Springsteen tra depressione e irrefrenabile voglia di correre: le prime anticipazioni sull’autobiografia

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Con un’intervista esclusiva a Vanity Fair (edizione americana) in edicola a giorni, Bruce Springsteen racconta al collega David Kamp i primi particolari della sua attesissima autobiografia che uscirà in tutto il mondo il prossimo 27 settembre. Cinquecento pagine (interamente scritte da lui senza l’aiuto di alcun ghost-writer) per raccontare una vita straordinaria fatta di innumerevoli gratificazioni,  immensi successi,  guadagni inestimabili, arricchita da amori travolgenti e solidi, gioie della paternità, felicità assoluta ma oscurata anche da ansie, dolori, operazioni chirurgiche, conflitti interiori, tristezza e dall’ombra pesantissima della depressione. Già, sembra incredibile (e non è banale dirlo), ma anche un uomo che ha avuto tutto dalla vita, stimato e adorato da milioni di persone in tutto il mondo, gente disposta a fare qualsiasi cosa per lui, può soffrire di depressione. Perché non bisogna mai pensare, figuriamoci dire, “beato te”, perché anche dietro la più splendente delle facciate può nascondersi il buio, perché non si può mai sapere cosa c’è nella vita degli altri. Di fatto Bruce – dopo aver pensato in una fase particolarmente complessa della sua vita addirittura al suicidio – ancora combatte contro il male oscuro. Ne parla – e non poteva essere diversamente –  pure nell’autobiografia. “Sinceramente – ha detto sua moglie Patti Scialfa a Kamp – non mi sento proprio bene quando rileggo quella parte del libro, ma Bruce è  fatto così: ha affrontato il libro nello stesso modo in cui avrebbe scritto una canzone. Spesso attraverso la scrittura riesci a risolvere qualcosa che stai cercando di capire. Porti a casa qualcosa che ti aiuta. Quindi in questo senso, penso che sia una gran cosa per lui scrivere della sua depressione. Molte delle sue canzoni nascono dal suo tentativo di andare oltre quella parte di sé”.

Springsteen ha iniziato a scrivere questo libro dopo aver suonato nell’intervallo del Superbowl (la finale del Campionato di Football Americano, ovvero l’evento sportivo più importante d’America) nel 2009.  Dopo quei 12 minuti di show (per uno abituato a suonare dalle 3 ore e mezza alle 4 ore, praticamente poco più di un soundcheck), Bruce ha sentito l’esigenza di cominciare ad annotare e a fare ordine tra i suoi pensieri e i suoi ricordi: “Dovevo trovare le radici dei miei problemi“, ha detto, “Fare un concerto ti dà un’euforia pazzesca ma il pericolo è che c’è sempre un momento, ogni sera, in cui tu pensi ‘Ehi, vivrò per sempre!’, in cui senti tutto il potere che hai. Poi scendi dal palco e la cosa che immediatamente realizzi è che è finita. E lì si riaffaccia la mortalità”. Ecco è questo il problema grosso: il senso di precarietà e di inutilità che colpisce molti uomini, soprattutto artisti. E perfino uno come Bruce Springsteen c’è finito dentro.

Tante le cose che ancora non sappiamo e che troveremo nel libro, come l’operazione a cui si è sottoposto 3 anni fa per sostituire dei dischi cervicali che gli avevano intorpidito il lato sinistro del corpo al punto da compromettere la capacità di suonare la chitarra. E’ stato un intervento snervante – ha detto lo stesso Bruce – perché per effettuarlo gli hanno dovuto tagliare la gola (bruttissimo a dirsi!), “spostare” temporaneamente le corde vocali da una parte e inserire delle nuove placche. L’operazione ha comportato 3 mesi di totale impossibilità a cantare, ma alla fine ne è valsa la pena. Springsteen è perfettamente consapevole del fatto che abbia una quantità limitata di tempo per continuare a fare concerti di 4 ore con l’intensità a cui ci ha abituato, ciò nonostante non ha alcuna intenzione di smettere perché forse è proprio questa la chiave per sconfiggere l’età che irrimediabilmente avanza, per mettere da parte i pensieri cupi e superare la depressione. Così come raccontarsi al suo pubblico non più solo attraverso le canzoni, ma anche con un libro che non poteva non intitolarsi Born To Run, nonostante ci sia già una biografia (ufficiale) con lo stesso titolo, quella scritta dal critico musicale (e amico) Dave Marsh e pubblicata nel 1979 dalla Doubleday, in USA. Ma Born To Run è Bruce e Bruce è Born To Run, non si scappa.

E allora facciamo partire il conto alla rovescia: tra 20 giorni sapremo tutto, dell’uomo e dell’artista che non ha mai smesso di correre e di farci correre. E l’ulteriore buona notizia è che all’uscita del libro faranno seguito una serie di incontri promozionali e di appuntamenti nei negozi per parlare del libro. Può mancare l’Italia, secondo voi? Prepariamoci a correre, anche questa volta…

La foto in evidenza, sulla copertina di Vanity Fair American Issue, è di Annie Leibovitz

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.