano storto il naso di fronte a dei pezzi da club in un film ambientato negli anni ‘20 (e possiamo parlare di situazioni simili con Moulin Rouge). Avrà compiuto lo stesso azzardo in un prodotto che fa della musica la sua stella polare?

ANCHE NO.

Per l’occasione ci si è rivolti a due pionieri provenienti da due epoche diverse ma entrambi testimoni del processo creativo e parte integrante di esso: Nas e Grandmaster Flash – quest’ultimo appare anche come personaggio in diverse puntate -. Entrambi hanno contribuito in maniera fondamentale a ricreare lo spirito e l’atmosfera del tempo: Flash agendo come libro di storia umano riempiendo i buchi nelle ricerche del regista e fornendo consigli riguardanti vestiario, musica e avvenimenti; Nas invece, essendo stato uno dei principali attori del rap game nella fase Full Baked (1990s) si è occupato principalmente delle barre che vengono sparate dalla bocca di Zeke, facendone mostrina di duttilità gestendo stili differenti su linee temporali altrettanto differenti (impossibile approfondire senza spoiler su questo punto).

           INNALZA LE TUE PAROLE, NON LA TUA VOCE

Con soli 6 episodi a disposizione al momento The Get Down si presenta come un progetto interessante che, pur con qualche inesattezza e un piglio meno “ruvido” di quanto ci si sarebbe aspettato visto l’argomento, intrattiene e trascina all’interno di questa storia che riprende ogni topos, regalando leggerezza e momenti di forte impatto emotivo allo stesso tempo.

Preparatevi quindi per un viaggio che vi porterà da Manhattan alle periferie, sbirciando nelle case di afroamericani e portoricani, entrando di prepotenza nei club più in voga e respirando l’aria di un’America innamorata di Bruce Lee e di Flash Gordon, pronta a scatenarsi sulle piste da ballo e con le piste più bianche, senza filtri e senza ipocrisie, e ricordate sempre:

Regola universale N°17 del Dj: Per volare bisogna fidarsi delle proprie ali.

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Edoardo Santarsiero
Procrastinatore olimpico, radio speaker senza seguito, drogato di musica e cinema, calamita per gente al limite del caso umano. Ma ho anche dei difetti. Ah e scrivo articoli.