Jimmy Buffett, doppio party-show parigino “only for parrotheads”

Il re delle sailing songs e della summer time music ritorna all’ombra della torre Eiffel con l’I don’t know Tour 2016. I tradizionali concerti di fine settembre insieme alla Coral Reefer Band sono “sold out” ormai da mesi

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Foto di Daniele Benvenuti

Pochi lo sanno ma, tanto, i risicati biglietti disponibili finiscono sempre e regolarmente esauriti con almeno sei mesi di anticipo. Pochi in Italia lo conoscono ma, tanto, non si tratta di un appuntamento per distratti presenzialisti da grandi eventi o amanti dei selfie a quattrocento metri e passa da un palco ridotto al lumicino. Pochi (ma buoni) si sono invece mossi per tempo e ora attendono in fibrillazione il 23 e il 24 settembre prossimi, allorchè Jimmy Buffett tornerà in Europa per fare tappa a Parigi nella location a lui più cara, praticamente unica città del continente a poter vantare uno show dell’idolo di Pascagoula, Mississippi.
Già, perché se si fa eccezione per una sporadica doppia data londinese del 1997, il poliedrico songwriter, frontman, musicista, scrittore, scopritore di talenti (come Zac Brown, per esempio), attore e produttore cinematografico, nonché imprenditore di successo, albergatore e persino pilota di idrovolanti (possiede una compagnia anche in questo settore, tanto per non farsi mancare niente..), in 45 anni di onorata carriera aveva suonato nel continente solo altre dieci volte, sempre all’ombra della torre Eiffel, a partire dal 2007. Un doppio concerto-evento caratterizzato da una scarsa percentuale di indigeni e una quasi totalità di pacifici “invasori” di lingua madre anglofona con sporadiche ma qualificate presenze provenienti da altri Paesi, Italia compresa (come il cantautore e rocker romano Pierluigi De Luca, autore degli album Il prezzo delle cose e Quella strada dove camminare, uno che tra Nashville e Austin bazzica davvero con assoluta credibilità).
Jimmy Buffet, del resto, ha “solo” 27 album all’attivo dal 1970 e, laggiù negli States, l’affluenza al suo personale “never ending tour” quasi sempre in contesti di rara suggestione, tra arene scolpite nella roccia, litorali atlantici e mega piscine, raggiunge di norma cifre da capogiro al punto da collocarlo di anno in anno sempre ai primi posti delle classifiche in fatto di biglietti venduti.
Jimmy, artista dal sorriso perennemente scolpito sul volto e autentico precursore dei palchi aggrediti a piedi rigorosamente nudi all’insegna della filosofia di vita “No shoes, no shirts, no problems” (motto coniato nel brano omonimo dall’allievo prediletto Kenny Chesney, a sua volta un tipino da venti album pluripremiati all’attivo e stella incontrastata del country rock moderno più spensierato ed energico), è uno di quei personaggi in grado di contagiare tutta la sua platea con quella carica di spensierata positività che si trascina dietro. Due ore in compagnia sua e della fidata Coral Refeer Band consentono ai fortunati e lungimiranti presenti di tornare a casa o in hotel con la stessa di espressione di uno che ha appena vinto al SuperEnalotto senza neppure aver giocato. Due serate di fila con questo sorprendente omino, invece, trasformano l’audience di turno alla stregua di uno che, dopo la vittoria di cui sopra, viene convocato in Nazionale da Giampiero Ventura e in camera da letto da Cameron Diaz, nonché proposto per un Nobel, un Oscar o un Pulitzer a totale discrezione del premiato.
Dio benedica le trasferte concertistiche europee di fine settembre, dunque. Soprattutto se, show a parte, nobilitate da un contesto come il teatro La Cigale (a poche centinaia di metri dal Mulin Rouge, praticamente ai piedi del Sacro Cuore, nel bel mezzo della zona hot e baciato dalla banale corrente dei turisti più prevedibili), piccolo gioiellino di arte barocca tendente al kitsch con i suoi arredi in legno scuro intarsiato datati 1887 e le poltrone in velluto rosso. Prima regno di vaudeville e operetta; poi, una volta ristrutturato, casa prediletta per chansonnier, patiti dei “kung fu movies” targati Show Bros. e, infine, anche dei patiti di bocca buona delle pellicole hard da una botta e via. Oggi è invece una gemma per concerti di spessore, la cui capienza può andare dai 950 tickets con posti numerati in platea (23 settembre) ai 1.400 con accesso libero in piedi nella zona floor (24 settembre). Tutti, come detto, già esauriti da mesi e mesi.
Partiamo dal contorno: un concerto del quasi 70enne originario di Mobile, Alabama, raccoglie talmente tanta sana allegria, sincera autoironia e scomposta educazione da parte del pubblico da far impallidire qualsiasi altro live act al mondo. Niente isterismi, tanta competenza specifica e persino esilaranti siparietti.
Si profila dunque all’orizzonte un secco “uno-due” francofono al cospetto di James William Buffett, che si preannuncia appannaggio di tanti e tanti reduci delle annate passate con la spassosa Coral Reefer Band impegnata nell’annesima tappa del I don’t know Tour 2016. Il menù, del resto, sarà il solito! Una travolgente miscela di west coast cantautorale tra Brother Jackson e Warren Zevon buonanima, country honky tonk, surf, musica caraibica, calypso, persino reggae e jazz-swing degno di New Orleans. Un’ondata sonora perfettamente assecondata dal look del variopinto pubblico (composto in gran parte dai variopinti “parrotheads”, le allegre “teste di pappagallo” quasi paragonabili in fatto di costanza agli affezionati “deadheads” che seguivano in tour i Grateful Dead con o senza Jerry Garcia) dove i rari camicioni western alla Fogerty & Young sono numericamente strabattuti in partenza da coloratissime camicie hawaiane dalle fantasie più improbabili, collane floreali in stile Honolulu, corone degne di Samoa, noci di cocco, pinne da squalo, cocktail e birra au go go, t-shirts da surfisti giunte direttamente dai vecchi tour del Nostro o dalle sue catene di locali (chiamate, guarda caso, Margaritaville e Cheeseburger in paradise come due dei brani più popolari e coinvolgenti), bandane da pirata, ninnoli da Mardi Gras senza generose pettorute sui balconcini, assurdi copricapo con cesti di frutta esotica e, ovviamente, pink flamingo e pappagalli di pelouches (divisa ufficiosa dei celeberrimi parrotheads). Parecchi i bermuda e anche qualche ciabatta degna di Maui.
Un affetto incondizionato e per nulla morboso. Quasi una festa sulla spiaggia ad alta gradazione  alcolica insieme a Matt, Leroy, Jack & papà Bear (Un mercoledì da leoni docet). In attesa magari dell’arrivo di Thomas Magnum e Jonathan Higgins, dell’Elvis di Aloha, delle sorelle hawaiane di Happy Days e finanche di Buster Poindexter. E, in cambio, sorrisi. Tanti, tantissimi sorrisi convinti. Ai limiti della paresi facciale. Senza soprusi, sfondamenti di politika memoria o cafoneschi sorpassi verso la transenna. Età media over 50 tra famiglie intere, almeno quattro generazioni rappresentate e fan club organizzatissimi, quasi come compagnie teatrali: tutti contenti come bambini il giorno del Ringraziamento!
Rispetto gli immensi palchi all’aperto cui sono abituati, magari davanti a specchi d’acqua affollati da piccoli motoscafi oppure sul bordo di mega piscine con il pubblico a bagnormaria sopra materassini o camere d’aria gonfiate, i musicisti dovranno ridimensionare gli spazi a disposizione e rinunciare anche ai suggestivi scorci coreografici targati Caraibi o al mega acquario nel quale nuotano sirenette in carne e ossa. I dieci musicisti si ritroveranno quindi proiettati nel cuore dei fan e di una platea rigorosamente affollata ma, cocktail alla mano, composta ed educata. Buon ultimo, ma senza alcuna cerimonia autoreferenziale, entrerà in scena Buffett, nato la notte di Natale del 1965 e ormai diventato una sorta di “re dei surfisti attempati”: polsini a entrambi gli avambracci come un ibrido tra Fred “Pelato” Neal dei vecchi Harlem Globetrotters e l’Ilie Nastase dei tempi d’oro, bermuda, t-shirt da spiaggia, candida stempiatura (eufemismo) da far impallidire persino il capitano Merrill Stubing e piedi rigorosamente scalzi dietro il microfono e il monitor sul quale scorrono i testi, soprattutto quelli in idioma francofono sui quali si rivela sempre alla fine piuttosto generoso. Nonostante gli oltre 1.450 concerti sul groppone in circa 500 diverse località del globo, Buffett non perde mai il suo proverbiale entusiasmo e quando lascia spazio ai classiconi come Changes in latitudes, Changes in attitudes i palloni da spiaggia a spicchi bicolori che ricordano la pubblicità della crema solare Coppertone (senza, tuttavia, la presenza di cagnolini dispettosi e bimbette bionde sederino all’aria), restano costantemente a galleggiare nell’aria del teatro tra una manata e l’altra.
Nessun effetto speciale, neppure uno: neanche una luce di troppo o un singolo campionamento, se non il suono della marimba che esce direttamente dalle tastiere per un’inconfondibile sbornia di “summer time music” che passerà per forza attraverso Son of a son of a sailor per aprire le porte a suoni da CSN in salsa soul & hula con le accaldate coriste Tina Gullickson e Nadirah Shakoor a darsi da fare anche in termini coreografici da autentiche “buffettes”. The Ticky Bar is open (“Thank God the tiki bar is open – Thank God the tiki torch still shines – Thank God the tiki bar is open – Come on in and open up your mind”), liberamente tradotto dal brano partorito dalla fertile mente di John Hiatt, stappa sempre tutte le bottiglie possibili e shakera a dovere il nettare negli appositi bicchieri con ombrellino, perché è proprio l’ora del party: It’s five o’clock somewhere (ballatona country & western scritta da Jim “Moose” Brown e Don Rollins, ma re-incisa a ritmo da toga party da Alan Jackson insieme allo stesso Buffett) che porta una mandria di appaloosa a galoppare liberi sull’arenile al tramonto. Immancabile o quasi è anche Brown eyed girl (i saltelli di Buffett, immediatamente imitati dal pubblico, fanno regolarmente vibrare in maniera inquietante la vetusta struttura parigina) costituisce il tradizionale richiamo a Van Morrison, esatto alter ego al negativo del padrone di casa: tanto solare e sorridente quest’ultimo, tanto cupo e insopportabile il quasi coetaneo, geniale e imprescindibile eroe di Belfast. Una cover che i fan ritengono partorita da Buffett, generando un equivoco simile a quello relativo a Hallelujah, quando viene attribuita a Jeff Buckley e non a Leonard Cohen.
Le “sailing songs” coinvolgono sempre Grapefruit – Juicy fruit, autentico swing da onda anomala, I will play for gumbo, honky tonk sabbioso ad alto tasso salino e gonfio di Pina Colada, la festa scatenata di Last mango in Paris e i siparietti con il tastierista Michael Utley, veterano del palco che sta a Jimmy come Paul Shaffer a Dave Letterman. Il tutto per regalare sonorità le quali, piuttostochè agli abusati e fuori tema Beach Boys, sembrano invece affini a quelle di una The Band clamorosamente emigrata a Key West insieme a Nicolette Larson (la deliziosa Come monday). Mac McAnally, altro alter ego del frontman (imponente, esemplare e talentuoso chitarrista barbuto che sembra Donald “Duck” Dunn senza pipa) lancia gli inni Cheeseburger in paradise e Margaritaville che, nonostante i suoi piccoli riti si sviluppa a tratti recitata e a tratti rallentata (il classicissimo “searching for my lost shaker of salt – salt – salt” con il pubblico crea una gioiosa e unica interazione). A pirate looks at forty è invece il solito lentaccio strappamutande da taverna portuale, in attesa che scocchi il momento tanto atteso quando la straripante Fins, introdotta da finte urla di terrore e suoni da suspance acquatica, introduce davvero lo squalo e Jimmy decreta l’avvio della sua personale Time Warp dance di rockyana memoria, incitando il pubblico a mimare con le mani giunte sulla testa la pinna maledetta con piegamenti a destra e a sinistra come uno slalomista tra i paletti (“Can’t you feel ‘em closin’ in, honey – Can’t you feel ‘em schoolin’ around – YOU GOT FINS TO THE LEFT, FINS TO THE RIGHT – And you’re the only girl in town”).
Come detto, i biglietti si sono già volatilizzati da mesi ma, se qualcuno dovesse essere interessato a un’imperdibile sortita dell’ultima ora, basta buttare un occhio nel gruppo chiuso di FacebookParrotheads in Paris” (https://www.facebook.com/groups/128522887192145/) e verificare la fortunata possibilità di qualche rinuncia da parte di qualche statunitense per un colpaccio a prezzo di costo. In bocca al lupo e… vogliate gradire!

Foto di Daniele Benvenuti
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Jimmy Buffett sul palco con il Cheeseburger in paradise. Foto di Daniele Benvenuti
Jimmy Buffett sul palco con il Cheeseburger in paradise. Foto di Daniele Benvenuti
Foto di Daniele Benvenuti
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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.