Ecco i migliori film premiati a Venezia

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Finalmente, dopo l’ingrato compito di individuare i leoni meno convincenti, è giunto il momento di ricordare quelli, a nostro avviso, più meritevoli di essere premiati e ciò ci verrà sicuramente molto più agevole, nel senso che sarà liberatorio raccontarne la bellezza.
In ogni caso, resta il fatto che decidere se una pellicola sia buona o meno non è affatto semplice, soprattutto quando questa incombenza viene attribuita a una giuria, con tutte le conseguenze che ne possono derivare per la fama e la fortuna del film stesso.
Non crediamo che sia stata questa comunque la motivazione principale che abbia determinato la scelta, quasi cinquant’anni anni fa e per oltre un decennio, di non assegnare premi di nessun genere. Le ragioni crediamo siano più complesse e investono il senso e il valore, soprattutto storico, dell’opera d’arte, come abbiamo cercato di spiegare nel precedente articolo.
Peraltro va ricordato che in questa “vacanza da competizione”, venne istituito il Leone alla carriera: tra i primi ad essere acclamati, giganti come Ingmar Bergman, Charlie Chaplin e Billy Wilder. Addirittura per tre anni (1973, 1977 e 1978) il festival non si tenne, venendo surrogato da una serie di rassegne a tema, a margine della Biennale. Furono anni che potremmo definire bui, ma che proprio così bui non furono, poiché, in tale clima di disorientamento, che si accompagnava al bisogno di sganciarsi dai tradizionali schemi e gerarchie che avevano caratterizzato il Festival per tanto tempo, si percorsero nuove strade, si batterono nuovi sentieri. Il terreno di questa tensione innovativa fu segnato dalla creazione di spazi alternativi, talvolta in aperta contestazione con l’ufficialità delle manifestazioni principali. Rilievo così importante che quando la Mostra tornò a essere competitiva, dal 1980, la nuova direzione ebbe la lungimiranza di fare tesoro di quanto di meglio era stato intuito e realizzato negli anni sperimentali: niente poteva essere più come prima e il rinnovato prestigio della manifestazione passava necessariamente attraverso l’apertura al nuovo, anche a costo, talvolta, di farsi del male. Ora, tornando ai leoni “ruggenti”, giusto per rimanere in tema, dobbiamo confessare che è impresa davvero ardua operare una cernita tra tanti capolavori per selezionarne una decina. Ci provereremo.

Nel 1951 vinse Rashômon del giapponese Akira Kurosawa, che descrive mirabilmente, tra suggestioni letterarie e psicanalitiche, lo sfarinarsi del reale nel pulviscolo dei punti di vista singoli.
Nel 1959 la giuria si divise e alla fine premiò due film, il già menzionato e non eccelso Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini, e La grande guerra di Mario Monicelli, uno degli esiti più felici della cosiddetta commedia all’italiana. Il film, che ha come straordinari protagonisti Vittorio Gassman e Alberto Sordi, due vigliacchi costretti dalla Storia a diventare eroi, ebbe anche il merito di contribuire a rimuovere il tabù della prima guerra mondiale, “colpevole”, secondo molti intellettuali nostrani, di essere stata un periodo di incubazione del fascismo.
Due anni dopo fu la volta de L’anno scorso a Marienbad del francese Alain Resnais, anche questo ambientato in una dimensione di indeterminatezza, dove il tempo della narrazione coincide con quello della coscienza e nulla ha di oggettivo.
Nel 1962, ex-aequo col peraltro pregevole Cronaca familiare di Valerio Zurlini, a vincere fu L’infanzia di Ivan del giovane russo Andrei Tarkovskij, dolorosa storia di un’infanzia negata dagli orrori della guerra. Uno dei finali più belli di tutta la storia del cinema.
Nel 1963, col trionfo de Le mani sulla città di Francesco Rosi, ecco irrompere prepotentemente la denuncia sociale. Pur tagliente come una lastra di ghiaccio, non rinuncia all’indignazione, ma un’indignazione lucida, senza toni predicatori.
Ancora un film italiano alla ribalta l’anno successivo, Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, con le sue atmosfere angoscianti attraversate da una splendida Monica Vitti. Fu da molti accusato di intellettualismo eccessivo, eppure è anche grazie a questo film (e ad altri del regista ferrarese) che parole come “alienazione” e “incomunicabilità” entrarono sempre più nel linguaggio corrente.
Il ping-pong tra il reale e l’immaginario, tra il fisico e il metafisico prosegue con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966), che racconta con stile documentaristico e senza enfasi una delle pagine più drammatiche della storia del secondo dopoguerra, la guerra di liberazione algerina contro i francesi.
Facciamo un balzo di oltre vent’anni e arriviamo al 1988, quando a trionfare fu lo struggente film di Ermanno Omi La leggenda del santo bevitore, dall’omonimo racconto autobiografico dell’austriaco Joseph Roth. Una delicata parabola sulle imprevedibili possibilità di riscatto che offre la vita e una grande interpretazione dell’olandese Rutger Hauer.
Nel 1993 fu la volta dello statunitense Robert Altman con America oggi, da alcuni racconti di Raymond Carver, un mosaico di episodi intrecciati che ci raccontano un’America (solo l’America?) sull’orlo del precipizio, dolente e cinica, ma, com’è nella tradizione del grande cinema, senza un filo di retorica.
Arriviamo infine all’ultimo film di questa “serie”, Faust del russo Aleksandr Sokurov (2011), ispirato ovviamente al capolavoro di Goethe, ma da cui si discosta per avere rappresentato il protagonista in un ambiente povero, quasi da bettola. Opera complessissima, debordante ed eccessiva, ma di sicuro e potente fascino.

La “meravigliosa decade” è andata in onda e ora la parola alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia, con l’auspicio che anche quest’anno sappia regalarci pellicole di pregio e di sostanza! Ne abbiamo davvero bisogno!

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.