Venezia 73. Lynch, i cannibali, il cielo e l’universo

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Davi Lynch: The Art Life

David Lynch: The Art Life di Jon Guyen, Olivia Neergaard-Holm e Rick Barnes racconta il giovane David Lynch che vive due vite: quella del giovane di famiglia piccolo borghese con un padre e una madre intelligenti e buoni che si spostano più volte per gli States per lavoro, e quella del ritratto dell’artista da giovane che ha chiaro solo che la scuola non gli va e sente un altro David dentro di lui che chiede di capire cosa accidenti fanno i pittori nei loro laboratori. Piano piano, attraverso le parole divertite o commosse del Nostro seguite dai 3 registi-raccoglitori, emergono tutte le caratteristiche che ritroveremo nel pittore, nello scultore, nel cineasta e nel musicista. E chissà che non ci sia anche qualche elemento che ci è sfuggito ma spiegherebbe pure la meditazione trascendentale. Il documentario segue il giovane Lynch raccontato dal vecchio Lynch attraverso la sua parola, le  opere attuali, foto e filmati rari, ed è dedicato alla piccola Lula (la figlia di quattro anni che lo osserva al lavoro sulle tele): in teoria sarebbe un testamento per lei… “The Art Life”, nelle parole di Lynch è il periodo in cui beveva caffé, fumava e dipingeva. La felicità, insomma. In realtà c’è molto di più.

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The Bad Batch

The Bad Batch di Ana Lily Amirpour (già autrice del primo “Iranian Vampire Spaghetti Western” A Girl Walks Alone at Night) è in Concorso e parte forte con la bella protagonista espulsa negli Usa del futuro in una terra di nessuno, tatuata col codice del “Bad Batch”, il lotto dei “difettosi” (per indole, morale, salute): nella prima comunità in cui viene rapita (Bridge) le segano subito un braccio e una gamba. Lei letteralmente si rialza e raggiunge l’altra comunità (Comfort) dove un guru da discoteca (Keanu Reeves) teorizza “il sogno”: un futuro di fogne ideali e fertility day gestiti direttamente dal suo attrezzo sessuale. Nel mezzo un mazzo di cose da fantascienza apocalittica da discarica (culto del vintage, tocchi di cannibalismo, robe da Mad Max minore): tutto gia visto con inclinazione sul trucido/femminile con meno azione e più dubbi. E l’amour, anche. Di passaggio il redivivo Jim Carrey

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Assalto al cielo

Assalto al cielo è il Fuori Concorso di Francesco Munzi (Anime nere): racconta come avvenne che gli italiani tra il ’68 e il ’77 tentarono di competere con gli dei in politica e non solo. E giocando con il concetto ambiguo di “Movimento” ha suddiviso l’opera (puro materiale d’archivio) in tre “movimenti” in cui l’estrema sintesi a volte disorienta un poco anche chi quelle cose le ha viste, vuoi per la distanza vuoi per la sintesi operata. Nel primo movimento si vede il 68, nel secondo la fase che porta alla lotta armata, nel terzo il 77 viene ridotto alla débacle del Parco Lambro, là dove (parole di un desunto che vaneggia sul palco) nell’ansia di “andare oltre il comunismo verso la follia”, tutto sembra ridursi alla contestazione delle speculazioni sul prezzo del pollo arrosto venduto al festival. Forse è il cortocircuito di una famosa boutade : “da Servire il popolo” a “servire il pollo”?

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Voyage of Time

Voyage of the Time di Terrence Malick è come si temeva: un docu sulla presunta nascita dell’universo con  testo mistico e musica “importante”. Ma francamente di vulcani che eruttano, di galassie che ruotano, di creature abissali che ondeggiano, di passaggi evolutivi in digitale se ne sono visti troppi: l’Islanda e il Grand Canyon sono già stati truccati da  Infinito in Kubrick e il raggio di sole che apre le nuvole accompagnato da un coro possente ormai dà un’idea del Divino un po’ antiquata. In pratica Voyage of the Time sembra la sintesi di Three of Life e To The Wonder senza umani o l’esulcerazione delle parti “naturali” di La sottile  linea rossa o Il nuovo mondo. Malick sta facendo da sempre la stessa cosa, solo che adesso l’ha purificata. Cosa c’è di male? Che alla fine è un documentario da National Geographic che non spiega, ma si rende intoccabile attraverso l’uso delle domande mistico poetiche fatte fuori campo da Kate Blanchett (e in un’altra versione da Brad Pitt). Chi parla a chi di cosa e da dove? E se ne potrà parlare male senza incorrere in accuse di blasfemia?

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori