Caffi, Venezia, l’Oriente

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Ippolito Caffi. Venezia. Il Molo al tramonto 1864

Ippolito Caffi
Tra Venezia e l’Oriente 
1809-1866
Venezia, Museo Correr
Fino al 20 novembre.

Trovarsi ad agosto in piazza San Marco a Venezia è un’esperienza da augurare soltanto ai più imperturbabili e corazzati turisti del pianeta. Ma andarci stavolta è senz’altro un’esperienza positiva. Lasciato il vaporetto e attraversato l’indescrivibile caos della piazza, sarà ancora più bello visitare una delle più mostre più incantevoli realizzate a Venezia negli ultimi tempi.
Ritrovarsi nella serena bellezza, direi quasi nella fresca poetica, dei dipinti di Ippolito Caffi.
Nello stupendo museo Correr (da visitare comunque) sono esposti 157 dipinti – provenienti dai musei civici di Venezia, donati nel 1888 dalla vedova – che ripercorrono tutta la carriera artistica di questo singolare artista.
Nato a Belluno nel 1809, Caffi si trasferisce giovanissimo a Venezia dove studia all’Accademia. La detesterà, non la città che sentirà sua per tutta la vita, l’Accademia.
Caffi è un temperamento irrequieto. Vive i circoli accademici, le consorterie artistiche delle città che incontrerà durante la vita, con malcelata insofferenza. Nel 1844 rifiuta un incarico all’Accademia offertagli dal governo veneziano.
Negli anni della formazione si orienta verso un’espressività che a Venezia ha trovato i suoi più grandi esponenti: il vedutismo. Certo la lezione di Canaletto, Guardi, Bellotti deve contare molto. Ma Caffi interpreta questo genere con un atteggiamento di ottocentesca modernità. In un certo senso precorre la tecnica fotografica o, quando la incontra, la sublima in una verve interpretativa che il mezzo meccanico non può ancora avere. Quando la conquisterà, quando si affermeranno i grandi fotografi, il vedutismo in pittura scompare.
Ma la modernità di Caffi si nota ancor di più confrontando la sua poetica con le vedute allora di moda presso i numerosi Grand Tourist: queste sì pallide epifanie del grande vedutismo settecentesco.


Caffi invece sente la modernità. Realizza quadri che vanno incontro a un gusto che desidera, più che vedere, “sentire”. Evita il rischio di scadere nel pittoresco e orienta la sua ricerca verso un ambito scenografico: le sue visioni notturne, così diverse dal vedutismo del secolo precedente, sono infiammate dai giochi di luce dei bengala, delle feste di carnevale, dalle luminose serenate veneziane. Oppure dai riverberi di un’eclissi. Ma anche dai bombardamenti austriaci su Porto Marghera che porranno fine all’esperienza repubblicana di Daniele Manin nel 1849 a cui partecipa in prima persona. O ancora le vedute di Venezia nella nebbia che esprimono forse il suo ambiguo, malinconico, rapporto di amore con la città.
Nel 1847, a Roma, partecipa a un volo in mongolfiera. Ne realizza – come aveva fatto Guardi il secolo prima – dei dipinti, uno in mostra, di visionaria bellezza.
Caffi è un reporter moderno. Viaggia molto. Roma, tappa obbligata per un artista del suo tempo. Napoli. Poi nel 1843 esplora il Medio Oriente. Non, come accadeva nella maggior parte dei casi, al seguito di una spedizione scientifica o militare. No, Caffi parte come un moderno viaggiatore, da solo con taccuini e pennelli. E non rischia di incorrere nel facile orientalismo che, soprattutto dopo il Salammbô di Flaubert, darà seguito a una moda fascinosa e superficiale.
Caffi dipinge Costantinopoli, il Cairo, Smirne, con lo stesso gusto con cui ha dipinto Venezia, Roma, Napoli: vi ritrova una coerenza, un’affinità, che un pittore nordico non può distinguere. Dipinge il Mediterraneo. Lo riconosce come suo.
Dopo la riconquista da parte degli austriaci nel 1849, Caffi viene esiliato da Venezia, ingiustamente accusato di avere fomentato disordini e saccheggi. Comincia un tour di dieci anni, quasi sempre documentato da splendidi dipinti, a Genova, in Spagna, a Londra – dove partecipa alla grande Esposizione del 1851 – a Parigi.
Poi dopo l’unità d’Italia e la delusione di vedere il Veneto ancora nelle mani dell’Austria, si fa cittadino italiano, ritorna a Venezia, affronta il processo che lo riabilita.
È un artista di successo ormai. La sua committenza è sempre più importante. Ma il suo patriottismo, la sua volontà di esserci, di fare qualcosa d’importante, non è di facciata. Alla terza guerra d’indipendenza raggiunge Ancona. Si imbarca, diremmo oggi, come reporter di guerra. Muore nella sciagurata battaglia di Lissa.
Ma Caffi non è stato soltanto un “reporter”. In piena modernità, negli anni del trionfo della rivoluzione industriale, l’atteggiamento di alcuni artisti verso le città si modifica profondamente. La sua ricerca si ricollega a una nuova sensibilità: l’umanizzazione, la personalizzazione, della propria esperienza visiva. Ed è forse l’amata Venezia che gli consente i risultati più alti di questa ricerca. Me ne convinco in una delle ultime sale. Vi sono affiancati due dipinti con lo stesso soggetto: il molo di Venezia. Una veduta di giorno del 1857, una al tramonto del 1864. A prima vista non sembrano immagini della stessa inquadratura. L’atmosfera è completamente diversa. Lo sfondo è Venezia. Lo stato d’animo, la capacità visiva, sono dell’artista.
E allora possiamo inserire Caffi in una striscia dai risultati di straordinaria: quella di Turner pochi anni prima di lui, o Monet pochi anni dopo.

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.