Attori che cantano (1). Da Hugh Laurie a Bruce Willis

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Parafrasando Stevie Ray Vaughan buonanima, ci inoltriamo in un “viaggio a tappe” tra le star del cinema o della tv che si sono ritagliate, tra badilate di colleghi insulsi ma esaltati da astute e costose campagne commerciali, anche una credibile e sincera “carriera parallela” tra sala d’incisione e palcoscenico. Niente operazioni da ascensore o da corridoio di centro commerciale, dunque, ma solo artisti realmente dotati “anche” nel ruolo di musicisti/cantanti, protagonisti di incisioni di indubbio valore e motivati da autentica passione

In rigoroso ordine di apparizione:

Hugh Laurie – Scarlett Johansson – John Belushi & Danny Aykroyd – John Goodman – Joe Morton – Jimmy Belushi – Woody Allen – Bruce Willis – Steven Seagal – Kevin Bacon – Kevin Costner – Steve Martin – Carla Bruni – Leningrad Cowboys – Juliette Lewis – Samuel L. Jackson – Rae Dawn Chong – Bernie Mac – Bill Cosby – Emile Kusturica – Rob Zombie – Kris Kristofferson – Jack Black – Kyle Gass – Meat Loaf – Johnny Depp – Larry & James McMurtry – Jeff Bridges – Kevin Spacey – Jamie Foxx – Tim Robbins – Susan Sarandon – Billy Bob Thornton – Gary Sinise – William Shatner – Leonard Nimoy – Russell Crowe – Clint & Kyle Eastwood – Jennifer Love Hewitt – Milla Jovovich – Mark Whalberg – Will Smith – Macaulay Culkin – Lindsay Lohan – Billy Ray & Miley Cyrus – Jeff Daniels – Robert Downey Jr – David Hasselhoff – Frankie Muniz – Chevy Chase – Garrett Morris – Jane Curtin – Laraine Newman – Gilda Radner – Eddie Murphy – Carey Mulligan – Bette Midler – Barbra Streisand – John Travolta – Olivia Newton John – Joaquin Phoenix – Reese Witherspoon – Rick MoranisLeif Garreth& more ….

PUNTATA 1 – Da Hugh Laurie a Bruce Willis

Il popolare Dr. House, eccellente pianista, buon chitarrista e valido cantante, sincero e profondo appassionato della black music più paludosa e legata alle radici, reduce da due raffinati album sempre a cavallo tra jazz, blues e un pizzico di soul, ebbe la bontà di guidarci nel 2011 in un viaggio musicale lungo le sponde del Mississippi. Da Memphis a New Orleans, tutta una tirata. Down to the river, delizioso special prodotto dalla BBC, lo affiancava inoltre a compagni di scorribande (e anche di palco…) dai nomi ricchi di fascino e smisurato talento come John Henry, il lupacchiotto del barrio David Hidalgo e la divina Irma Thomas, nonché Tom Jones e persino il mai troppo compianto Allen Toussaint a dirigere le operazioni nell’esibizione finale. Un breve ma gustoso itinerario fatto di immagini, suoni, parole e colori con tanto di omaggi a Steve Earle (questo, per la verità, un puro caso), professor Longhair, Muddy Waters, l’immancabile Robert “crocicchio” Johnson, Jerry Lee, la Dirty Dozen Brass Band & Co.

Così, prendendo spunto proprio dall’emblematico “caso positivo” targato Hugh Laurie con i suoi davvero eccellenti Let them talk del 2011 e Didn’t it rain del 2013, sono andato a spulciare tra i miei archivi sonori (vinile, cd, nastri & mp3) a caccia di altri attori professionisti, realmente dotati “anche” nel ruolo di musicisti/cantanti, “protagonisti di incisioni di indubbio valore” e motivati da “autentica passione musicale”. Non, quindi, semplici interpreti di pellicole a tema e, perciò, “costretti” a cinguettare (quasi sempre con l’aiuto pietoso della tecnologia e di prestanome compiacenti…) e noi obbligati a sentirli, mentre la “critica generosa e generalista” grida al miracolo dopo aver ricevuto il consueto “pacchetto strenna” della casa discografica. Intendiamo quindi riferirci a personaggi ampiamente a loro agio sotto i riflettori di cellulodica estrazione e avvezzi piuttosto ai tappeti rossi ma, alla fine, rispettati persino dai migliori “colleghi” professionisti delle sette note che se li contendono come ospiti oppure li supportano in sala d’incisione, se non addirittura affiancandoli in tour tra comparsate occasionali o raffiche di date sul palcoscenico che brillano di luce propria.

Nel proseguire, ovviamente, mi limiterò solo a personaggi e titoli “concretamente” in mio possesso per evitare banali e gratuiti giudizi alla cieca. Parliamo di album veri e propri, dunque. Di progetti animati da basi solide, sincera dedizione e porzioni di talento almeno accettabili. E non, quindi, di semplici ma redditizi camei per un pubblico di bocca buona, di scaltre incursioni al grido di prendi la borsa e scappa o, peggio, di ruffiane campagne promozionali a doppio senso.

L’ombroso Hugh Laurie, tornando a noi, è infatti solo l’ultimo di una lunga, ma non sempre adeguatamente celebrata, serie di casi significativi emersa “in epoca moderna” dopo il giro di boa del nuovo millennio. Fa eccezione, dovendo pur iniziare da qualche parte, la trascurabile Scarlett Johansson, addirittura spregiudicata nel pubblicare un maldestro disco di composizioni targate Tom Waits, qui affiancato talvolta anche dalla moglie Kathleen Brennan, caratterizzato da scarso valore interpretativo come Anywhere I lay my head con tanto di doppio cameo da parte del fu David Robert Jones. La scelta dei brani, per la verità, era stata anche coraggiosa e spregiudicata nel suo attingere dalla produzione apparentemente minore del folletto di Pomona, ma la rilettura in chiave indie-pop “ascensoristica” convince altresì assai poco.

Negli anni d’oro di Hollywood e anche di Cinecittà, il “travaso” da un settore all’altro era stata cosa piuttosto abituale, anche se non come negli anni Trenta e Quaranta, allorché buona parte delle stelle del set arrivavano dritte dritte da un palcoscenico come i tre disinvolti componenti principali del blasonato “Rat Pack” (da Sinatra fino a Dean Martin e Sammy Davis Jr con buona pace dei sempre trascurati e per nulla canterini Peter Lawford e Joey Bishop). Nel caso della Johansson, già apparsa in videoclip di Bob Dylan e Justin Timberlake (sigh!), e al fianco dei Jesus and Mary Chain sul palco del Coachella 2007, nel 2009 arriva anche una cover di Jeff Buckley (Last goodbye) per la colonna sonora del film La verità è che non gli piaci abbastanza. E, nello stesso anno, persino un album intitolato Break up in collaborazione con Pete Yorn, ispirato dai duetti tra Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Nel 2013, infine, presta la sua voce a Before my time di J. Ralph per il film Chasing ice con tanto di generosa candidatura ai premi Oscar quale “Miglior canzone”. Nello stesso periodo dichiara anche di aver formato una band tutta al femminile, le One and Only Singles, che si ispirerebbe alle californiane Go-Gos’, ma della quale emergono a oggi ben pochi vagiti.

Scontati i richiami, ovviamente, alla premiata ditta Belushi & Aykroyd sulla quale è persino inutile proseguire il discorso, se non ricordando i tre eccellenti album incisi come Blues Brothers, affiancati e supportati dai migliori musicisti di stampo r’&’b e soul disponibili sul mercato: la colonna sonora del film, Made in America e Briefcase full of blues che, prima uscita, aveva aperto la serie già nel 1978 con Paul Shaffer, per anni alter ego di Dave Letterman, deputato a recitare il ruolo di band leader anche su pellicola, ma poi costretto al forfait proprio in extremis. Passione reale, talento assodato e un pizzico di estro assicurati con Elwood ottimo anche come armonicista che, raccolte antologiche per raggranellare soldoni a parte, da “orfano” di Joliet Jake lo vedranno nuovamente e protagonista nel 1997 di Live from Chicago’s House of Blues insieme a Brother Zee Blues (Jimmy Belushi), nonché un anno più tardi anche della colonna sonora del ripetitivo Blues Brothers 2000 con Mighty Mack McTeer (il collega John Goodman) e Cabel Chamberlain (l’altro collega Joe Morton), prima di chiudere nel 2003 con una prova solista Have love will travel, classicone della premiata ditta Richard Berry & Lee Hazelwood, ancora una volta insieme a Belushi Jr.. Quest’ultimo, a sua volta, si è proposto in veste solista anche affiancato dai fidati Sacred Hearts nel 1998 con 36-22-36 e nel 2005 con According to Jim (colonna sonora della fiction La vita secondo Jim) per una produzione più che decorosa con vertici assai gustosi di matrice rigorosamente r’n’b, più una folata di soul e blues sempre a cavallo tra Stax e Motown con un pizzico di Muscle Shoals.

E se le prove discografiche di Woody Allen, clarinettista jazz e persino compositore dalla tournee facile, si fermano a cavallo della prima metà degli anni Novanta (The bunk project e la colonna sonora del documentario Wild man blues, affiancato dalla deliziosa New Orleans Banjo Band, dalla Preservation Hall Jazz Band o dalla New Orleans Jazz Band che hanno impegnato la sua ancia nei lustri in maniera continuativa e quasi professionale, benché si sostenga in maniera piuttosto convinta che un Renzo Arbore appena appena in forma gli sia di gran lunga superiore…), noi proseguiamo in ordine casualmente sparso con lo scarsocrinito Bruce Willis che si è esibito on stage e ha inciso in sala di registrazione nascondendosi (ben poco) dietro al nome d’arte di Bruno. Trattasi di un discreto armonicista alla Aykroyd e di cantante “di stomaco” alla Jimmy Belushi ma, soprattutto, di una sorta di Buster Poindexter in rodaggio: artista storico, quest’ultimo, già leader delle scandalose New York Dolls e poi atipico solista con il vero nome di David Johansen o persino il nick Harry Smiths, protagonista invece di un percorso invece opposto a quello di Willis che lo ha condotto, similmente a Tom Waits, dal palco del CBGB’s o del Max’s Kansas City di NYC fino a LA e, infine, al set. Per Willis/Bruno, invece, due album piuttosto simpatici nel solo 1987 (The return of Bruno e If it don’t kjill you, it just makes you stronger, timbrati Motown, seguiti da alcuni singoli e svariate partecipazioni a colonne sonore), meritevoli di un ascolto se non altro paziente e incuriosito, nei quali la sua armonica rivela insospettate qualità a cavallo tra blues, soul e un pizzico di party swing del quale la storica e suggestiva Under the boardwalk dei Drifters, cavallo di battaglia anche di Southside Johnny e oggetto di centinaia di coverizzazioni (davanti a lei, probabilmente, solo Gloria, Louie Louie e Wild thing…), costituiva uno dei passaggi più significativi.

Vogliate gradire!

(continua)

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.