I dieci leoni meno ruggenti di Venezia

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Com’è noto, tra la fine degli anni Sessanta e tutti i Settanta, la Mostra del Cinema di Venezia non fu competitiva, quindi niente Leoni d’oro, niente premi di alcun genere. Anzi, per essere precisi, per ben tre volte in quegli stessi anni il festival stesso non si tenne.
Erano i tempi dell’impegno politico a trecentosessanta gradi e tutto era messo in discussione. Il valore e il significato dell’arte, della cultura, del cinema. Ci si chiedeva che cosa fosse la bellezza e soprattutto se avesse senso metterla in bella mostra (appunto) come qualcosa di avulso rispetto al mondo reale, alla storia che pulsava, coi suoi conflitti, con le sue domande.
E ammesso che tutto ciò avesse senso, ci si poneva il dubbio, a maggior ragione, sull’opportunità di degradare le opere dell’ingegno al livello di una gara, quasi si trattasse di un torneo sportivo.
Alla fine sappiamo com’è andata. Dal 1980 la Mostra tornò ad essere competitiva e questo per due motivi concomitanti: 1) la fine di quei tempi politicamente “complicati”, quindi una visione meno “ideologica” del cinema; 2) la considerazione che riproporre premi, coppe e leoni avrebbe costituito un sicuro traino commerciale e ridato così linfa e popolarità alla rassegna stessa e all’immagine del cinema italiano in generale.
Ora cerchiamo proprio di vedere come si sono espresse le giurie che si sono avvicendate nel corso di questi anni e di capire se i film premiati siano stati sempre di una qualità adeguata al livello della Mostra.
E’ arduo e spesso ingeneroso stroncare un film vincitore di una rassegna come quella veneziana e infatti le nostre non pretendono di essere bocciature, ma giudizi, diciamo, contenenti qualche elemento di perplessità. Esaminiamo alcuni casi.

Nel 1950, quando a spuntarla fu Giustizia è fatta del francese André Cayatte, opera dignitosa e ben sceneggiata ma nient’altro, giustizia in realtà non fu proprio fatta, in quanto i concorrenti Giungla d’asfalto di John Huston e Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini avrebbero certamente meritato di più.
Ancor più discutibile la scelta dell’esangue Giulietta e Romeo di Renato Castellani quattro anni più tardi, in una competizione in cui figuravano capolavori del calibro di Senso di Luchino Visconti, La strada di Federico Fellini, Fronte del porto di Elia Kazan e I sette samurai di Akira Kurosawa.
Nel 1958 fu la volta dell’oleografico L’uomo del riksciò del giapponese Hiroshi Inagaki, mentre l’anno successivo a trionfare, sia pure in coabitazione con La grande guerra (di cui parleremo in altra sede), fu Il generale della Rovere di Rossellini, non certo tra i suoi risultati più memorabili.
Nel 1960 ancora vincitore André Cayatte (un vero e proprio miracolato del festival) col mediocre Il passaggio del Reno quando in lizza c’erano Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti e L’appartamento di Billy Wilder.
Quella del 1968 fu l’ultima mostra competitiva prima della lunga parentesi a cui si accennava all’inizio. In un clima già fortemente politicizzato, in mezzo a vari film fortemente criptici, sicuramente ricchi di stimoli, ma in nessun caso del tutto convincenti (Nostra signora dei Turchi di Carmelo Bene, Teorema di Pier Paolo Pasolini), si affermò Artisti sotto la tenda: perplessi del tedesco Alexander Kluge, se possibile, ancor meno riuscito degli altri.
Arriviamo così al 1990 con Rosencrantz e Guildenstern sono morti dell’inglese Tom Stoppard, prolisso e fischiatissimo, ben poca cosa a confronto di Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese.
Anche il verdetto del 1991 fu controverso, dato che a vincere fu il modesto Urga del russo Nikita Michalkov e a perdere lo splendido e delicato Lanterne rosse di Zhang Yimou.
Nel 1994 fu la volta di Vive l’amour del taiwanese Tsai Ming-liang, pretenzioso e manierato.
Ultimo di questa serie di Leoni poco… ruggenti, ci spiace dirlo, un film italiano, Sacro GRA di Gianfranco Rosi (siamo nel 2013), documentario preciso e analitico, ma poco emozionante.

Fortunatamente in altri casi la giuria ha premiato film di ben diverso spessore, ma questa sarà la materia del prossimo articolo.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.