Il Clan. Quasi cosa nostra

Prega e lavora. E nel mezzo sequestra, uccidi e fai sparire

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Il Clan
di Pablo Trapero
con Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich, Gastón Cocchiarale
Voto 7

Il Clan di Trapero il pubblico italiano dovrebbe studiarlo, non tanto perché i protagonisti portano un cognome italiano come tantissimi argentini, ma perché, fatte le debite differenze di anni, regimi politici e tecnologie, ci porta in una famiglia di mostri. Che sembrano di gran moda anche da noi, solo che sono considerate quasi normali. Il clan ci porta nell’Argentina degli anni 80, e spiega l’inquietante stile di vita dei Puccio: commercianti tradizionalisti e religiosi, poco interessati alla democrazia, più ai regimi che salvaguardano i privilegi,  guidati da un capofamiglia che sembra un ragioniere bigotto che con pugno di ferro ordina i sequestri di  rampolli di famiglie simili alla sua e dopo aver ottenuto ricchi riscatti li uccide e li fa sparire. Attività che torna anche utile al regime, di cui è un bravo servo. Lo psicodramma è che il figlio maggiore del capofamiglia, per quanto obbediente, fedele e anche molto spaventato, un pochino di coscienza ce l’ha, nel senso che in qualche modo, anche se non oserebbe mai mancare di rispetto a suo padre, tutto sommato comincia a sentirsi nel conto delle prossime vittime. Rispetto ai prodotti nazionali su famiglie malavitose disgustose i Puccio hanno un certo sapore vintage, una curiosa ideologia del rispetto  della fede, anche politica, e in effetti la loro vicenda fece un certo scalpore perché vennero beccati e  infiltrati quando non erano più difesi dai governi che si avvalevano dei loro servizi speciali (sequestro, custodia ed eliminazione degli avversari politici sotto le dittature militari). Che angoscia, e quanta politica in nero…

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori